Ricapito Francesco

Mamma Vado in Uzbekistan: parte 3 – Tashkent, Risotto Poco Dietetico e un Corano Antichissimo

Pubblicato il: 4 gennaio 2016

Mappa UzbekistanTashkent, Topchan Hostel giovedì 23 aprile 2015 ore 00:32

La mattina ce la prendiamo piuttosto comoda e non ci alziamo dal letto prima delle nove. Noi facciamo colazione con i biscotti comprati il giorno prima, Jan invece si cucina “bel bello” le sue cinque uova. Alessandro non sta benissimo, è raffreddato e dice di sentirsi anche qualche linea di febbre, decide quindi di restare in ostello. Paul, il francese, oggi è andato a prendere la sua ragazza in aeroporto e così siamo solo io, Marco e Jan. Usciamo per andare a prendere il tram ma questo ci sfreccia davanti senza fermarsi. Poco male, fa piuttosto caldo e c’è il sole, possiamo tranquillamente camminare fino alla prossima fermata. Lungo il tragitto c’imbattiamo in un negozietto di alimentari davanti al quale vediamo un oggetto piuttosto curioso: un piccolo carretto arrugginito sopra al quale c’è una specie di piccolo vulcano di cemento. Mi avvicino e scopro che è un forno: il fuoco viene acceso sul fondo e alimentato tramite un piccolo buco laterale, le pagnotte crude vengono attaccate sui bordi interni e lasciate là a cuocere.

Un sistema molto ingegnoso e che funziona molto bene visto che il pane che ho assaggiato finora è ottimo. Stiamo ancora ammirando il piccolo forno quando il tram sopraggiunge: stavolta riusciamo a salire. Molto rapidamente arriviamo alla stazione dei treni, da cui prendiamo la metropolitana per arrivare in centro. Oggi vorremmo prima di tutto andare a visitare la torre della televisione e poi riuscire finalmente a mangiare nel celebratissimo ma altrettanto difficile da trovare Plov Centre, che ieri infatti ci è sfuggito. La prima cosa che vediamo appena usciti dalla metropolitana è la torre televisiva di Tashkent, un perfetto esempio di architettura sovietica; la nostra guida la descrive come un “mostro a tre gambe alto 375 metri” e in effetti, da un punto di vista estetico, lascia abbastanza a desiderare.

