Pomilio Mario

Il nuovo corso

Pubblicato il: 4 ottobre 2014

Lungo via Monsignor Bagnoli, ad Avezzano, lì dove incrocia Corso della Libertà, c’è un piccolo slargo. Al centro di questo spazio un busto di bronzo ricorda Mario Pomilio a cui la città di Avezzano ha intitolato anche una delle sue scuole elementari. Non è molto, a dire il vero, considerata la valenza culturale e letteraria dello scrittore abruzzese. Eppure Mario Pomilio ad Avezzano ha vissuto a lungo. Qui ha frequentato il Liceo, qui si è diplomato nel 1939 e qui ha insegnato, nella seconda metà degli anni ’40, dopo aver conseguito la laurea in Lettere presso la Normale di Pisa. Poi si trasferirà a Napoli, ma Avezzano ha rappresentato il luogo della sua giovinezza e della sua maturazione. Purtroppo però, come accade spesso da queste parti, non si presta particolare attenzione né si riconoscono reali meriti a chi, invece, ne avrebbe pieno diritto. E Pomilio, ad Avezzano e nella Marsica, continua ad essere ancora poco noto, poco celebrato, poco ricordato.

È anche per questa colpevole serie di mancanze che io, come molti marsicani, mi avvicino a Pomilio con estremo ritardo. Ho avuto la possibilità, durante gli anni di studi universitari, di realizzare, assieme ad altre studentesse, una piccola ricerca sullo scrittore ed ho avuto modo di incontrare e parlare con persone che lo hanno conosciuto. Di quei lontani incontri ricordo l’affetto e la profonda ammirazione per l’opera e l’uomo ma, sullo sfondo, una malcelata amarezza: “… non che la Marsica lo abbia dimenticato ma, secondo me, non lo ricorda come dovrebbe“. Queste le considerazioni del compianto professor Silvio Colucci, suo amico e compagno di classe. Anche per questo sono stata molto felice che la casa editrice Hacca abbia scelto di dare nuovamente alle stampe “Il nuovo corso”, uno dei lavori più importanti della produzione letteraria pomiliana pubblicato per la prima volta nel lontano 1959.

L’idea che ha dato origine a “Il nuovo corso” si ritrova in alcune parole dello stesso autore, raccolte nella bellissima postfazione di Mirko Volpi: “… penso che il primo germe di esso vada fatto risalire a una delle esperienze più vivide della mia giovinezza: la caduta della dittatura fascista, avvenuta il 25 luglio 1943. Ciò che allora più mi colpì, a parte le mie reazioni personali, fu l’entusiasmo e il tripudio di tutto un popolo il quale, nonostante le preoccupazioni d’una guerra ancora in corso, riscopriva quasi d’istinto la libertà e i suoi valori“. Mentre l’avvenimento concreto che ha spinto l’autore abruzzese a scrivere “Il nuovo corso” è stata la rivolta d’Ungheria del 1956. Una rivolta che, secondo i fautori, avrebbe dovuto liberare il Paese dall’autoritarismo e dall’oppressione sovietica ma che, come spesso è capitato e capita, è stata repressa con brutale violenza. Un “nuovo corso” ungherese ispirato da un innato desiderio di libertà ma istantaneamente sopraffatto da un regime che ha ripristinato se stesso nell’arco di pochi giorni.

Basilio, personaggio giornalaio di “una remota città di provincia d’un paese che potrebbe anche essere il nostro“, si ritrova a dover fare i conti con il concetto e il senso di libertà. La mattina del 5 ottobre “d’uno di questi recenti anni” Basilio riceve le copie de “La Verità”, unico organo d’informazione autorizzato e disponibile in un Paese in cui vige un regime totalitario. La notizia del giorno è straordinaria ed inaspettata: è instaurato un nuovo corso. Il Partito dichiara ad otto colonne il proprio scioglimento per volontà dei suoi stessi membri i quali “adesso constatavano come il paese fosse ormai incondizionatamente maturo per la libertà […] la libertà, la libertà di dire la propria opinione e di non essere costretti a mostrar di pensarla, d’associarsi o di non associarsi o di associarsi per meglio difendere la libertà di non associarsi“. L’impatto dell’imprevedibile novità sconvolge felicemente Basilio che si ritrova a dover pensare a cosa sia e come possa essere gestita la libertà, cosa che fino a quel momento non gli era mai capitato di fare.

