Ricapito Francesco

Mamma Vado in Uzbekistan: Parte 8 – Bukhara, la Figlia del Rabbino, la Fortezza dell’Emiro e le Mutande Nazionaliste

Pubblicato il: 8 febbraio 2016

Mappa UzbekistanBukhara, B&B Rustam – Zuxro Domenica 26 aprile 2015 ore 23:36

Ci sono le nuvole oggi sopra Bukhara, sembra quasi che debba piovere da un momento all’altro. Il programma odierno è già abbastanza nutrito, ma Marco propone un’aggiunta: una visita al quartiere ebraico. Si tratta di una buona idea: la comunità ebraica di Bukhara è una delle più antiche dell’Uzbekistan, i primi ebrei arrivarono qui tra il XII e il XIII secolo e col passare degli anni svilupparono una lingua tutta loro molto simile al persiano e che utilizza l’alfabeto ebraico. Oggi in città sono rimaste solo poche centinaia di persone ma sembra che durante il periodo della dominazione sovietica gli ebrei rappresentassero una percentuale molto più consistente della popolazione cittadina. Prima di uscire dobbiamo pensare al trasporto per domani: vogliamo arrivare a Khiva, 450 chilometri più ad ovest e visto che non ci sono treni e siamo in quattro il metodo migliore è noleggiare un taxi. La scorbutica padrona dell’ostello già ieri ci aveva detto che era disponibile a prenotarne uno per noi, probabilmente ha qualche accordo con degli amici tassisti. La troviamo esattamente dove l’avevamo lasciata il giorno prima: seduta su un divanetto all’entrata, intenta a contare con avidità grandi mazzette di banconote. Mi chiedo come un personaggio del genere abbia potuto generare una creatura celestiale e aggraziata come la figlia che ieri ci ha accompagnato a vedere la camera e di cui sia io che Marco ci siamo perdutamente invaghiti. La signora accetta di prenotarci un taxi per domattina alle 8, il prezzo non è proprio economico, ma abbastanza equo dal momento che sono pur sempre sei ore di viaggio. La lasciamo alle sue banconote e usciamo dall’ostello. Il quartiere ebraico non è lontano e non sembra molto diverso dal resto della città: vicoli stretti, strade raramente asfaltate, case basse con i tubi a vista e un generale predominio del color sabbia. In una di queste stradine c’imbattiamo in un curioso cartello indicante “Hotel O’Trirbek 3 m” e che si trova esattamente davanti all’entrata dell’Hotel.

Incontriamo anche una spettacolare Lada giallo pastello parcheggiata tra le case. Chiedendo informazioni ad un passante e riusciamo a farci portare alla casa di quello che, da quel che capiamo, è uno degli esponenti più importanti della comunità. Sua figlia ci apre la porta e ci dice di aspettare perché il padre è impegnato. Dopo qualche minuto un uomo sulla quarantina esce vestito con una traversa bianca di tela cerata e un coltello nella mano destra. Saluta l’uomo che ci ha portato là e ci spiega che al momento è impegnato perché deve uccidere l’agnello, non ha quindi tempo per parlare con noi. Con fare piuttosto brusco ci saluta e se ne va. Quantomeno abbiamo regalato al povero agnello qualche minuto di vita in più. Lo stesso uomo che ci ha portato qui ora ci guida fino alla sinagoga. Arrivati, bussa alla porta della casa di fianco, ne esce una bambina sui dodici anni: è la figlia del rabbino, il quale al momento non è in casa. Non sembra troppo sorpresa di vederci e, dopo aver preso un mazzo di chiavi, ci fa entrare nella sinagoga. Arriviamo in un cortile interno le cui mura sono ricoperte di foto, quadri, decorazioni e simboli religiosi. Molte foto raccontano la storia della comunità ebraica di Bukhara e raffigurano soprattutto famiglie e coppie più o meno giovani. Di fianco al cortile c’è la stanza con la sinagoga vera e propria: i muri sono decorati con scritte e drappi raffiguranti i principali simboli della cultura ebraica. Lo stile è decisamente diverso dalla sinagoga di Samarcanda, dove l’ambiente era più sobrio ma allo stesso tempo più elegante. Qui sembra quasi di trovarsi nella camera di un teen-ager che ha appeso ai muri poster e foto delle sue band preferite. Questo stile rende l’ambiente più vivo e dinamico, gli dà un’aura di giovinezza e di freschezza, resta però chiaro che ci si trova in un luogo pieno di storia.

