Ricapito Francesco

Lo Stagista Che Andò In Kosovo: Parte 6 – Una Chiesa Metaforica e Gli Studi Della Televisione Nazionale

Pubblicato il: 14 maggio 2016

Mappa KosovoPristina      Sabato 23 gennaio 2016

Il primo incontro della giornata è nell’Università di Pristina, a dieci minuti di cammino da casa di Kushtrim. Essendo sabato non ci sono molti studenti in giro e la struttura mi è parsa più una scuola decadente che un’università. Credo che in qualche modo il vecchio edificio abbia resistito alla guerra e che in seguito sia stato restaurato per non dover costruirne un altro. Saliamo al primo piano ed entriamo in una classe dove ci aspetta Vjollca Krsniqi, professoressa di Sociologia. Una signora di mezza età, molto alla mano e dai modi gentili e pazienti.

Comincia parlando dell’Università: il numero degli studenti è andato aumentando negli ultimi anni, in particolare quello delle studentesse. Ultimamente si sono anche aperti ad alcuni programmi di scambio, oltre a mandare studenti in Europa e in America ne ricevono di stranieri, in pratica la stessa idea di fondo dell’Eramsus. Continua spiegandoci del processo di “nation building” ossia di costruzione nazionale, attualmente in atto in Kosovo: uno dei grandi problemi secondo lei è che durante e dopo la guerra, i serbi, i rom e le altre minoranze etniche se ne sono andate dalle città, mentre gli albanesi hanno seguito un flusso opposto, trasferendosi nei centri urbani. Questo ha creato una situazione di separazione fisica tra i vari gruppi, lo stesso fenomeno che secondo lei sta avvenendo con la numerosa comunità d’internazionali che vive soprattutto a Pristina, la quale perde sempre più contatto con la popolazione. Ci spiega che sono stati proprio le missioni internazionali ad introdurre valori e idee tipiche dell’occidente come il neoliberismo, la modernizzazione, il fascino del successo e della ricchezza a cui tutti possono e devono aspirare. Ideali che prima non facevano parte della cultura popolare, così come la classica divisione politica tra destra, sinistra e centro. Sono questi degli schemi importati da fuori ed instaurati a forza. Ciò nonostante secondo lei la popolazione kosovara mediamente vuole entrare a far parte della famiglia europea e vive come una profonda ingiustizia il fatto che al momento i kosovari siano gli unici cittadini dei Balcani che hanno bisogno del famoso visto Schengen per entrare in un paese europeo. La sua opinione è che l’obiettivo dell’Unione Europea per ora è solo di contenere il problema Kosovo e non di risolverlo. Non crede che l’entrata nell’Unione avverrà nel breve periodo e per questo non è ottimista per il futuro del suo paese, questa repressione infatti potrebbe avere effetti deflagranti sulla giovanissima popolazione, che si sente rinchiusa e vittima di una profonda ingiustizia.

Le domande che seguono approfondiscono questi temi, una in particolare riguarda la sua opinione sul movimento Vëtemendosje, che tanto ci ha colpito quando ne abbiamo incontrato alcuni esponenti il primo giorno. Secondo lei si tratta di un interessante esempio di movimento sociale, anche perché assomiglia molto a quelli post-coloniali sorti dopo la seconda guerra mondiale. Legata alla discussione su questo movimento c’è pure la questione della bandiera albanese spesso utilizzata al posto di quella ufficiale kosovara. Secondo le statistiche, solo un terzo della popolazione nazionale si definisce kosovaro e anche in quel caso spesso ammette di considerare più rappresentativa la bandiera rossa con l’aquila nera. Per la professoressa questo è forse l’esempio migliore di quello che ci diceva prima sulle ideologie importate dalle organizzazioni internazionali, che sono avvertite dalla popolazione come ingerenze e obbligazioni imposte dall’esterno e creano la sensazione che il Kosovo non sia ancora del tutto in mano ai kosovari. Un sentimento pericoloso le cui conseguenze potrebbero avere grosse ripercussioni in futuro. Arriva anche la domanda sulla condizione femminile in Kosovo: non dice molto a riguardo però capiamo che, nonostante ci sia ancora molto da fare, negli ultimi anni ci sono stati dei miglioramenti, come per esempio l’alzarsi dell’età socialmente accettabile per il matrimonio: una volta per le donne era prima dei venticinque anni, ma ora si sta progressivamente alzando.

