Ricapito Francesco

Mamma Vado in Uzbekistan: Parte 6 – Piastrelle Azzurre, Proposte di Matrimonio, Salme che si Allungano e Albano

Pubblicato il: 16 gennaio 2016

Mappa UzbekistanSamarcanda, Emir B&B sabato 25 aprile 2015 ore 00:14

Il nostro risveglio è dolce, gli uccelli cantano nel cortile del B&B, il sole filtra dalle finestre e ho dormito veramente bene. Facciamo colazione e poi ci mettiamo in marcia in modo rapido ed efficiente. Non sono stanco dei miei compagni di viaggio, come mi capita spesso. Dal momento che Alessandro deve cambiare i soldi la nostra prima destinazione è la banca. Già ieri ci aveva provato, ma gli avevano detto di ripassare oggi e infatti questa volta ce la fa, ma impiega comunque una buona mezz’ora. Finalmente siamo liberi di andarcene da quel brutto quartiere moderno, ci aspetta la visita dello Shah-I-Zinda, forse il luogo più spettacolare di Samarcanda. Ci arriviamo in taxi e capiamo subito che questo è l’orario di punta per le visite turistiche. Molti autobus sono parcheggiati lungo la strada che passa davanti all’entrata, lenti gruppi di rumorosi turisti accaldati si muovono come mandrie di pecore verso l’entrata. Alcuni si allontanano in direzione dei bagni, guide turistiche locali li sorvegliano con un’espressione accigliata da cane pastore. Non so se esista una parola per descrivere quella sensazione di fastidio indiscriminato e ingiustificato verso le persone, ma è questo il sentimento che provo ogni volta che mi trovo in situazioni simili. Non sarà un caso se quelli che considero i luoghi più belli che abbia mai visto sono in genere estremamente isolati e splendidamente disabitati. Lo Shah-I-Zinda (Tomba del re vivente) altro non è che un corto viale lungo il quale sono concentrati mausolei decorati con piastrelle smaltate considerate tra le più belle al mondo. Il complesso cominciò a svilupparsi nel VI secolo d.C intorno alla tomba di Qusam-ibn-Abbas, cugino di Maometto e primo diffusore dell’Islam in questi territori. Nel XIV d.C secolo Tamerlano decise di cominciare a seppellire vicino alla tomba di Qusam-ibn-Abbas i suoi familiari e le altre persone a lui care, il complesso si è quindi ingrandito fino a diventare quello oggi visitabile. Già il grande portale d’entrata fa capire che i motivi ricorrenti degli edifici sono gli stessi del Registan e della moschea di Bibi-Khanym: il mattone a vista di color sabbia la fa da padrone assoluto sia sui muri sia sulle scale, che dopo l’entrata portano al viale vero e proprio. Le due file di edifici distano meno di tre metri l’una dall’altra, questo enfatizza la loro ragguardevole altezza.

I numerosi bassorilievi, colonne e rientranze danno una contrastante sensazione di leggerezza e solidità, ogni centimetro quadrato delle facciate è stato utilizzato come elemento decorativo, il blu e l’azzurro sono gli unici colori dominanti. Le piastrelle colorate formano elegantissime fantasie geometriche accompagnate da altrettanto eleganti scritte in arabo lungo i portali. Alcuni mausolei sono più semplici e la facciata presenta solo i mattoni a vista senza decorazioni particolari, gli interni però sono tutti ugualmente decorati nello stesso stile e ognuno al centro ha il suo sarcofago di pietra. A metà viale un lato si apre in uno spiazzo dove ci sono altre tombe e quelle che sembrano le fondamenta di vecchie stanze ormai in disuso.