Vicino all’entrata noto un vaso pieno di monete, sono som, monete uzbeke ancora valide ma che, con la grande inflazione che ha colpito il paese negli ultimi anni, sono diventate praticamente inutili. Prima che entrasse in vigore l’euro anche in Italia con una lira non ci si faceva nulla, qui è lo stesso con le monete da uno o due som. Nel mucchio trovo anche una moneta da un centesimo di som, Alessandro mi dice aver letto in qualche guida che quella è la moneta di più scarso valore in tutto il mondo. Non posso farmela sfuggire, chiedo alla bambina se posso comprarla insieme anche a qualche altra e lei è ben contenta di accettare mille som in cambio. Alessandro conclude lo stesso affare e dallo sguardo compiaciuto della bambina capisco che probabilmente le abbiamo appena dato i fondi necessari per una scorta settimanale di dolcetti. Usciamo e ringraziamo la nostra giovane guida. Torniamo verso il centro città, quasi per caso noto che molte delle porte delle case hanno due batacchi per bussare: mi sono già imbattuto in questa bizzarra usanza in Tunisia e mi è stato detto che è molto comune nei paesi musulmani. I due batacchi producono un rumore diverso, uno viene usato dalle donne e uno dagli uomini. Questo perché se l’ospite è un uomo, le donne della casa sentendo il rumore del batacchio per gli uomini dovranno subito coprirsi e magari cominciare a preparare del tè per l’ospite. Passiamo di fianco ad alcune madrase non segnalate nella mappa e notiamo con disappunto che molte sono in pessimo stato: sono circondate da staccionate malandate e parti delle loro mura cadono letteralmente a pezzi. L’impressione è che, come succede spesso, la concentrazione di molti beni culturali in un solo luogo porti a trascurare quelli meno importanti o meno visitati. Purtroppo ho percepito la stessa tendenza anche in Italia. Sempre camminando per le strette viuzze dei quartieri popolari di Bukhara arriviamo al Char Minar, una edificio molto piccolo e che sembra essere uscito da una scatola di Playmobil, la marca di costruzioni giocattolo che fa concorrenza alla Lego. Il nome significa “quattro minareti” e la sua funzione era quella di ospitare il corpo di guardia di una madrasa adiacente che oggi non esiste più. I quattro minareti che la caratterizzano sono in verità semplici torri decorative e la pianta dell’edificio è talmente piccola che questi sono curiosamente vicini tra di loro. Seguendo lo stile tradizionale uzbeko sono decorati con piastrelle azzurre sulla cima, a parte questo l’edificio è molto semplice. Viene quasi voglia di afferrarlo e metterselo in tasca come un qualunque souvenir. Non a caso questo è proprio l’edificio che si trova sulla copertina dell’ultima edizione sull’Asia Centrale della Lonely Planet.

Di fronte al Char Minar c’è un negozio di souvenir con in bella mostra una serie di uniformi sovietiche piene di spille e medaglie. La storia recente è ormai diventata un curioso oggetto-ricordo da rivendere ai turisti occidentali in cerca di stravaganze. La curiosità verso quel “grande mostro” che era l’Unione Sovietica è, secondo me, un fenomeno destinato a crescere in futuro, soprattutto nel mondo occidentale. Torniamo verso il centro città per raggiungere la fortezza, nostra prossima meta. Ci fermiamo qualche minuto per fotografare la Maghoki-Attar: è la moschea più antica dell’Asia Centrale e uno dei luoghi di culto più sacri di Bukhara. Sotto le sue fondamenta sono stati trovati i resti di un tempio zoroastriano del V secolo e di un tempio Buddhista addirittura precedente. Leggenda vuole che la moschea sopravvisse alla furia distruttiva dei mongoli, perché gli abitanti di Buchara la seppellirono sotto la sabbia. In effetti l’entrata è qualche metro più in basso rispetto alla strada. La facciata e i muri trasmettono tutta l’antichità della moschea e anche se non si tratta dell’edificio più spettacolare della città, vale comunque la pena visitarla.

