Ricapito Francesco

Mamma Vado in Uzbekistan: Parte 2 – Tashkent, il Macellaio Cambiavalute e il Bazar

Pubblicato il: 19 dicembre 2015

Mappa UzbekistanTashkent, Topchan Hostel martedì 21 aprile 2015 ore 23:01

Il nostro sonnellino rigenerativo dura fino alle nove, quando ci svegliamo tutti e tre in rapida successione. Ora che sono un po’ più lucido ho modo di guardarmi intorno e noto che l’ostello è stato chiaramente aperto da poco: i muri sono ancora puliti, tutti i mobili sono in perfetto stato e i letti odorano ancora di nuovo. La struttura non è molto grande, le camere sono tutte al primo piano: una camerata maschile, una femminile e una doppia. Oltre a queste ci sono anche un piccolo bar ed una sala con la televisione. Al piano terra invece ci sono una cucina molto ben attrezzata, un grande tavolo e addirittura un salone dove Rafa ci dice che in futuro organizzerà delle feste. Anche i bagni, rigorosamente “ alla turca”, sono nuovi e puliti. Rafa molto gentilmente ci prepara un tè e ci offre qualche biscotto. Capisco subito che l’importanza sociale del tè è valida in Uzbekistan come in Azerbaigian, qui però viene servito in piccole tazze senza manici e non si tratta di un tè nero dal sapore forte come quello azerbaigiano, ma di un tè verde, meno intenso e dal sapore leggermente metallico. Facciamo conoscenza con un paio di altri ospiti dell’ostello: il primo è Jan, un ragazzone sloveno di due metri e con un vocione possente arrivato ieri da Mosca, dove ha trascorso alcuni giorni. Si trova qui per trascorrere il resto della sua vacanza. Il secondo è Paul, un ragazzo francese di media statura e piuttosto magrolino. Indossa un paio di occhiali da vista sportivi e capisco allora che la bicicletta che ho visto all’ingresso dev’essere la sua. Ci racconta infatti di essere partito qualche mese fa dalla Francia con un amico. Insieme hanno percorso l’Europa, i Balcani, la Turchia, il Caucaso, l’Iran, il Turkmenistan e tutto l’Uzbekistan fino a Tashkent. La loro meta finale è la Cina. Restiamo tutti e tre a bocca aperta. Io avrei almeno un centinaio di domande da fargli, ma le rimando a più tardi. Rafa ci spiega come cambiare denaro in Uzbekistan, in breve la situazione è la seguente: la valuta locale si chiama “som” ed esistono due tassi di cambio, uno “ufficiale” e uno del mercato nero. Tra i due esiste una differenza di circa il 30%, dove naturalmente quello del mercato nero è più conveniente per uno straniero. In teoria, e sottolineo in teoria, un turista dovrebbe cambiare i soldi al tasso ufficiale e al momento della partenza mostrare le ricevute, dichiarando che valuta si è cambiata. Dico in teoria perché sia da quello che ho trovato in internet, sia da quello che mi dice Rafa, ai turisti non vengono mai chieste le ricevute. Sembra che quasi tutti gli abitanti locali siano disponibili a cambiare denaro al tasso del mercato nero. Rafa però ci dice di avere una specie di “convenzione” con un macellaio che ha la bottega qui vicino, ci suggerisce quindi di andare con lui. Io non ci capisco veramente niente di tassi di cambio, però so che in alcuni paesi questa è una pratica comune. Marco ed Alessandro sembrano pensarci un attimo, ma dopo aver fatto due calcoli si convincono che effettivamente conviene. Decidiamo di cambiare cento dollari a testa e usciamo dall’ostello con Rafa. Il macellaio non è altro che un minuscolo baracchino di lamiera cinquanta metri più in là. Il bancone è piuttosto piccolo, la varietà, e pure la quantità della merce non è molta. L’uomo nel baracchino è piuttosto giovane ma ha un’espressione molto truce. Mi dà l’impressione di uno che tra bistecche e cosciotti possa nascondere anche un kalashikov. Rafa gli parla e questo, sempre mantenendo la sua aria ingrugnata, comincia a girare la manopola di una cassaforte d’acciaio che si trova alla sua destra. Ne tira fuori delle vere e proprie mazzette di banconote, esattamente come quelle che si vedono nei film.