Sono opinioni queste, di una persona che ha fatto dello studio della società la sua professione e che, non appartenendo a nessun partito, non ha nessun tipo di tesi o ideologia da promuovere. Mi dà l’idea di essere completamente onesta con noi e che la sua opinione sia molto più affidabile e sincera di quella dei vari politici che abbiamo incontrato negli ultimi giorni.

Prima di uscire vado in bagno: qui si vede bene che alcuni punti dell’edificio necessiterebbero di un deciso restauro. NSAMSUNG CAMERA PICTURESegli ultimi giorni poi ho notato anche un caratteristica comune a tutti i bagni della città: le finestre sono sempre lasciate aperte e visto il freddo intenso di questi giorni non è proprio piacevole. La mia opinione è che si tratti di un accorgimento adottato per ovviare agli evidenti limiti delle tubature e dei sistemi idraulici cittadini.

L’incontro non è durato molto e così ora abbiamo del tempo libero. Ne approfitto per andare a visitare la vicina chiesa cattolica ancora in fase di completamento: è dedicata alla Beata Madre Teresa, una figura molto seguita da queste parti in quanto appunto di origini albanesi. Lungo il viale pedonale in centro c’è addirittura una piccola statua a lei dedicata.

La costruzione della chiesa è iniziata nel 2009 ed è oggi nelle sue fasi finali, una volta completata sarà la più grande di tutti i Balcani. Intorno corre un recinto coperto dalla rete di plastica arancione tipica dei cantieri, tuttavia dei varchi permettono di passare.
Sotto il porticato della facciata incontro una statua di rame a grandezza naturale di quello che mi pare di riconoscere come Ibrahim Rugova, primo Presidente del Kosovo e celebrato padre della patria. Mi domando cosa ci faccia qSAMSUNG CAMERA PICTURESui.

Spingo il pesante portone di legno ed entro: una grande navata centrale è separata dalle due laterali da due file di grosse colonne di marmo non ancora terminate, il marmo infatti copre solo i primi due metri, lasciando scoperto il calcestruzzo utilizzato per la costruzione. Al posto delle tradizionali panche di legno sono state messe, in via provvisoria, delle sedie di plastica. A parte pochi altri dettagli e qualche decorazione mancante la chiesa mi pare quasi del tutto completata. Lungo le navate fanno bella mostra di sé anche delle vetrate colorate che richiamano la tradizione gotica, una di queste raffigura papa Francesco e Papa Benedetto XVI che si stringono la mano.

Nel complesso è una chiesa elegante, semplice e che credo segua volutamente la tradizione per non risultare troppo vistosa. Un’accortezza molto intelligente in un paese che, per quanto multiculturale, ha comunque una schiacciante maggioranza musulmana. Me ne vado pensando che quest’edificio ancora in fase di completamento sia una bellissima metafora del paese stesso, anch’esso in fase avanzata di completamento, ma non ancora finito e costruito in modo da sembrare di essere sempre stato qui.

Esco e mi dirigo verso il bazar, dove m’incontro con il resto dello staff. Li porto a mangiare nel ristorantino dove sono andato due giorni fa e dove avevo potuto gustare un eccellente kebab. Il ragazzo dietro il banconeSAMSUNG CAMERA PICTURES mi riconosce e sembra sinceramente contento di rivedermi. Anche i miei colleghi apprezzano la scelta del posto e mi ringraziano per la bella idea. Purtroppo dobbiamo mangiare in fretta perché alle tredici abbiamo un incontro che, seppur facoltativo, ho deciso di non volermi perdere. Si tiene di nuovo nell’Hotel Sirius, in centro a Pristina, ed è con una rappresentante del Kosovo Women’s Netwok, una ONG fondata nel 1996 che negli anni si è sviluppata ed è diventata il punto di riferimento per la promozione della parità di genere nel paese. Ad intervenire dovrebbe essere una delle fondatrici, Igballe Rogova, che però ha avuto un imprevisto, ecco perché al suo posto troviamo un’altra donna di cui non riesco a capire la provenienza, ma che non credo sia kosovara. Come negli altri incontri a cui siamo già stati si parte con la storia della ONG, dei suoi risultati e delle sue principali attività che al momento sono incentrate su cinque tematiche: l’allargamento del Network stesso, l’inserimento delle donne nei partiti politici e nelle posizioni di responsabilità, la salute e l’accesso alla sanità delle donne, la violenza domestica e il traffico di donne e l’indipendenza economica delle donne.