Come è già successo ieri durante il nostro primo tour della città, osservo alcune analogie tra Tashkent, Baku e Tbilisi: tre capitali post-sovietiche la cui skyline è caratterizzata da un’alta torre televisiva di discutibile gusto. Vorremmo salire in cima per avere una visuale della città dall’alto; quando arriviamo alla base vediamo subito dei grandi cartelli che indicano il divieto di scattare foto, una volta entrati la guardia al bancone della reception ci dice che le regole sono cambiate e l’accesso è permesso solo fino al primo piano, il prezzo del biglietto tuttavia è rimasto invariato. Per chissà quale ragione, le autorità locali hanno deciso che è meglio che i turisti non vedano la città dall’alto. Usciamo delusi, ma decidiamo di fare una camminata intorno alla torre; siamo leggermene fuori dal centro città e dall’altra parte della strada vediamo un grosso parco con grandi costruzioni decorate con le tipiche cupole azzurre. Non ci sono molte persone in giro ma le poche ci guardano con molta curiosità. Non abbiamo fatto molto stamattina, ma sono le undici e mezza e il nostro orologio biologico ci dice che abbiamo fame. Tutte le informazioni che siamo riusciti a raccogliere ieri sera indicano che il Plov Centre dovrebbe trovarsi a poca distanza dalla torre della televisione. Torniamo indietro e prendiamo la prima laterale dopo la torre, passiamo di fianco a quello che sembra un affollato centro sportivo e arriviamo in un tranquillo quartiere residenziale dove ci sono solo case familiari e nemmeno un condominio. Per almeno un’ora continuiamo a camminare chiedendo informazioni a chiunque, ma del ristorante nessun segno. Sconfortati, stanchi e affamati, stiamo ormai per gettare la spugna quando Marco propone di prendere un taxi e farci portare al Plov Centre. Un’ottima idea a cui potevamo pensare prima in effetti. Ci mettiamo a bordo strada e tiriamo fuori le braccia. Come ci ha spiegato Rafa, il ragazzo dell’ostello, a Tashkent ogni auto è un potenziale taxi. Certo esistono quelli ufficiali e registrati, ma è molto comune che persone normali accettino di trasportare qualcuno in macchina, stranieri in particolare. Un uomo con una piccola Chevrolet nuova di zecca si ferma e per qualche som accetta di portarci al Plov Centre. Già ieri avevo avuto modo di notare come siano in molti a Tashkent a guidare delle Chevrolet nuove fiammanti. La cosa mi ha sorpreso non poco, prima di arrivare mi aspettavo di vedere più che altro vecchie Lada come in Azerbaigian e in Georgia. La risposta a questo mistero me l’ha data Rafa ieri sera: da qualche anno ormai, in Uzbekistan ha aperto una grossa fabbrica della Chevrolet. Questo naturalmente ha fatto in modo che i prezzi di queste automobili risultassero abbordabili per molte persone, specialmente della classe media, portando ad una larga diffusione di queste automobili in buona parte del paese. Con nostra somma sorpresa, il tassista improvvisato si ferma davanti al centro sportivo che avevamo visto in precedenza. Gli chiediamo spiegazioni e ci dice che quello è il Plov Centre, o meglio la sua nuova sede, prima infatti era da un’altra parte e solo negli ultimi mesi si è spostato là. Questo spiega come mai le nostre mappe fossero sbagliate e anche perché tra ieri e oggi abbiamo ricevuto numerose indicazioni spesso contrastanti tra loro. Tuttavia la gioia di averlo finalmente trovato fa passare ogni fastidio per averci impiegato così tanto. Sorpassato il cancello di entrata, sulla destra, sotto una tettoia vediamo cinque giganteschi kazan dove una squadra di cuochi è intenta a preparare quantità incredibili di plov. Un piccolo banchetto sotto un’altra tettoia serve porzioni di riso da asporto. All’entrata ci aspettano almeno mezza dozzina di camerieri e cameriere vestiti eleganti, uno di loro si avvicina e molto gentilmente ci scorta all’interno. Entriamo così in un grande salone costellato di tavoli. Lungo le pareti corre un primo piano dove ci sono altri tavoli, il bianco delle pareti unito a quello di gran parte delle tovaglie rende l’ambiente piuttosto accecante, sembra inoltre che siamo arrivati durante l’orario di punta. La cameriera non ci chiede nemmeno cosa vogliamo da mangiare, ma solo quante porzioni di plov ci deve portare. In dieci minuti i nostri piatti arrivano: per composizione e aspetto assomigliano molto a quelli del pranzo di ieri, una notevole quantità di riso condito con abbondanti pezzi di carne, verdure varie e frutta secca con di fianco questa volta due uova sode invece di una sola.

Anche se il plov di ieri era molto buono e aveva il fascino della prima volta, questo è decisamente di un altro livello. I sapori, pur essendo molto diversi, tra loro si mescolano perfettamente, creando ad ogni boccone delle sfumature diverse. Il tradizionale tè verde costituisce la bevanda perfetta per aiutare la complicata digestione di questo piatto sostanzioso. La confusione del posto ci spinge ad alzarci poco dopo aver finito di mangiare, paghiamo alla cassa, ma prima di ripartire ci fermiamo a fare qualche foto ai kazan; come detto ce ne sono cinque e ognuno di questi sembra contenere il plov in una specifica fase di preparazione: il primo contiene solo il riso con le verdure, il quale è parzialmente coperto da una grande pentola di metallo rovesciata. Il plov del secondo kazan sembra sia in fase di avanzata cottura, è stata aggiunta la carne e la quantità di liquido, che presumo sia principalmente grasso, è veramente sconcertante. Il plov del terzo e del quarto kazan hanno un aspetto molto simile e sono evidentemente pronti visto che due cuochi stanno preparando le porzioni direttamente nei piatti, che poi consegnano ai camerieri.