Sono tenute insieme da un elastico, sotto al quale è stata inserita una banconota in trasversale, in modo da evitare che l’elastico tagli le banconote sottostanti. Il macellaio comincia a contare il denaro e per ognuno di noi prepara due mazzette di banconote. Il som è una valuta estremamente svalutata, le monete valgono così poco che sono ormai dei cimeli, le banconote più utilizzate sono quasi esclusivamente quelle da 500, 1000 e 5000 som e se pensiamo che al cambio del mercato nero, 5000 som equivalgono a circa due dollari, è facile capire perché cambiando cento dollari ci vengano poi consegnate due grosse mazzette di banconote da 1000 e 5000 som. Tutta l’operazione viene svolta dal macellaio con la massima calma e tranquillità, senza dare il minimo segno di preoccupazione per il fatto che sta a tutti gli effetti infrangendo la legge. Torniamo all’ostello con le tasche piene di banconote, una volta dentro appoggio le mie sul tavolo e comincio a contarle, sentendomi come una specie di boss mafioso. Sbrigate queste pratiche valutarie è tempo per noi di andare ad esplorare la città. Per colpa dell’imprevisto avuto con l’aereo siamo in ritardo di mezza giornata sulla nostra tabella di marcia e proprio per questo la nostra prima meta di oggi è la stazione dei treni, dove dobbiamo prendere i biglietti per Samarcanda, nostra prossima destinazione. Con noi vengono pure Jan e Paul. Parlando con Jan abbiamo scoperto che il suo itinerario è praticamente uguale al nostro, decidiamo quindi che possiamo viaggiare insieme. Può sembrare strano che delle persone che si sono appena conosciute decidano di viaggiare insieme, come possiamo fidarci? Come facciamo ad essere sicuri che non si tratti di un pazzo? La verità è che non possiamo saperlo, un sentimento di spontanea solidarietà tra viaggiatori stranieri in paesi poco frequentati dal turismo di massa ci spinge ad unirci. A questo si accompagna la curiosità di scoprire reciprocamente cosa spinge giovani ragazzi europei, che potrebbero spassarsela in varie località europee più mondane, a visitare invece paesi come l’Uzbekistan, ben più spartani e decisamente meno famosi. Per arrivare alla stazione bisogna prendere il tram, che fortunatamente ferma proprio davanti all’ostello. Io ho sempre una certa curiosità per i mezzi pubblici dei paesi che visito e anche stavolta non resto deluso: il tram è di quelli tradizionali a due rotaie, la carrozza non è troppo moderna ma nemmeno un reperto sovietico. Il biglietto lo si fa a bordo e consiste praticamente in un pezzetto di carta con un numero che viene consegnato dall’addetto. La cosa più stupefacente è che il buon livello del mezzo è in deciso contrasto con lo stato della pavimentazione stradale: buche, dossi, avallamenti e deformazioni dell’asfalto rendono le rotaie visibilmente irregolari e fanno sì che la corsa sia piuttosto movimentata. Viene da chiedersi come sia possibile che il tram non deragli in continuazione. Il tram ci porta esattamente davanti alla stazione centrale: un pacchianissimo edificio la cui facciata sembra una reggia del Settecento e che è stato chiaramente costruito da pochi anni; un’entrata centrale a tre arcate è circondata su ambo i lati da arcate minori, decorate a loro volta con alte vetrate.