 

Sarebbe un luogo veramente splendido, se non fosse appunto per il gran numero di turisti. Come se non bastasse, mentre sono in uno dei mausolei ad ammirare le decorazioni interne, entra una coppia che ancor prima che parli capisco essere italiana. Esco subito per cercare di non dare nell’occhio e mi ritrovo circondato da un’intera comitiva di connazionali. Mi blocco, non so cosa fare, un movimento, un dettaglio del mio abbigliamento, una parola, tutto potrebbe far capire che sono italiano pure io. Come se stessi camminando sulle uova, quatto quatto mi allontano e per fortuna nessuno mi nota. Lo so che è antipatico e forse poco corretto, ma io quando mi trovo all’estero detesto conoscere o anche solo incontrare italiani. La causa di quest’intolleranza penso sia dovuta in gran parte ai miei due mesi di esperienza lavorativa in Egitto come animatore in un villaggio turistico gestito da Francorosso. Quest’esperienza da un lato mi ha dato una grande opportunità di entrare in contatto con quello che possiamo considerare il “turista medio italiano”, dall’altro però non ha certo contribuito a migliorare la mia avversione verso i compatrioti conosciuti all’estero. Ascoltare lamentele sul cibo, sulla troppa sabbia, sul caldo, sul fatto che il personale non parlasse italiano ogni giorno per due mesi mi ha fatto capire due cose: la prima è che a noi italiani piace effettivamente viaggiare, la seconda però è che lo facciamo sempre partendo con l’indiscutibile e incontestabile dogma del “a casa è meglio” scolpito nel subconscio. Ogni cosa, dal mangiare al tempo atmosferico e dalla sabbia ai materassi, tutto è meglio in Italia. Certo molto spesso è anche vero visto che viviamo in quello che è da molti considerato il paese più bello del mondo, ciò non toglie che dovremmo imparare anche ad apprezzare altre cose senza pregiudizi. Emblematico in questo senso è il caso di un turista sardo conosciuto proprio in Egitto: era un lunedì e gli ospiti erano arrivati la sera prima. Come ogni lunedì mattina avevo cominciato il giro della spiaggia per conoscere i nuovi ospiti, quando sono arrivato da questo signore gli ho fatto le solite domande di rito del primo giorno: “Vi piace la spiaggia? Come vi sembra l’acqua?” La sua risposta fu la seguente: “Sì sì molto bello, però in Sardegna è meglio!”

Continuando a tenere d’occhio la comitiva di italiani proseguo la visita. Il viale termina in una strettoia con tre mausolei che sono la conclusione perfetta per questo complesso architettonico e che naturalmente sono decorati con la stessa eleganza degli edifici precedenti. In quello a destra si trova la tomba del “re vivente”, entro per dare un’occhiata e attraverso una serie di stanze basse e poco illuminate. La più interna non è molto grande ma piena di gente, sono tutti in piedi vicino alle pareti in atteggiamento di preghiera, un celebrante canta qualche inno in arabo e c’è una palpabile sensazione di sacralità. Mi aggiungo pure io al gruppo e per qualche minuto osservo in silenzio questo rituale, immergendomi appieno nell’atmosfera religiosa del momento. Io non sono un credente, tuttavia apprezzo sempre le persone di fede. Quando esco la mia momentanea sensazione di pace interiore viene brutalmente infranta: Marco si è fatto scoprire e sta parlando con alcuni italiani. Appena mi vede, mi indica ai suoi interlocutori e così non ho più scampo. Saluto educatamente e ascolto Marco che scambia qualche parola con loro, partecipando il meno possibile. Non ascolto nemmeno cosa stanno dicendo però capisco che devono pensare che siamo matti ad andare in giro per questo paese senza una guida. Quando ci salutiamo Marco ed Alessandro vanno a vedere il sacrario interno, io e Jan superiamo gli ultimi mausolei e saliamo la bassa collina dietro ad essi, arrivando così ad un grande cimitero. Il terreno è cosparso di piccole colline quindi le tombe sono spesso in pendenza e non è raro che siano anche piuttosto storte. Molte sono circondate da un basso recinto di ferro, nel quale in alcuni casi ci sono piccoli tavoli con panche. Ne ho viste di simili anche in Azerbaigian e credo che la loro presenza sia spiegata dal fatto che in alcune famiglie sia tradizione visitare il defunto nel giorno dell’anniversario della morte e fare una sorta di pic-nic in suo onore. Noi viviamo i funerali come momenti tristi però in passato erano occasioni per incontrarsi e mangiare insieme. Sinceramente devo dire che preferisco questo tipo di commemorazione più allegra: al mio funerale vorrei che la gente potesse stare in compagnia e mangiare qualcosa piuttosto che piangere e disperarsi. Passeggiamo per il cimitero mentre aspettiamo che Alessandro e Marco ci raggiungano. Quando arrivano decidiamo che è tempo di procacciarci del cibo. Siamo abbastanza vicini alla moschea di Bibi-Khanym che abbiamo visitato ieri, di fianco c’è il bazar: sicuramente un buon posto per cercare da mangiare. Grazie alle indicazioni della guida troviamo subito una bella casa da tè proprio al centro del bazar. Dentro è molto caotica e affollata, per fortuna ci sono dei tavoli anche all’esterno, sotto una bella tettoia di legno. Non vedo nemmeno uno straniero tra i clienti e la cosa mi conforta. Una giovane cameriera dall’aria imbarazzata prende le nostre ordinazioni e torna subito col pane e col tè. Non distante dal nostro tavolo, c’è un folto gruppo di signore uzbeke molto pittoresche nei loro bellissimi abiti colorati. Quando Alessandro, proprio quello tra noi che parla meglio il russo, passa accanto alla loro tavolata, non esitano a fermarlo per chiedergli da dove viene. Sono tutte sedute sui tradizionali tavoli rialzati, , sorseggiano il tè e, dal momento che non hanno borse della spesa con lor, credo che si siano incontrate solo per il piacere di vedersi. Sono tutte sulla cinquantina, portano un velo intorno alla testa e, per essere gentili, non sono proprio filiformi. Non capisco molto di quello che dicono ma dal tono che usano, dal fatto che spesso parlano tutte insieme, o che a turno fanno dei commenti che fanno sganasciare le altre, o anche solo da come si muovono, mi trasmettono un’allegria incredibile. La coda di Alessandro è indiscutibilmente la cosa che le attira di più, la vogliono anche toccare, come per controllare che sia vera. Lui si presta con disinvoltura, lo sappiamo tutti che ha una passione per le donne post-sovietiche.