Per ogni copia de “La Verità” che il giornalaio distribuisce, nota una reazione diversa. Entusiasta ed incredula da parte delle persone comuni, preoccupata o sospettosa da parte di chi fa parte del vecchio apparato e, rimasto senza Partito, non sa più quale sia il proprio posto. Le persone, dopo un iniziale sbalordimento, scendono in strada e si affollano nelle piazze guidate dallo stordito entusiasmo di chi si vede concedere un patrimonio, la libertà, in cui forse non sa se poter credere davvero, al contrario di Basilio che, forte della sua copia de “La Verità”, a quella verità crede fermamente. All’episodio primario che vede come protagonista Basilio, lo scrittore affianca quelli di altri personaggi: l’operaio Trentacinque della fabbrica del Progresso, il primario dell’ospedale civile, il mendicante Lazzaro. Sembrano “favole” separate ma in realtà convergono verso lo stesso nucleo: la libertà e la verità non sono mai la stessa cosa per tutti. Ogni individuo le sente e le vive in maniera personalissima e, nel proprio intimo, con forza o annichilimento, con fervore o prostrazione, con slancio o freddezza.

La verità vera però la conosciamo fin dal principio: Pomilio spiega già nelle prime righe del suo romanzo che la copia de “La Verità” di quel 5 ottobre distribuita in quella remota città di provincia è falsa. “Comunque sia, chiunque sia stato a concepire e attuare quel falso, ha bene intuito almeno una cosa: che un annunzio, per quanto imprevedibile, strano, distante da tutto ciò ch’era lecito sperare o aspettarsi, appena fosse apparso su un quotidiano che era ormai il veicolo ufficiale delle notizie e delle idee, sarebbe stato accettato immediatamente come una verità: che nessuno avrebbe osato dubitarne o pensare a un errore, nessuno discuterla, rifiutarvisi, negarla. Forse però un’altra cosa non si previde altrettanto bene: che la credenza nella libertà avrebbe subito assunto le proporzioni d’una fede e lo slancio d’una passione; e che uomini che non conoscevano, per avervi creduto, ne avrebbero trepidato e sofferto come se da sempre fossero vissuti nell’attesa di essa“.

La scrittura di Pomilio è fluida ed elegantissima, i suoi periodi sono ampi, sostanziosi, pieni. La storia è costruita con passione ed intelligenza e porta con sé una corposa morale politica, sociale ed umana su cui vale la pena riflettere anche oggi a parecchi anni di distanza dai fatti d’Ungheria. Ne “Il nuovo corso” molti hanno riconosciuto giustamente le influenze di Manzoni, Orwell e Kafka. A me è sembrato di rintracciare qualche vicinanza alle “favole” paradossali e distopiche di Borges e Saramago pur essendo pienamente cosciente che i miei sono parallelismi bizzarri ed improbabili. Ciò di cui sono sicura è che non posso fermarmi: dovrò leggere e conoscere meglio Mario Pomilio semplicemente perché è uno dei più grandi scrittori del nostro Novecento.

Edizione esaminata e brevi note

Mario Pomilio nasce ad Orsogna (Chieti) nel 1921. La famiglia si trasferisce ad Avezzano nel 1928 ed è nel liceo cittadino che Mario Pomilio si diploma con ottima votazione nel 1939. Nello stesso anno supera gli esami di ammissione presso la Normale di Pisa. Nel 1942 viene chiamato alle armi, torna ad Avezzano solo nel 1944 ed è in questo periodo che aderisce al Partito d’Azione. La laurea in Lettere arriva nel 1945 mentre l’impegno politico di Pomilio si fa più intenso. Nel frattempo insegna presso i licei avezzanesi e nel 1948, con la sconfitta elettorale del Fronte Popolare, Pomilio vive una crisi che lo porta ad allontanarsi dal Partito Socialista. Nel 1949 si trasferisce a Napoli dove continua ad insegnare. I suoi primi scritti sono di natura critica: “Il mondo morale di Italo Svevo” e “Letture di Pirandello”, entrambi del 1943. La vocazione letteraria si afferma un po’ più tardi: “L’uccello nella cupola” (1954), “Il testimone” (1956), “Il nuovo corso” (1959), “La compromissione” (1965), “Il cimitero cinese” (1969). Il suo romanzo più celebre ed acclamato è “Il quinto evangelio” uscito nel 1975. Negli anni successivi arrivano “Il cane sull’Etna” (1978), “Scritti cristiani” (1979), “Il Natale del 1833” (1983) e “Una lapide in via del Babuino” (postumo, 1991). Mario Pomilio è anche autore di saggi, poesie e testi teatrali. Nel 1984 viene eletto deputato al Consiglio d’Europa nelle liste della Democrazia Cristiana. Muore il 3 aprile del 1990 a Napoli, ma è sepolto nel cimitero di Paterno, frazione di Avezzano.

Mario Pomilio, “Il nuovo corso“, Hacca, Matelica (MC), 2014. A cura e con postfazione di Mirko Volpi. Prefazione di Alessandro Zaccuri. Con una lettera inedita di Mario Pomilio.

Pagine Internet su Mario Pomilio: Wikipedia / Enciclopedia Treccani / Terre Marsicane