Noto subito un ampio utilizzo del colore azzurro per le decorazioni. Questa scelta è chiaramente voluta, l‘Uzbekistan infatti è famoso in tutto il mondo per i suoi antichi edifici di stile arabico le cui decorazioni sono dominate da questo bellissimo azzurro acqua. Davanti alla stazione si estende un giardino molto ben curato e sul quale è proibito camminare. La presenza di forze dell’ordine è massiccia, ma questo me l’aspettavo: gabbiotti della polizia, agenti di pattuglia a coppie e guardie davanti all’entrata degli edifici pubblici sono la normalità anche in Azerbaigian e dopo un po’ non ci si fa nemmeno caso. La biglietteria non si trova nella stazione ma in un edificio ad essa adiacente già pieno di gente. Grazie ad alcuni cartelli in russo riusciamo a trovare lo sportello giusto, dietro il vetro è seduto un addetto, ma sembra che ci sia qualche problema con il sistema informatico e quindi tutti i computer sono bloccati. Aspettiamo una buona mezz’ora e nel frattempo diventiamo l’attrazione principale della biglietteria. In molti ci chiedono in russo da dove veniamo e cosa ci facciamo qui. Gli uzbeki in generale hanno il tipico aspetto centrasiatico, una perfetta via di mezzo tra l’occidentale e l’asiatico: gli occhi sono a mandorla ma non come quelli dei cinesi o dei giapponesi, la pelle ha un colorito più scuro rispetto alla nostra ma pur sempre diverso da quello degli altri popoli asiatici, la statura è generalmente piuttosto bassa, ma anche in questo caso credo sia mediamente più alta rispetto ai popoli più orientali. La lingua ufficiale del paese sarebbe l’uzbeko, una lingua che appartiene al ceppo turco e che da quello che ho sentito finora, assomiglia abbastanza anche all’azerbaigiano. Tuttavia, come negli altri stati post-sovietici, il russo è parlato praticamente da tutti e capita spesso di trovare cartelli stradali o insegne in cirillico. Finalmente i computer tornano a funzionare. Noi siamo tra gli ultimi arrivati, ma tutti ci fanno passare avanti in quanto stranieri e ospiti. Una cosa che mai potrebbe succedere in Italia. Prendiamo il biglietto per il treno veloce di giovedì mattina, paghiamo sui quindici som, veramente poco per tre ore e mezza di strada. Possiamo finalmente iniziare la nostra visita alla città, ci avviamo quindi verso la metropolitana: prima di scendere la scalinata troviamo una guardia, che ci controlla gli zaini e ci fa passare senza problemi. Alla biglietteria, con il mio limitatissimo russo chiedo due biglietti e la signora mi dà due gettoni di plastica verde. Proseguendo troviamo dei tornelli in cui inserire il gettone. Dopo i tornelli, di fianco ad un tavolo ci sono due poliziotti, i quali molto gentilmente ci chiedono i documenti. Sembrano molto colpiti di vedere degli italiani e ci fanno passare anche loro. Due controlli di polizia solo per prendere la metropolitana non li avevo mai visti da nessuna parte. Come la metropolitana di Baku e quella di Tbilisi in Georgia, pure questa è stata chiaramente costruita durante l’epoca sovietica: colonne austere, decorazioni di dubbio gusto, piastrelle spesso molto kitsch e un certo senso di grandeur generalizzato sono denominatori comuni in tutti e tre i casi. I vagoni stessi assomigliano molto a quelli di Baku, tuttavia sono puliti, non troppo affollati e soprattutto anche qui vige quel rigoroso galateo che impone a tutti gli uomini di lasciare il posto alle donne di qualsiasi età e non solo alle vecchiette col girello come si usa in Italia. Quando usciamo ci ritroviamo di fianco ad una strada piuttosto trafficata e vediamo in lontananza uno dei punti di riferimento della città, la torre della televisione. Dalle informazioni in nostro possesso abbiamo capito che Tashkent è una città piuttosto “diffusa”, non esiste cioè un centro città vero e proprio, solo alcuni punti di riferimento. Oggi ci piacerebbe visitare il bazar, ma prima di tutto vorremmo pranzare e abbiamo già bene in mente dove vorremmo andare: il Central Asian Plov Centre. Il plov è un piatto a base di riso pilaff, oltre ad essere comune in tutta l’Asia Centrale è considerato il piatto nazionale uzbeko e a Tashkent sembra che sia possibile gustare il più buono di tutto il paese. Chiediamo indicazioni a dei poliziotti di guardia davanti alla stazione della metropolitana e questi ci indicano una laterale della grossa strada su cui ci troviamo. Camminiamo in quella direzione per un quarto d’ora, il tempo è sereno e c’è un caldo secco. Forse è solo suggestione personale ma mi sembra quasi di percepire il fatto che ci troviamo a migliaia di chilometri dal mare. Arriviamo ad una grossa moschea dall’aspetto moderno senza trovare nessun segno del Plov Centre. Continuiamo a chiedere informazioni, ma quelle che ci vengono date sono in contraddizione tra di loro e, anche se abbiamo con noi una mappa della città, ci siamo persi. Alla fine stanchi e accaldati ripariamo in un grosso ristorante che vediamo dall’altra parte della strada. Il cameriere ci accompagna al piano di sopra e passiamo di fianco alle cucine, dove vediamo tre uomini indaffarati sopra il kazan, un gigantesco pentolone di ferro dove si cuoce il plov. Per mescolarlo hanno un attrezzo che più che un mestolo sembra un badile. La cucina è visibile anche dalla strada ed è evidente che qui si fa anche cibo da asporto. Il piano inferiore è affollato di uomini in giacca e cravatta, quello superiore è quasi deserto e molto più elegante: pacchianissime tovaglie rosse con fantasie floreali dorate e altrettanto pacchiane decorazioni dorate ai muri ribadiscono lo stile “sovietico” riscontrabile nella metropolitana. Ordiniamo tutti del plov e del tè. La bevanda arriva quasi subito: è lo stesso tè verde che abbiamo bevuto in ostello, pure le tazze sono simili e non hanno manici. Poco dopo arriva anche il pane: ha una forma piuttosto strana, una grande ciambella il cui buco è riempito con uno strato di pane più duro e sottile. Il suo sapore è ottimo e si sente che è di giornata. Non passano nemmeno dieci minuti che ci viene portato il plov: come detto, si tratta del cibo nazionale uzbeko ed è un insieme di riso cotto con carne di agnello, verdure varie e pezzetti di frutta secca.