Forse sono io ad avere un spirito troppo polemico ed un latente maschilismo che ogni tanto emerge, ma per quanto apprezzi la passione con cui parla, intravedo in lei un’ammirazione per questa Igballe Rugova che sfiora l’adorSAMSUNG CAMERA PICTURESazione. Ciò non toglie che debba trattarsi di un personaggio molto interessante e uno degli aneddoti che ci racconta mi colpisce particolarmente: il fatto è avvenuto qualche anno fa, quando ancora il Kosovo era in piena fase di ricostruzione postbellica e la classe politica era impegnata nella scrittura della nuova Costituzione. Il Network era già attivo con le sue campagne di sensibilizzazione e sostegno alle donne, quando Igballe venne a sapere di una conferenza stampa convocata da alcune esponenti di chiese cristiane americane che erano intenzionate a evangelizzare il paese. Stando al racconto si trattava di tre donne molto ricche venute in Kosovo per pura filantropia con l’obiettivo dichiarato di far inserire nella nuova costituzione articoli contro quelli che loro consideravano i mali assoluti: l’aborto, il divorzio, la contraccezione e ovviamente il matrimonio omossessuale. Igballe ascoltò le loro parole e poi al momento delle domande fu la prima ad alzare la mano: con poche frasi obliterò queste donne accusandole di essere solo delle riccone senza nessuna idea di cosa voglia dire per una donna affrontare le difficoltà di una società maschilista, uscendo poi dalla stanza seguita a ruota da tutti i giornalisti che ritennero più interessante intervistare lei piuttosto che quelle signore. Alla fine nella Costituzione non vennero inserite parti relative a quelle tematiche ma se la storia è vera, e non ho motivo di credere che ci abbia raccontato una frottola, la trovo molto significativa: senza dubbio evidenzia molto bene l’atteggiamento di colonizzatori che ancora caratterizza buona parte delle politiche dell’occidente e anche delle idee dei suoi abitanti.

Un’altra dichiarazione interessante ma che purtroppo non mi sorprende troppo riguarda i sospetti di abusi sessuali da parte di alcuni membri delle missioni militari straniere in Kosovo. Abusi che uno dei capi militari cercò di giustificare dicendo “let the boys be boys”, “lasciate che i ragazzi siano ragazzi”, invitando poi le famiglie che abitavano vicino alle base militari a tenere d’occhio le loro figlie. Più passa il tempo e meno mi stupisco che la comunità internazionale sia così poco popolare in Kosovo. Mi pare paradossale ma sono sempre più convinto che in Kosovo ci sia stata un’inflazione incontrollata di missioni, programmi e campagne. Questa ha portato ad una presenza troppo massiccia di persone straniere e ovviamente non tutte aventi a cuore il futuro del Kosovo o il miglioramento della sua situazione. D’altronde è abbastanza risaputo che le missioni internazionali, per quanto utili, spesso creano uno scollamento tra la situazione di chi vi partecipa e quella della popolazione, che magari muore di fame mentre lo staff internazionale può contare su rifornimento regolari.

Ci parla anche di politica: il Presidente del Kosovo, anche se ormai a fine mandato, è infatti una donna. Si chiama Atifete Jahjaga ed è stata eletta nel 2011. Ovviamente il fatto in sé è positivo, nella pratica tuttavia c’è il diffuso sospetto che la sua nomina sia avvenuta sotto pressione proprio della comunità internazionale, impaziente di dimostrare i buoni risultati dei suoi programmi in Kosovo. E quale miglior immagine per un giovane paese di quella di un Presidente donna? Cosa che in Italia deve ancora accadere per esempio. Sembra però ragionevole pensare che senza queste pressioni il Parlamento non avrebbe mai scelto lei, che comunque si è rivelata una buona Presidentessa per tutto il periodo del suo mandato.

Le domande non mancano e per la maggior parte vengono da una nostra studentessa irlandese che è particolarmente interessata a queste tematiche e che, secondo me, sta seriamente pensando di venire in Kosovo a lavorare. Quando usciamo è già tempo di spostarci verso l’ultimo incontro della giornata, quello con RTK, Radio Televizioni i Kosovës, una delle principali emittenti nazionali. Operativa già dal 1999 può essere considerata la “Rai kosovara”, offre quattro canali televisivi, di cui uno in serbo e due canali radio e i suoi finanziamenti sono principalmente pubblici.