Il quinto kazan è vuoto e deduco sia stato appena pulito e lavato. Gli effluvi del plov che cuoce sono piuttosto intensi e per quanto tutto l’ambiente sembri essere ragionevolmente pulito, la generale sensazione di unto è innegabile e probabilmente inevitabile. Facciamo qualche foto ai cuochi, all’apparenza abituati ai turisti. Ci lasciamo dietro le grasse nebbie di cottura e torniamo in strada, dove troviamo facilmente un’auto che ci porta fino alla meta principale della nostra giornata, il Khast Imom: un complesso di edifici che rappresenta ufficialmente il centro religioso del paese. Tutta l’area è stata sottoposta ad una massiccia ristrutturazione nel 2007 e molti degli edifici oggi visitabili sono stati costruiti proprio in quell’occasione. L’esempio migliore è la monumentale moschea del venerdì chiamata Hazroti Imom e che è pure la prima che s’incontra.

Lo stile è lo stesso della moschea che abbiamo visto ieri: muri con mattoni a vista di color sabbia e decorazioni geometriche azzurro acceso. Due alti minareti affiancano la moschea e danno un senso di eleganza e di slancio verticale. Oltre la moschea si estende una grande piazza rettangolare alla cui estremità opposta sorge una grande madrasa. Le linee dritte della piazza sono interrotte da un edificio più piccolo, affiancato da una seconda moschea delle stesse dimensioni, posti entrambi in posizione centrale. Il primo edificio è sormontato dalla tradizionale cupola azzurra, si chiama Moyie Mubarek ed è una biblioteca. Al suo interno c’è quella che secondo la nostra guida è la principale curiosità di Tashkent. Non possiamo farcela sfuggire e così paghiamo il biglietto, ci togliamo le scarpe davanti all’entrata lasciandole nelle apposite scarpiere e varchiamo la soglia in silenzio. Ci ritroviamo in una stanza quadrata ricoperta di tappeti e scarsamente illuminata. Al centro, sopra un altare e protetto da una teca di vetro, è esposto un libro molto grande e talmente vecchio da ispirare una spontanea sensazione di riverenza: siamo davanti alla più antica copia esistente del Corano. Gli studi effettuati hanno rivelato che venne scritto tra il VI e il IX secolo d.C. probabilmente in Iraq. Ci avviciniamo rispettosamente per osservarlo meglio: considerato che la pagine sono tutte di pergamena, mi viene da pensare che là dentro ci sia praticamente un intero gregge di pecore. L’elegante calligrafia araba è ancora perfettamente visibile e l’inchiostro è di un nero molto acceso. Numerose persone stanno pregando dinnanzi a questa vera e propria reliquia, mentre vicino al muro un poliziotto seduto ad una scrivania controlla pigramente i visitatori. Nelle camere attigue sono conservati altri libri, per lo più altre antiche copie del Corano. Sono reperti molto affascinanti e che spesso non sono originari dell’Uzbekistan ma sono stati portati qui dai popoli che nel corso dei secoli hanno invaso il paese. La temperatura dentro la biblioteca è piacevolmente fresca e così quando usciamo soffriamo di più il calore del primo pomeriggio. Camminiamo fino alla madrasa, originaria del XVI secolo d.C. e non costruita di recente come gli altri edifici che abbiamo appena visto.