Il tutto è cucinato nel grasso di agnello e nell’olio in grandi kazan come quelli che abbiamo visto all’entrata. Naturalmente ogni regione ha le sue varianti, sembra però che tutti credano si tratti di un cibo afrodisiaco, in particolare bere l’olio e il grasso che restano sul fondo del kazan sembra renda capaci di performance particolarmente notevoli. Una buona porzione di plov costituisce un piatto completo e viene servita insieme ad una fetta di uno strano affettato e ad un paio di quelle che credo siano uova di quaglia. Io non vado matto per la frutta secca, uvetta in particolare, e in genere ci tengo a separare il dolce dal salato, devo però ammettere che il risultato finale in questo caso non è niente male: il retrogusto dolce creato dalla frutta secca si sposa molto bene con il gusto deciso della carne di agnello e con il salato del riso. La porzione non ci sembra molto grande ma alla fine siamo tutti decisamente sazi e soddisfatti. Alzarsi e uscire di nuovo al caldo con la prospettiva di visitare un affollato bazar ci risulta un’operazione piuttosto difficile, ma alla fine ce la facciamo. Decidiamo di prendere la metropolitana, la cui fermata si trova là vicino. Anche in questo caso prima di entrare nella stazione dobbiamo passare il controllo degli zaini in superficie e quello dei documenti dopo i tornelli. Il bazar Chorsu è il più grande di Tashkent e rappresenta uno dei centri della vita cittadina. Capiamo subito che è diviso in diversi settori e il primo in cui ci imbattiamo è dedicato al vestiario e all’oggettistica varia. Molte bancarelle non sono altro che gazebo con dei tavoli, c’è però un grande edificio centrale al cui interno ci sono delle vere e proprie botteghe dove si vendono merci più preziose come gioielli, tappeti e soprammobili. Molte bancarelle vendono coltelli, che sembrano essere uno dei souvenir più comuni. Non è molto affollato per ora.

Camminando arriviamo ad una zona coperta da lunghe tettoie di lamiera sotto le quali ci sono le bancarelle della frutta e della verdura. Sono divise in piccoli lotti, ognuno assegnato ad un venditore. I prodotti che vediamo sono quasi solo locali e di stagione: ci sono grossi cespi d’insalata, enormi pomodori, melanzane, peperoni e naturalmente patate e cipolle in abbondanza. Tutto sembra essere venduto in quantità che per noi sembrerebbero spropositate, vediamo uomini andarsene in giro con interi sacchi di patate o donne comprare addirittura due giganteschi cespi d’insalata. Ho ancora il gusto del plov in bocca e allora mi viene voglia di comprarmi una mela. Individuo una bancarella con delle promettenti mele verdi e ne compro un paio. Le pago l’equivalente di tre euro e mi viene il dubbio che forse avrei dovuto contrattare. Ho vissuto dieci mesi in paesi dove la contrattazione è la norma e ancora non ne sono capace. Si tratta di una pratica che ho provato più volte ad imparare senza successo. Vicino alla zona dei vegetali vediamo una grande struttura coperta da una cupola azzurra.