Quella che sarà la nostra guida ci porta al primo piano in una sala con una decina di computer al momento spenti. Nella stanza di fianco alcuni impiegati lavorano febbrilmente ai loro computer: Mentor Shala, questo il nome dell’uomo che ci parla, è uno dei responsabili editoriali della sezione televisiva. Ci spiega dei loro quattro canali e sottolinea più volte il profondo significato dell’avere anche un canale in serbo, una dimostrazione pratica della volontà del governo di voler arrivare ad una sana convivenza tra le varie etnie. Dietro di lui un grande  schermo trasmette in diretta le notizie sul loro primo canale: la presentatrice è una bella donna bionda che poco dopo vedo entrare nella stanza vicina per parlare con dei colleghi. Mentor Shala continua dicendo che nonostante siano finanziati dal governo riescono comunque a mantenere la loro indipendenza e la loro imparzialità. Questo è tutto da vedere penso tra me e me. Anche se la prima impressione è molto buona, ricordo chiaramente di aver letto di alcune critiche indirizzate a RTK  dai partiti dell’opposizione, in particolare Vetëmendosje, che hanno denunciato la mancanza di un vero giornalismo investigativo e l’eccessiva copertura dedicata al governo e al partito di maggioranza. Mentor continua spiegando che soprattutto all’inizio una grossa mano è arrivata dall’estero e dalle organizzazioni internazionali che hanno spinto molto perché in Kosovo venisse creata un’emittente nazionale. Anche singoli paesi hanno mostrato il loro supporto, per esempio il Giappone, che qualche anno fa ha donato a RTK equipaggiamento tecnico e attrezzature varie che ancora oggi contribuiscono al quotidiano funzionamento dell’emittente.

Finita la spiegazione proseguiamo con una visita del resto dell’edificio: ci porta nella sala da dove partono le trasmissioni vere e proprie, le redazioni dove avvengono le riunioni e naturalmente gli studi dei telegiornali e degli show che trasmettono. Scenari e ambienti che a noi dicono poco, ma che probabilmente sono familiari alla maggior parte dei kosovari. Si tratta della prima volta che entro in un luogo simile e devo dire che ne sono molto incuriosito.

La tappa successiva è un tour nella sede del secondo canale, quello che trasmette in serbo, che si trova dall’altra parte della strada. Ci accolgono due uomini, un signore sulla cinquantina, di bassa statura e con pochi capelli ancora superstiti e un ragazzone alto quasi due metri con una barba fitta e scura. Sono entrambi di etnia serba e, dopo averne sentito tanto parlare negli ultimi cinque giorni, ci viene istintivo guardarli quasi come due attrazioni da circo. L’uomo più anziano ci parla in serbo e quello più giovane traduce. Per quel che capisco, il suono del serbo mi pare molto simile al russo, chiedo ad una studentessa russa che mi conferma che sta capendo più o meno tre quarti di quello che dice. Ci portano nel loro unico studio di produzione, da dove trasmettono il telegiornale, i talk show e le altre trasmissioni d’intrattenimento. Ancora una volta mi stupisco pensando che mi trovo in un ambiente probabilmente familiare a tutti i kosovari, per fare un paragone è come se mi trovassi dentro lo studio di uno dei telegiornali Rai. I due giornalisti, perché questo sono, ci raccontano che il canale in serbo è sicuramente una cosa positiva per tutto il paese e che per ovvi motivi le loro attività e i loro servizi sono spesso ambientati nel nord del paese, dove è concentrata la minoranza degli abitanti serbi. Ammettono le difficoltà nell’essere accettati e nel lavorare serenamente ma sembrano convinti quando dichiarano che la situazione è molto migliorata rispetto a qualche anno fa e che oggi collaborano quotidianamente con i loro colleghi albanesi senza nessun tipo di problema o discriminazione.

Proseguiamo la visita al piano superiore, nella redazione sportiva dove stanno mettendo a punto l’edizione della sera. Qui uno dei nostri studenti accetta di farsi intervistare per parlare dello scopo della nostra visita e delle sue impressioni sul Kosovo finora. L’intervista verrà poi trasmessa durante il notiziario delle diciannove.