Per arrivare alla fortezza ripassiamo davanti al mercato Shariston, uno dei pochi luoghi ancora frequentati dagli abitanti di Bukhara e dove si possono acquistare oggetti d’artigianato, tappeti e gioielli. Ieri quando siamo arrivati era già deserto ma oggi è in piena attività e così ci fermiamo. Tappeti di tutte le dimensioni fanno bella mostra di sé dalle terrazze degli edifici che lo circondano, ondeggiando pigramente al vento. Quando non sono attaccati alle terrazze, sono sostenuti da semplici impalcature costruite sopra gli edifici che ospitano i negozi. La parte dedicata ai gioiellieri è coperta e più ristretta, si vendono collane, orecchini, braccialetti, vari oggetti in oro e argento e anche orologi. Dove c’è un bazar in genere ci sono anche ristoranti, tavole calde, case da tè o venditori di cibo di strada, d’altronde far compere mette fame in ogni angolo del globo. Spesso sono luoghi che i turisti non notano e che appunto per questo sono riusciti a mantenere la loro originalità. Stavolta ne troviamo solo uno: letteralmente una stanza di tre metri per dieci con due tavoli da quattro persone. I muri sono del tutto spogli, le sedie sono consunte e le tovaglie hanno una discutibile fantasia di frutta. Ad attirarci qui è stato il buonissimo odore e i numerosi clienti che se ne vanno con sacchetti di plastica dai quali esce lo stesso ottimo profumo che pervade il locale. Oggi è il nostro giorno fortunato, abbiamo trovato il posto che fa il somsa migliore della città: il somsa è uno degli spuntini preferiti dagli uzbeki e consiste in un triangolo di pastasfoglia ripieno di cipolla e carne d’agnello. Ne ordiniamo un paio a testa, insieme al tradizionale tè verde di cui ormai non possiamo più fare a meno. Ai fornelli c’è una signora, aiutata da quella che credo sia sua figlia. L’odorino di pastasfoglia calda è veramente una tortura mentre aspettiamo che arrivino i nostri piatti e nel frattempo la processione di persone che viene a prendere i loro somsa da portare a casa continua a ritmo continuo. I nostri ci vengono serviti con dell’ottima salsina a base di pomodoro, prezzemolo e altre spezie, che si sposa benissimo con la carne di agnello. Capiamo presto che forse siamo stati frettolosi ad ordinarne due: sembrano piccoli e innocui ma in verità sono molto sostanziosi e riempiono in fretta. Oltre alla cipolla e alla carne contengono chiaramente qualche altra spezia che ne esalta il sapore. Un piatto semplice, ma veramente ottimo. Il tè ci aiuta a finire anche il secondo somsa, ce ne andiamo felici e a stomaco pieno, ringraziando di cuore le proprietarie.

In pochi minuti arriviamo all’Ark, la fortezza di Bukhara che in passato fungeva da residenza degli emiri e che oggi è stata trasformata in un grande museo. Venne costruita nel V secolo d.C e da allora venne abitata ininterrottamente fino al 1920, quando fu bombardata dall’Armata Rossa. Le mura hanno una curiosa angolazione e una strana forma tondeggiante, saranno alte circa venti metri e sono sormontate da una fila di merli. Una rampa conduce ad un ingresso decorato da due torri di guardia molto simili a minareti. Davanti a questa rampa vi è un grande spiazzo dove decine di turisti sono intenti a scattare foto.