Un paio di loro ci dicono che sarebbero contente di farci conoscere le loro figlie, non gli dispiacerebbe avere un genero occidentale. Anche le signore che abbiamo incontrato ieri sera erano passate rapidamente alle proposte matrimoniali, comincio a pensare che siamo effettivamente molto belli per gli standard uzbeki e sorrido pensando alla faccia che farebbero i miei genitori se dovessi tornare a casa con una moglie uzbeka. Naturalmente non possiamo non farci una foto con loro. A turno ci mettiamo in posa. Loro sorridono mostrando quella finta modestia che tutte le donne di ogni età mostrano quando gli si chiede di fare una foto. Notiamo che hanno tutte almeno un dente d’oro. Da noi ormai non si usa più, ma da queste parti fino a poco tempo fa era piuttosto comune. Anche in Azerbaigian è facilissimo vedere persone, anche trentenni, con denti d’oro. I nostri piatti sono arrivati e così salutiamo quest’allegra e chiassosa combriccola e torniamo al nostro tavolo. Io ho ordinato una specie di grandi tortellini ripieni di carne e serviti con panna acida, non sono riuscito a capirne il nome però assomigliano molto ai khinkali georgiani. Il ripieno è abbondante è gli ingredienti sono freschi, tuttavia li trovo leggermente troppo cotti. Prima di lasciare il bazar facciamo una rapida passeggiata, non è molto grande ma questo non vuol dire che ci siano meno merci, ma solo che sono più concentrate. La maggior parte dei venditori sono donne e naturalmente ogni zona del bazar è dedicata ad un genere specifico di prodotti. In questi casi le mie bancarelle preferite sono sempre quelle della frutta e della verdura perché sono le più colorate e le più animate. Molte signore hanno semplicemente steso un telo per terra per posarci la merce, altre invece hanno un piccolo carretto e cassette di legno. Il premio fantasia però va senza dubbio alle venditrici di pane, che hanno posizionato le loro pagnotte dentro a delle carrozzine.