Le decorazioni geometriche presenti all’entrata sono veramente belle e nel cortile si respira una discreta atmosfera orientale, rovinata però dalle bancarelle di souvenir. Oltre a noi e a qualche visitatore locale c’è pure un gruppo di francesi piuttosto attempati e accompagnati da una guida locale. Chiaramente un viaggio organizzato. Facendo finta di osservare la facciata della madrasa riesco ad ascoltare un pezzo della spiegazione della guida, sentendomi fiero di me stesso per riuscire ancora a capire abbastanza bene il francese. Concludiamo la visita al complesso entrando nel mausoleo di Abu Bakr Kaffal Shoshi, un antico studioso e poeta islamico. Un edificio piccolo e non molto memorabile se paragonato a quelli che lo circondano. Il fatto più eclatante è che durante la visita veniamo raggiunti da un gruppetto di italiani, anche loro piuttosto avanti con gli anni. Sia io che Marco non amiamo molto socializzare con i compatrioti che ci capita d’incontrare all’estero e così scappiamo in fretta prima di destare sospetti. In teoria per oggi avremmo esaurito le cose da vedere, ma siccome è ancora presto decidiamo di fare di nuovo una capatina dalle parti della piazza principale di Tashkent. Ancora una volta fermiamo facilmente una della macchine di passaggio che diventa così il nostro taxi. Arriviamo al memoriale per le vittime uzbeke della seconda guerra mondiale. Io ne ero completamente all’oscuro ma ben 400.000 uzbeki sono morti durante quel conflitto, un numero impressionante se si considera che le principali fasi della guerra hanno avuto luogo a migliaia di chilometri da qui. Ovviamente si tratta per lo più di uomini reclutati probabilmente a forza nell’Armata Rossa. Una fiamma perpetua brucia al centro del memoriale, di fianco c’è una statua raffigurante una madre piangente.

Poco distante, lungo due porticati di legno sono appesi dei fogli di metallo posti a mo’ di libri, nei quali sono scritti tutti i nomi dei caduti. Lo stile generale è molto simile a quello di un memoriale costruito in centro a Baku. Gli alberi tutt’intorno e l’erba ben curata levano all’ambiente la sensazione di oppressione che altrimenti avrebbe, rendendo l’atmosfera molto più gradevole. Facciamo un’ultima camminata fino al vicino teatro dell’opera solo perché Marco insiste per vederlo e poi riprendiamo la metropolitana per tornare in ostello. Vogliamo avere tempo libero per riposarci un paio d’ore, stasera infatti dobbiamo uscire a cena con un’amica di Alessandro che vive proprio a Tashkent. Quando arriviamo Alessandro sembra aver recuperato rispetto a stamattina, ma si vede che non è ancora in forma. Ci facciamo una doccia, Marco pisola un’oretta, io leggo un po’ la guida e parlo con Rafa, il gestore dell’ostello. Mi racconta che per ottenere i permessi necessari ad aprirlo e per fare tutti i lavori necessari, lui e il suo socio ci hanno impiegato anni. Qui la burocrazia funziona lentamente e molto spesso, se non si è disposti a pagare di più per sveltire le pratiche, le attese sono ancora più lunghe. D’altronde l’Uzbekistan, secondo molte organizzazioni internazionali, è uno dei paesi più corrotti del mondo. Ora però l’ostello è aperto e sta già cominciando a ricevere le prime recensioni positive su siti come Hostelworld o Tripadvisor. Rafa mi sta molto simpatico ed è molto gentile e disponibile, gli auguro sinceramente di riuscire a portare avanti il suo sogno. Verso le otto e mezza l’amica di Alessandro finalmente arriva. Lui ci spiega che l’ha conosciuta durante il suo periodo di scambio ad Astrakan, una città russa non molto lontana dalle coste del Mar Caspio. Insieme a lei c’è un altro suo amico, Mohamed e sono venuti proprio con la sua macchina. Lui parla abbastanza bene inglese, lei invece si vergogna e parla solo russo. C’è anche Jan con noi e quindi non ci stiamo tutti in un’auto, prendiamo quindi un taxi. Ci portano in quello che a detta loro è un tipico ristorante uzbeko, conosciuto solo dai locali. Non ci mettiamo molto ad arrivare ma siamo decisamente in periferia, nei pressi di quello che credo sia un impianto idroelettrico. Per arrivare al ristorante prendiamo delle scale che scendono parallele ad un ripido canale artificiale che finisce in una sorta di vasca di contenimento da cui poi l’acqua confluisce in un altro canale più grande. I tavoli del ristorante sono tutti piazzati sui bordi di questa grande vasca. Il fragore dell’acqua è costante ma l’aria è fresca e le luci delle tettoie rendono l’ambiente molto accogliente.