Assomiglia ad una piscina coperta o ad un palazzetto dello sport, ma quando ci entriamo vediamo che si tratta della zona riservata a carne, pesce, spezie, formaggi e altra merce fresca. La struttura è circolare, lungo il perimetro interno corre un primo piano dove sono concentrate le bancarelle con le spezie e la frutta secca, tutto lo spazio al centro invece è occupato dai venditori di carne, pesce e formaggi. Anche se molte bancarellle sono dotate di frigo l’usanza di esporre le teste delle capre o delle vacche per dimostrare che la carne è fresca è ancora in voga. Agnello, capra e pollo sono le carni più vendute, il bovino c’è, ma costa leggermente di più. Resto leggermente interdetto da alcuni grandi “fogli” di quello che sembra lo strato esterno di grasso della pecora e che sono esposti nei banchi-frigo. Nonostante la lontananza dal mare ci sono bancarelle di pesce, che immagino sia per lo più fluviale. Molto pittoreschi sono i banconi di quelle che noi potremmo chiamare “gastronomie”: formaggi, verdure sott’olio o sott’aceto, piatti già pronti, bottiglie di latte e chissà quante altre cose che però non riesco ad identificare costituiscono un trionfo di colori e di odori che colpisce i sensi. Molto spesso queste pietanze sono esposte all’interno di veri e propri secchi o grandi recipienti di plastica, l’ambiente sembra pulito e la presenza di numerosi banchi-frigo mi fa pensare che anche la conservazione sia buona. Salendo al primo piano ci ritroviamo davanti ad altre coloratissime bancarelle piene di frutta secca e spezie.

A me sembrano tutte abbastanza uguali tra loro, ma sono sicuro che una persona con un occhio più esperto sarebbe in grado di smentire questa mia impressione. Camminiamo lentamente tra le bancarelle cercando di non farci assalire dai venditori, che comunque sono molto meno molesti di quelli di molti altri bazar che ho avuto modo di visitare. Quando usciamo siamo piuttosto frastornati dalla quantità di odori e colori a cui siamo stati appena esposti. Cerchiamo di portarci fuori dalla zona trafficata, ma ci ritroviamo invece nell’area “ristoro”: decine di altre bancarelle vendono cibo di strada insieme a pane, dolci e altri prodotti simili. Qui c’è meno spazio e i passaggi sono più stretti. Sono molti i cibi che attirano la mia attenzione e che assaggerei volentieri, ma mi devo ancora riprendere dal plov. Usciti dalla calca arriviamo alla Madrassa Kulkedash. Le madrase (il suono di questa parola sembra un insulto in dialetto veneto) sono in pratica le scuole dove s’insegna il Corano. La popolazione dell’Uzbekistan è per il 90% musulmana sunnita, tuttavia come in molti altri paesi della regione i decenni di dominio sovietico in cui la religione era stata ostacolata in ogni modo, hanno drasticamente diminuito i sentimenti religiosi presso la popolazione. Qui in particolare il governo si è preoccupato molto di mantenere la sfera religiosa confinata tra le mura delle moschee e quindi dal 1999 è vietato per legge trasmettere la tradizionale chiamata alla preghiera del muezzin con gli altoparlanti. La madrasa si trova di fianco alla moschea del venerdì ed è primo esempio che vediamo di archiettura tradizionale uzbeka: le mura sono di mattoni di colore beige e le decorazioni hanno motivi geometrici che vanno dall’azzurro acceso al blu intenso. Sappiamo bene che questo è solo il primo di una lunga serie di edifici simili che vedremo a Samarcanda e a Bukhara, ma ne restiamo comunque affascinati. Dopo una breve pausa ristoratrice di fronte alla madrasa continuiamo il nostro giro esplorativo, arrivando in un grande spiazzo al cui centro ci sono un parco pubblico e un edificio circolare che capiamo subito essere un circo. Continuiamo a camminare perché vogliamo arrivare fino all’ultima destinazione della nostra giornata, ossia la piazza centrale di Tashkent, Mustakillik Meydoni, Piazza Indipendenza. Essa venne rinominata così nel 1992, prima infatti si chiamava piazza Lenin.