Lasciamo il bazar e prendiamo un taxi verso la nostra prossima destinazione, la tomba del profeta Daniele, quello della Bibbia. Le sue spoglie furono portate qui da Tamerlano nel V secolo d.C. dall’Iran, dove tuttora si trova la tomba originale. Per entrare nel sito naturalmente si paga un costoso biglietto. Saliamo una scalinata costruita lungo il crinale di una collina e arriviamo ad una piccola costruzione di pianta rettangolare sormontata da cinque piccole cupole. Attraverso delle finestrelle si può guardare dentro l’edificio dove è conservato il corpo del profeta, in un sarcofago lungo 18 metri!

Secondo la leggenda infatti il suo corpo cresce col passare del tempo ed è perciò necessario ingrandire continuamente il sarcofago. Il sito non è all’altezza degli altri monumenti di Samarcanda, si tratta però di un’interessante curiosità. Anche in questo caso l’attenzione dei visitatori locali è più per noi che per la tomba e non sfuggiamo ad alcune donne che ci chiedono di fare una foto con loro. Con questo avremmo finito le mete da visitare, tuttavia Marco spulciando la mappa sulla guida ha trovato qualcosa che gli interessa: dopo che ieri ci ha portato nel quartiere ebraico, oggi non sono più tanto sorpreso quando ci propone di andare a vedere la chiesa armena di Samarcanda. Tra l’altro oggi si celebra anche il ricordo del centenario del genocidio armeno. Prendiamo un altro taxi e torniamo così verso il centro città, una volta scesi non è difficile individuare il basso campanile che si erge tra le case. La chiesa è recente, ha una pianta rettangolare e il campanile si trova sopra il tetto, come vuole la tradizione armena.

Dentro non c’è nessuno, ma capiamo che stamattina dev’esserci stata una celebrazione per il ricordo del genocidio: ci sono parecchie candele accese e molte decorazioni sembrano essere provvisorie. Marco accende una candela e poi usciamo. Vicino alla chiesa armena sorge quella russo ortodossa, più antica e più grande. Questa mescolanza di popoli è senza dubbio il risultato di decenni di dominio russo nonché della mania sovietica di “spostare gente” come ama dire Alessandro. Ho già avuto modo di vedere alcuni risultati di queste politiche, in Azerbaigian mi sono imbattuto in un villaggio ebreo ai piedi delle montagne e in un altro piccolo paese che in passato era abitato da tedeschi. Queste mie precedenti esperienze non aiutano a sminuire lo stupore che provo quando Marco sulla mappa ci mostra un “tempio coreano”. Spinti dalla curiosità decidiamo di andare a vederlo. Impieghiamo almeno mezz’ora per capire dove si trovi, nessuno sa darci indicazioni sull’esistenza di questo tempio. Alla fine ci arriviamo, io non sapevo cosa aspettarmi in verità, forse un qualche edificio dalle forme asiatiche eleganti e sinuose, qualcosa di simile ad una pagoda. Niente di tutto ciò, due mura oblique che continuano verso l’alto, qualche scalino, un paio di finestre quadrate formano un’entrata piuttosto deludente.