Il menù è effettivamente piuttosto ricco e variegato e visti i grandi i dubbi riguardo al cosa provare, decidiamo di attuare la classica tecnica del “un po’ di tutto”: oltre all’obbligatorio tè e al classico pane prendiamo ognuno una zuppa diversa, insalate e salse varie, formaggio fresco e naturalmente del sashlik, lo stesso spiedino di carne della sera prima. La zuppa che scelgo io ha un colore rosso intenso, al suo interno ha verdure varie e quella che credo sia carne di pecora. Il sapore leggermente piccante e le erbe fresche aggiunte alla fine la rendono veramente ottima, anche se non molto leggera. La conversazione si alterna tra l’inglese e il russo ma riesco lo stesso a seguirne il filo. Scopro così alcune notizie molto interessanti sull’Uzbekistan, quelle tipiche informazioni che un qualsiasi visitatore con un po’ di curiosità vorrebbe chiedere ad un locale quando ne ha la possibilità: Mohamed, questo il nome del ragazzo che ha accompagnato l’amica di Alessandro, ci dice che molto spesso la gente qui conosce meglio il russo che l’uzbeko, a Tashkent in particolare. L’uzbeko anzi è spesso considerato una lingua di livello più basso, parlata solo dai campagnoli, il russo invece è più prestigioso. Non è la prima volta che una persona proveniente da un paese centrasiatico fa quest’affermazione ma ne resto comunque sorpreso. Per noi italiani, così fieri della nostra bella lingua, è inconcepibile che un popolo consideri la propria inferiore ad un’altra, specialmente se questa è stata portata da un popolo colonizzatore. Provate a chiedere ad un polacco se parla il russo, probabilmente vi dirà di sì ma che preferisce non farlo se non è necessario. Mohamed ci parla anche dei differenti tipi di pane che troveremo nelle nostre prossime destinazioni: qui a Tashkent è morbido ed è spesso considerato uno dei migliori, quello di Samarcanda ha una forma simile ma è molto più duro, tanto che secondo lui ci si può “uccidere una persona”. Più ad ovest invece, verso le zone desertiche il pane è più piatto e meno saporito. Parlando di religione ci rivela che è vero che la maggior parte della popolazione è musulmana, ma così come in Azerbaigian, il consumo di alcolici è diffuso e per niente proibito e le donne non hanno particolari restrizioni per quanto riguarda l’abbigliamento. Il governo ci tiene alle radici musulmane del paese, ma vuole anche separare la religione dalla politica, un atteggiamento molto pragmatico e tipico dei paesi post-sovietici. Mohamed si offre anche di portarci a visitare una nuova grande moschea che hanno inaugurato da pochissimo fuori città. La cena si rivela molto interessante ma alla fine sento la stanchezza della giornata piombarmi addosso, in più il continuo fragore dell’acqua mi ha decisamente intontito. Ormai siamo gli ultimi rimasti nel ristorante e i camerieri sono visibilmente impazienti di andare a casa. Paghiamo il conto, molto modesto per la quantità di cibo che abbiamo consumato e risaliamo la scalinata verso il parcheggio. Troviamo un’auto che ci fa da taxi, Alessandro va in macchina con Mohamed e la sua amica perché stasera gioca la Juventus e lui, essendo un fan incallito, non vuole perdersi la partita. Il suo piano è di andare nel bar di uno degli hotel internazionali del centro città dove spera la trasmettano. Noi gliel’abbiamo sconsigliato visto che non sta molto bene e che domani dobbiamo alzarci presto per prendere il treno, ma lui non ha sentito ragioni. Non approvo la sua scelta, ma sento comunque una punta di ammirazione nei suoi confronti per la sua fedeltà di tifoso. Salutiamo Mohamed e l’amica di Alessandro ringraziando per la bella serata, lui parla rapidamente col nostro autista, penso spiegandogli