Lasciamo la sede del secondo canale e andiamo negli studi del terzo, che al momento sono in via di ristrutturazione. Ci mostra lo studio dove viene girata una delle sitcom di più successo della loro emittente e che narra di una normale famiglia che, grazie ad una porta nel muro, riesce a viaggiare nel tempo. L’ambiente ricreato è quello di una normalissima casa di una famiglia della classe media: quadri, foto, stoviglie, tende, soprammobili, non manca proprio nulla.

Chiesa 5Vengo incuriosito dal soffitto, ricoperto interamente da confezioni per uova che in alcuni casi mancano o penzolano tristemente. Servono per insonorizzare la stanza e Mentor ci dice che naturalmente i fondi che ricevono non sono moltissimi e che devono arrangiarsi con quello che hanno. Finisce così la visita, ringraziamo di cuore la nostra guida per averci dedicato tutto il suo pomeriggio e usciamo dagli studi.
Per stasera non ci sono grandi programmi nell’aria, sono tutti provati dai bagordi della sera precedente. Torno a casa, i colombiani sono già arrivati e stanno oziando a letto senza alcuna intenzione di muoversi. Chiacchiero un po’ con Kushtrim e Tessa e nel frattempo vedo alla televisione un servizio riguardante un gruppo di nostri studenti che ha visitato un’altra emittente locale. Quando cambia canale e mette su quello in serbo, che sta trasmettendo il notiziario, con sorpresa noto che la scrivania dietro al quale è seduto il giornalista è la stessa Chiesa 6su cui mi ero appoggiato solo un paio d’ore prima. Per una buona mezz’ora discuto con i miei due ospiti: rispetto a qualche giorno fa ho molte più informazioni e sono proprio curioso di sapere la loro opinione. La mia impressione però resta quella che avevo avuto il primo giorno: anche se i giovani sono più possibilisti del resto della popolazione, l’astio nei confronti dei serbi è ancora molto e la sensazione generale è che il governo sia messo sotto pressione dalle organizzazione internazionali affinché faccia tutto il possibile per normalizzare la situazione il prima possibile. C’è il potenziale per una convivenza pacifica, ma la fame di risultati e la fretta di raggiungerli stanno causando problemi seri e un diffuso risentimento nei confronti della comunità internazionale e del governo suo alleato.

Devo riflettere su questa chiacchierata e per farlo esco di nuovo, cammino lungo Bill Clinton Street finché non vedo un ristorantino che mi convince. Tanto per non perdere il vizio prendo un kebab, che anche stavolta mi arriva destrutturato: nel piatto la carne, le verdure, la salsa e anche le patatine, sono separati. Il pane mi viene servito in una cassettina di legno ed è stato precedentemente scaldato davanti alla stessa griglia del kebab, di cui ha assorbito parte del grasso sciolto. Il tutto è molto saporito e sostanzioso, faccio quasi fatica a finirlo. Quando mi viene portato lo scontrino mi scappa una risata: due euro e ottanta, compresa anche la bottiglietta d’acqua. I pregi del capitalismo e del venire da un paese che fa parte di quelli cosiddetti del “primo mondo”.Chiesa 7

Torno indietro sperando che il gelo della sera non mi blocchi la digestione. A casa mi faccio una bella doccia calda prima che la pressione dell’acqua venga interrotta. Ho notato che pure Kushtrim segue l’usanza locale di tenere sempre le finestre dei bagni aperte, mentre mi lavo però la chiudo, la riapro solo una volta uscito. In genere aprendo una finestra dopo una doccia calda si vede il vapore uscire, in questo caso fa talmente freddo che accade il contrario, entra la condensa creata dal contatto tra l’aria esterna e il vapore interno, molto curioso. Concludo la serata a letto, ad annotare le impressioni raccolte finora e ad ascoltare un po’ di musica. Domani ci aspetta una promettente visita a Prizren, nel sud del paese, dove è stanziata una delle basi militari della NATO ancora operative in Kosovo e che in via del tutto eccezionale abbiamo ricevuto il permesso di visitare.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Cattedrale_della_Beata_Madre_Teresa_(Pristina)

https://en.wikipedia.org/wiki/Radio_Television_of_Kosovo

Francesco Ricapito Marzo 2016