La porta è aperta e ci ritroviamo in una vera e propria chiesa con tanto di panche, altare e organo. Alcune persone stanno facendo le pulizie e non sembrano badarci troppo. Alessandro prende l’iniziativa e chiede qualche informazione ad un uomo sulla trentina intento a pulire l’altare e che, dai tratti somatici, sembra coreano. Scopriamo che questa è veramente una chiesa, in passato era utilizzata dalla folta comunità coreana, oggi però i membri della comunità sono molto diminuiti e si riuniscono in un villaggio poco fuori Samarcanda. Non riusciamo a capire molto altro di questa misteriosa chiesa, neanche se sia cattolica, ortodossa, protestante o altro. Quando usciamo abbiamo terminato la lista delle cose bizzarre da vedere a Samarcanda ed è tempo di dirigerci verso l’ostello. Siamo tutti piuttosto stanchi ma proprio mentre siamo a pochi minuti di cammino dall’agognata camera ecco che l’imprevisto si manifesta sotto forma di una signora sulla trentina, vestita in modo elegante e molto educata che ci chiede in un inglese ottimo per gli standard locali: “Scusate, voi siete stranieri?” Alla nostra risposta affermativa, lei ci spiega che è un’insegnante d’inglese e che oggi sta facendo un’attività con i suoi studenti: li ha portati fuori per fargli conoscere qualche turista e poter parlare in inglese. Gli studenti sono quattro ragazzi sui quattordici anni, imbarazzati quanto noi. L’insegnante c’invita ad andare a vedere il Registan, anche se l’abbiamo già visitato ieri non riusciamo a dire di no e così c’incamminiamo. All’inizio è solo l’insegnante a condurre la conversazione, ma piano piano anche gli studenti prendono coraggio e cominciano a rispondere alle nostre domande. Parlano abbastanza bene l’inglese e sembrano sinceramente curiosi di farci qualche domanda sui nostri paesi, vogliono sapere cosa ne pensiamo di Samarcanda e dell’Uzbekistan. Tra i loro argomenti preferiti c’è naturalmente il calcio e noto con stupore che sono più informati di me sull’andamento del campionato italiano. Arriviamo al belvedere che dà sul Registan e qui non possiamo esimerci dal farci una foto tutti insieme.

 

Segue un momento d’imbarazzo in cui nemmeno l’insegnante sembra sapere cosa fare. Per fortuna ci pensa Marco che con uno dei suoi soliti colpi di genio propone di andare tutti a prendere un tè. Loro sembrano esitare ma poi si convincono, andiamo così nel locale dove abbiamo pranzato ieri e ci sediamo su uno dei tradizionali tavoli rialzati nella ventilata terrazza al primo piano. La conversazione ora verte sui nostri studi e su cosa ci piacerebbe fare nella vita. Rivolgiamo poi la stessa domanda ai ragazzi: uno vorrebbe diventare poliziotto come suo padre, ad un altro piace l’architettura, al terzo la matematica e l’ultimo non ha ancora le idee chiare. Hanno superato la timidezza iniziale e si vede che hanno preso confidenza. Sono tutti molto carini e ci ripetono molte volte che sono contenti di poter vedere numerosi stranieri che visitano la città. La compagnia è piacevole ma siamo tutti e quattro stanchi e desiderosi di tornare in ostello, salutiamo ringraziando per la compagnia e c’incamminiamo. Per cena decidiamo di andare a provare un ristorante che si trova nella stessa piazzetta di quello dove abbiamo cenato ieri e che ci sembrava altrettanto valido. A noi si aggiunge una coppia di turisti russi che abbiamo appena conosciuto e dall’apparenza molto simpatica. Come ieri ripercorriamo le viuzze interne del quartiere residenziale dove ci troviamo e arriviamo alla piazzetta. Il ristorante ha un cortile interno dove ci sono la maggior parte dei tavoli, gli altri avventori sono tutti uomini uzbeki, di donne neanche l’ombra. Anche oggi il menù non sembra offrire molto altro oltre al sashlik e ai suoi soliti condimenti di cipolle crude e salse varie. La vera sorpresa arriva dagli schermi televisivi presenti nel ristorante: ad un certo punto cominciano a trasmettere nientemeno che un concerto di Albano Carrisi! Io sapevo che all’estero i cantanti italiani più conosciuti sono quelli più datati come Toto Cutugno, Adriano Celentano e Albano, ma vedere un suo concerto trasmesso alla televisione in un ristorante di basso livello nella periferia di Samarcanda va oltre ogni mia più fervida immaginazione. Scatto una foto allo schermo perché sono sicuro che nessuno mi crederà quando lo racconterò.

La cena è piacevole e i due russi sono molto simpatici. Quando torniamo in ostello condividono con noi una bottiglia di rum che hanno comprato in aeroporto e questo segna la fine della nostra giornata. Domani ci aspetta il treno per Buchara, altra città che per secoli è rimasta nell’immaginario popolare grazie alla sua fama di luogo esotico e inaccessibile.

Per approfondire:

https://en.wikipedia.org/wiki/Shah-i-Zinda

Francesco Ricapito Gennaio 2016