L’ingresso principale è un alto portale con colonne sormontato da una statua argentata raffigurante tre pellicani in volo, simbolo di buona sorte. Eleganti strade pedonali di sanpietrini circondate da erba tagliata millimetricamente e piante altrettanto ben curate portano ad un momumento centrale dove si vede un globo dorato con in rilievo la mappa dell’Uzbekistan stesso. Gli edifici che delimitano la piazza sono principalmente governativi, un paio di ministeri e il palazzo del Senato. I raggi del sole hanno iniziato a farsi rossastri e l’aria sta rinfrescando, passeggiamo pigramente per le larghe vie della piazza respirandone la bizzarra atmosfera di moderna solennità e vecchia grandeur sovietica. Io provo ad avvicinarmi all’edificio del Senato ma vengo prontamente fermato da un poliziotto. Decidiamo di fare un ultimo sforzo e torniamo all’entrata della piazza per dirigerci verso la statua di Timur, chiamato anche Tamerlano. Costui fu un condottiero e conquistatore che tra il 1370 e il 1405 fondò un impero che si estendeva per buona parte dell’Asia Centrale e che comprendeva anche alcune parti delle odierne Cina, India, Turchia e Arabia Saudita. La capitale di questo impero fu Samarcanda e fu proprio in quegli anni che si raggiunse l’apice artistico e architettonico della città. Oggi la figura di Tamerlano è ampiamente celebrata dal governo Uzbeko, che lo presenta come una specie di antico promotore dello stato uzbeko stesso. La statua a lui dedicata in centro a Tashkent è il punto da cui si dipartono tutte le strade principali della città.