dove portarci e infine partiamo. Non riconosco bene la strada che percorriamo ma non me ne preoccupo troppo, almeno finché non ci fermiamo davanti ad una grande moschea bianca. L’autista in russo ci dice che questa è la moschea. Segue un silenzio confuso, rotto sempre dal tassista che aggiunge, “e ora preghiamo Allah”. Un altro silenzio confuso ma stavolta un pochino più solenne, il quale viene nuovamente rotto dal tassista: “Sono 5000 som”. Noi non sappiamo bene come reagire, Marco prova a spiegargli che quello non è l’ostello ma lui dice che è là che Mohamed gli ha detto di portarci. Non capiamo, ma per esperienza sappiamo che discutere con i tassisti non è mai una buona idea e così paghiamo e scendiamo. Una volta scesi la nostra sorpresa è totale, Mohamed non sembra che ci abbia seguito con la sua macchina e per strada non c’è nessuno. Non abbiamo idea di dove siamo, ma decidiamo di fermare una macchina sperando che possa portarci almeno alla stazione dei treni, dalla quale sappiamo come arrivare all’ostello. Proprio mentre siamo tutti e tre con le braccia tese per cercare di fermare le macchine di passaggio, arriva Mohamed. Ci spiega che aveva detto lui al tassista di portarci là e che ci aveva detto durante la cena che voleva portarci a vedere la nuova grande moschea. Effettivamente ce l’aveva menzionato ma non credevamo parlasse sul serio. Quantomeno l’equivoco ci ha portato a vivere un simpatico momento imbarazzante col tassista che di sicuro ricorderemo col sorriso per molto tempo. Rapidamente facciamo il giro della moschea: una gigantesca costruzione di un bianco sfavillante che Mohamed ci dice essere la più grande del paese. Anche il giardino che la circonda è curato in modo maniacale e tutto, dalle panchine ai cestini sembra essere appena uscito dalla confezione. Mohamed ci dice che è stata costruita per ordine diretto del presidente, ne approfitto così per chiedere come è visto il presidente tra la popolazione, la risposta è piuttosto agghiacciante: “Lo rispettiamo, ma allo stesso tempo lo temiamo”. Dalla sua indipendenza nel 1991, l’Uzbekistan ha avuto solo un presidente: Islam Karimov. Ultimo segretario del partito comunista locale prima dell’indipendenza, venne poi proclamato presidente della Repubblica, carica che ricopre tuttora e del quale è rimasto titolare anche grazie a modifiche costituzionali ed elezioni piuttosto sospette. Le ultime hanno avuto luogo proprio poco tempo fa, a marzo: Karimov ha sbaragliato i suoi avversari con uno schiacciante, e aggiungerei anche ridicolo, 90% delle preferenze. Il paese è formalmente una repubblica, ma nella realtà si tratta di un regime autoritario, stessa situazione dei vicini Tagikistan, Kazakistan e Turkmenistan. Anche in Azerbaigian è presente un regime piuttosto autoritario, qui però questo è molto più evidente, grazie soprattutto alle onnipresenti gigantografie del vecchio presidente, morto nel 2003, padre di quello attuale e promosso come una specie di salvatore della patria. Qui a Tashkent devo ancora vedere una gigantografia del presidente e sembra che il controllo sulla popolazione sia mantenuto più che altro grazie alle numerose forze dell’ordine. Con queste considerazioni politiche per la testa finiamo il giro della moschea. Ora ci salutiamo sul serio, Alessandro va con Mohamed e la sua amica e noi riusciamo rapidamente a trovare una macchina che ci offre un passaggio. Stavolta arriviamo davvero in ostello e io ci metto veramente poco per cambiarmi e buttarmi a letto. Voglio essere attivo e sveglio per domani visto che si va nella leggendaria e misteriosa Samarcanda.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Islom_Karimov

Francesco Ricapito Dicembre 2015