Questo è il luogo in cui i due sventurati ufficiali inglesi, Stoddart e Connolly, vennero fatti giustiziare dall’Emiro di Bukhara dopo essere stati tenuti prigionieri per mesi in condizioni terribili. Nessuno degli astanti però sembra interessato a questi avvenimenti passati, l’attenzione generale è concentrata su un’adorabile cammello “parcheggiato” nello spiazzo e con cui ci si può scattare una foto lasciando qualche som al proprietario. Saliamo la rampa ed entriamo nella fortezza, non ci sono molti altri visitatori stranieri a parte noi, la maggior parte sono gruppi o famiglie di uzbeki. Il primo edificio che troviamo è la Moschea del Venerdì, di forma quadrata e con eleganti decorazioni in legno. Più avanti è situata una corte interna dove avvenivano le udienze e le incoronazioni degli emiri. Le colonne di legno che sorreggono il porticato sono talmente sottili che sembra debbano collassare da un momento all’altro. La corte successiva è quella delle stalle, la visita poi prosegue in alcune stanze interne dove sono stati allestiti piccoli musei sulla storia della fortezza e della città. Non voglio certo diminuire l’importanza storica di questo complesso, però non mi entusiasma troppo. Così come ci era già successo a Samarcanda, anche qui veniamo spesso approcciati da altri turisti uzbeki che vogliono farsi una foto con noi, le più notevoli sono quattro ragazze che ridacchiano eccitate mentre scattiamo. Quando usciamo ci basta attraversare la strada per arrivare alla moschea Bolo-Hauz, costruita nel 1718 e da allora luogo di culto ufficiale per gli emiri. Di fronte c’è una delle vasche di raccolta dell’acqua per cui Bukhara era un tempo famosa. Anche in questo caso le colonne di legno poste davanti alla moschea sembrano essere decisamente troppo sottili per il peso che devono reggere.

Di fianco alla moschea noto subito un bellissimo minareto che è molto simile a quello Kalon nel centro storico, con l’unica differenza che questo sarà alto al massimo dieci metri. Come per il Char Minar viene quasi voglia di metterselo in tasca e portarlo a casa per usarlo come soprammobile. Proseguiamo oltre la moschea, allontanandoci dall’Ark, raggiungiamo così il parco pubblico Samani. Qui troviamo il Mausoleo Chasma Ayub, che tradotto significa “fonte di Giobbe”, secondo la tradizione infatti un tale di nome Giobbe qui fece scaturire l’acqua dal terreno colpendolo con un bastone. Non siamo sicuri se tale Giobbe corrisponda alla figura biblica ma ci riproponiamo di cercare più informazioni la porssima volta che troviamo una connessione. All’interno dell’edificio è stato allestito un museo dedicato alla storia del sistema idrico di Bukhara, una scelta senza dubbio appropriata. Poco distante troviamo il Mausoleo di Ismail Samani, da cui il parco ha preso il nome. Costui fu il fondatore della dinastia samanide, una di quelle che regnarono su Bukhara nel corso dei secoli, la costruzione risale al 905 d.C. ed è molto particolare: la pianta è quadrata, agli angoli ci sono delle semicolonne e il tetto è sormontato da una cupola e, anche se non sembra, le mura sono spesse due metri. Questa grande solidità strutturale è nascosta grazie alle squisite incisioni con cui sono decorate sia la parte interna che quella interna: migliaia di cerchi, rombi e quadrati danno all’edificio una leggerezza quasi irreale. Non esitiamo perciò a pagare il biglietto e ad entrare nel mausoleo.