Al centro di questa piazza, Tamerlano saluta un immaginaria folla di sudditi dall’alto del suo cavallo. Come ci fa notare la nostra guida della Lonely Planet, la statua del cavallo è stata privata del pene da un misterioso ladro per ragioni al momento sconosciute. Dietro la statua, al limitare della piazza è impossibile non notare un magnifico reperto di architettura sovietica: l’Hotel Uzbekistan, che è ancora uno degli hotel più costosi della città. Affacciato sulla piazza c’è pure il museo dedicato a Tamerlano: un elegante edificio a pianta rotonda, circondato da un colonnato e sormontato da una bella cupola verde acqua. Tra l’altro quest’edificio è raffigurato pure sulla banconota da mille som, una foto è quindi d’obbligo. Siamo tutti piuttosto stanchi e il sole è ormai quasi tramontato, decidiamo così di tornare in ostello. Una volta arrivati abbiamo appena il tempo per mettere giù gli zaini prima di uscire di nuovo per andare a cena. Rafa ci suggerisce un piccolo locale a cento metri dall’ostello; non abbiamo voglia di tornare in centro per andare in uno dei ristoranti consigliati nella guida e così ci fidiamo del suo consiglio. Il locale in questione è una minuscola tavola calda con al massimo otto tavoli e con una porta comunicante con il vicino mini-market, gestito dalla stessa persona. I tavoli sono già occupati da altri clienti, tutti rigorosamente uomini. Stiamo già per uscire rassegnati quando il tizio dietro al bancone ci fa cenno di seguirlo. Ci porta nel proverbiale retrobottega, dove tra le cassette di bottiglie, un barbecue e un paio di frigoriferi, sono stati posizionati due tavoli e delle panchine di ferro. Un tavolo è già occupato da sei uomini che sembrano aver appena finito di cenare e che stanno ora digerendo con l’aiuto di un paio di bottiglie di vodka. L’atmosfera è estremamente conviviale e anche se lo stupore del cameriere e degli altri avventori è palpabile, non ci sentiamo a disagio. Ovviamente non c’è un menù scritto da cui scegliere, ma anche se ci fosse credo che non sarebbe molto lungo, sembra infatti che l’unico piatto disponibile stasera sia il shashlik: carne di agnello grigliata su degli stecchi di metallo e con essi servita nel piatto. Una pietanza molto comune anche in Azerbaigian e che qui sembra essere proprio la base dell’alimentazione popolare. Ne ordiniamo un paio a testa, insieme ad un paio di immancabili teiere. Senza che lo chiediamo ci arrivano anche i condimenti che di solito sono serviti con il shashlik: pane, qualche sott’aceto e delle cipolle bianche tagliate a fette e condite con aceto bianco. Quest’ultime in particolare sono particolarmente gustose anche da sole. Facendo un primo confronto con la cucina azerbaigiana mi sembra che quella uzbeka sia più basica, meno ingredienti e meno varietà, soprattutto di vegetali. Questo credo sia dovuto al fatto che buona parte del territorio dell’Uzbekistan è desertico e difficile da coltivare. Mentre aspettiamo la carne arriva un uomo che dice di essere pure lui ospite dell’ostello: è azerbaigiano e viene da Baku, si trova qui per lavoro e dopo aver sentito che c’erano tre italiani che venivano proprio da Baku voleva conoscerli. Detta proprio sinceramente, gli azerbaigiani non ci erano molto mancati nelle ultime ventiquattr’ore e così non siamo tanto euforici di fare la sua conoscenza. In più questo non finisce più di parlare della sua vita. Io sono troppo stanco per seguirlo e così mi limito ad annuire ciclicamente senza davvero ascoltare. Per fortuna Marco e Jan sembrano reggere più di me. Approfitto di questa situazione per fare qualche domanda al francese riguardo al suo viaggio in bicicletta. Domani sembra che arrivi qui la sua ragazza, con cui resterà qualche giorno per poi ripartire verso il Tagikistan. Mi racconta che finora le difficoltà principali le ha avute in Turchia per via delle numerose piogge in cui si è imbattuto, mi conferma le opinioni che ho sentito da altri viaggiatori negli scorsi mesi sull’Iran, che a quanto pare è un posto fantastico dove la gente è di una gentilezza assoluta e mi confessa che in Turkmenistan ha dovuto percorrere un lungo pezzo in autobus, perché l’unico visto che aveva potuto ottenere era un visto di transito di cinque giorni, che naturalmente non sono di certo sufficienti per attraversare il paese in bici. Il Turkmenistan è ancora uno dei paesi più inaccessibili del pianeta, governato da un dittatore dispotico e tuttavia ricchissimo di gas naturale. Gli unici modi per visitarlo sono appunto ottenere un visto di transito valido al massimo per cinque giorni oppure richiedere un visto turistico, il quale però comporta il doversi affidare ad un’agenzia locale, la quale concorderà con il visitatore un itinerario e assegnerà d’ufficio una guida che avrà il compito di accompagnare sempre i turisti durante la loro permaneza. Finalmente la carne arriva e scopriamo che due pezzi a testa sono decisamente troppo pochi per placare la nostra fame. Ne ordiniamo allora altri due. Nel frattempo i nostri vicini di tavolo hanno finito le loro bottiglie di vodka e sembrano voler fare amicizia. Ci chiedono da dove veniamo e cosa ne pensiamo del paese. Uno di loro vede la mia macchina fotografica sul tavolo e insiste per prenderla e farci una foto.

Il brutto pensiero che questo possa prendere e correre via con la mia macchina fotografica si rivela per fortuna sbagliato e anzi la foto viene bene. Finita la cena ci fermiamo a procurarci una colazione al mini-market di fianco al ristorante. Jan molto candidamente si compra la bellezza di cinque uova e mi dice che lui è abituato a fare colazione con esattamente cinque uova strapazzate. Comincio a capire come mai sia alto due metri. Torniamo in ostello, mi faccio una rapida doccia e poi mi aggrego a Rafa che insieme ad altre due ragazze ospiti sta guardando un film. Il film sembra interessante ma sono troppo stanco, memorizzo il titolo per poterlo recuperare in futuro e vado in camerata. Domani vogliamo cercare di trovare finalmente questo Plov Centre e vedere le ultime attrazioni che ci mancano di Tashkent. Il letto è miracolosamente lungo e adatto alla mia statura e ci metto poco ad addormentarmi.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Tashkent

https://it.wikipedia.org/wiki/Tamerlano

Francesco Ricapito Dicembre 2015