Sono veramente colpito dagli edifici di Bukhara: lo stile generale è elegante, certamente maestoso ma non esagerato, s’imprime nella memoria utilizzando forme e decorazioni semplici, basilari, ma posizionate in modo impeccabile, creando un equilibrio quasi magico. All’altro lato del parco, nei pressi di una tristissima area-giochi abbandonata, troviamo uno dei pochi tratti ancora interi delle originarie mura cittadine. Una volta queste erano lunghe in tutto dodici chilometri, oggi ne restano a malapena due e mezzo e non ci mettiamo molto a capire perché: le mura sembrano essere costruite con semplice fango secco. Sono sicuro che all’interno siano in verità più robuste, ma la parte più esterna è facilmente scalfibile perfino con le unghie. Alcuni pali di legno affiorano dalle mura: oltre ad avere una funzione strutturale probabilmente in passato servivano anche a sorreggere qualche tipo di costruzione sopraelevata. Con un paio di salti ci arrampichiamo fino in cima e abbiamo così una bella panoramica sul circondario: da una parte vediamo le cupole delle moschee e le sommità dei minareti del centro storico, dall’altra invece una strada molto trafficata e un bazar. Incuriositi scendiamo verso il bazar, nonostante sia tardo pomeriggio c’è ancora molta gente e tutti ci guardano con sguardo interrogativo. Passeggiamo pigramente per le bancarelle notando come si tratti di un vero e proprio supermercato per la casa: dai rubinetti alle tende, dalle porte agli asciugamani, una specie di Ikea in stile uzbeko. In particolare rimango affascinato da una piccola bancarella che vende solo scope alte mezzo metro.

Alessandro si ferma da una signora che vende intimo maschile e, quasi come avesse trovato un tesoro, solleva da un mucchio di mutande un paio di boxer blu scuro con sull’elastico la scritta “Russia” in cirillico e poco sotto una bella aquila zarista, simbolo appunto della Russia. Costano l’equivalente di cinquanta centesimi e allora nemmeno io resisto al fascino del kitsch, ne trovo un paio nero e me lo compro. Con questa gita al bazar termina la nostra giornata, torniamo in ostello per una doccia e per riposarci. Poco prima di arrivare riesco finalmente a trovare un momento per fare una foto alla statua di Hoja Nasruddin, il cosìddetto “folle saggio”, un personaggio leggendario che compare in molte favole sufi e che noi conosciamo più con il nome di Giufà. Io personalmente lo conosco perché alle elementari la maestra ci aveva letto qualcuno dei suoi divertenti racconti, che, per quel che mi ricordo, assomigliavano molto a barzellette. La statua lo raffigura a cavallo di un asino mentre saluta una folla immaginaria. A quanto pare tutti gli uzbeki che visitano Bukhara vengono qui a farsi una foto con la statua, e tutti, ma proprio tutti i bambini vogliono salire in groppa all’asino. La statua è in metallo ma ciò nonostante è possibile vedere l’usura causata dal gran numero di visitatori, in molti punti infatti il metallo è più chiaro e consumato.

Tornati in ostello rimaniamo di nuovo delusi per non vedere la bellissima figlia della proprietaria, cominciamo a pensare di aver avuto un’allucinazione collettiva e di essercela immaginata. Mangiamo lì, nell’elegante cortile interno, accompagnati da un piacevole venticello secco che spazza via il clima umido della giornata. Dopo cena io e Alessandro usciamo per una rapida passeggiata. Troviamo un negozio aperto e ci concediamo una birra seduti di fianco alla grande vasca nella piazza vicino all’ostello. Dall’altra parte un elegante locale offre musica ad alto volume per i turisti, per fortuna la spengono quasi subito. Anche stasera l’atmosfera è molto particolare: ci sono pochi rumori, il vento soffia leggero senza farci capire bene da dove e basta un respiro profondo per rilassarsi istantaneamente. Mi godo il momento e assaporo la sensazione di trovarmi così lontano da casa in un luogo in cui mai avrei pensato di andare, ma che si è rivelato pieno di sorprese e di fascino. Andiamo a letto in pace col mondo e pronti ad affrontare le sei ore di viaggio attraverso la regione desertica che ci separano da Khiva.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Bukhara

https://it.wikipedia.org/wiki/Nasreddin_Khoja

Francesco Ricapito Gennaio 2016