Wiesel Elie

L’ebreo errante

Pubblicato il: 26 gennaio 2012

In questo libro Elie Wiesel raccoglie tredici scritti nei quali condensa la sua esperienza e la sua addolorata testimonianza sulla Shoah. Un libro edito per la prima volta nel 1966, poco più di venti anni dopo l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Tra i disperati resi finalmente liberi da quell’inferno c’era anche lui, Elie Wiesel, la cui esistenza, da quel momento in poi, ha rappresentato una continua riflessione, la perenne lotta contro il senso di colpa del sopravvissuto, la ricerca infruttuosa di una risposta allo sterminio di milioni di esseri umani, la spiegazione logica, storicamente ed umanamente valida che, come è costretto ad ammettere egli stesso, non esiste.

Il primo dei testi de “L’ebreo errante” è dedicato al padre di Elie, morto nel campo di sterminio in cui entrambi erano stati rinchiusi: “La sua morte, perduta fra tutte le altre, non ebbe nulla a che fare con la persona che egli era stato. Con altrettanta facilità avrebbe potuto semplicemente sfiorarlo e risparmiarlo. Lo ha colto inavvertitamente, distrattamente. Per sbaglio. Sen­za sapere che si trattava di lui. E’ stato derubato della sua morte. Disteso su un tavolaccio in mezzo a una moltitudine di cadaveri coperti di sangue, gli occhi sbarrati dalla paura, una maschera di sofferenza sopra la maschera barbuta e sconvolta del suo volto, così mio padre esalò l’anima a Buchenwald. Un’anima inutile in quel luogo, e che egli sem­brava aver voluto rimandare in cielo. Ma non la restituì al Dio dei suoi padri, ma piuttosto all’impostore, crudele e insaziabile, al Dio nemico. Gli avevano ucciso il suo Dio, glielo avevano cambiato“. Ed è proprio a questo Dio nemico, muto e sordo che Wiesel, come fa in molti dei suoi libri, chiede spiegazioni. Domande destinate a rimanere senza risposta e che hanno indotto molti ebrei, dopo l’Olocausto, ad allontanarsi dalla propria fede.

I maestri di Wiesel sono stati diversi. Prima, durante e dopo la Shoah. Qui lo scrittore rievoca gli insegnanti della sua infanzia, ma anche la splendida figura di Pinchas, “era stato rosh-yeshivà, diretto­re di una scuola rabbinica da qualche parte della Galizia” e divenuto solo uno dei tanti prigionieri destinati ad un forno crematorio. L’uomo, ormai prossimo alla morte, decide di festeggiare a modo suo lo Yom Kippur, il giorno della penitenza e dell’espiazione: “ho deciso di non conformarmi più alla legge e non digiunare più perché agli occhi degli uomini e di Dio sono già morto, e i morti possono disubbidi­re ai comandamenti della Toràh“. Una sfida che però, Pinchas, trasforma e rivede per renderla ancora più atroce “Non per amor di Dio, ma contro Dio“.
Ma altrettanto affascinante e fondamentale, per Wiesel, è il personaggio descritto nel testo che dà il titolo al libro: “L’ebreo errante“. Un uomo dall’identità misteriosa e dal carattere turbolento che, però, sembra racchiudere tutto il fascino e l’essenza del sapere: “Col suo comportamento, il suo sapere, le sue prese di posizione molteplici e contraddittorie, pretendeva di incarnare l’ignoto, l’incerto: la testa nelle nuvole, si serviva della sua scienza per oscurare la chiarezza, qualunque essa fosse, da qualunque luogo ve­nisse. Amava spostare i punti fissi, distruggere ciò che sem­brava solido: rimproverava a Dio di aver inventato l’univer­so“.
Così come pieno di dolcezza ed amarezza è il ricordo di Moshé il Pazzo, un volto che Wiesel porta dentro di sé fin dall’infanzia, una figura che sembra vivere praticamente dentro ogni suo scritto, prendendo magicamente la forma e la voce di ogni personaggio a cui lo scrittore dà vita: “Piuttosto che rifiutare la sua follia, egli la invocava. Gli serviva da rifugio, da patria, e quando mi capita di visitare un manicomio ritrovo davanti a ogni malato quel terrore pieno di ammirazione che Moshé il pazzo mi ispirava. E’ lui il profeta che mi strizza l’occhio. E’ ancora lui il perseguitato che mi respinge. La giovane donna che culla beatamente un bambino invisibile: è lui che essa cerca di calmare. Hanno tutti il suo sguardo“.

L’incontro con un passato incancellabile, nonostante tutto, si concretizza in modi diversi e attraverso episodi che sembrano semplicemente attendere la propria realizzazione. Come l’incontro con la prostituta Barbara in un parco di Parigi o quello, in un bus di Tel Aviv, con il kapò della baracca 57 “alleato del male, della fame, della crudeltà“.

Ma è negli ultimi testi de “L’ebreo errante” che Wiesel si sofferma su riflessioni più profonde e complesse: la colpa di chi, a livello planetario, non ha mosso un dito per fermare i nazisti e la mancanza di reazione degli ebrei di fronte alle aggressioni e alle deportazioni subite.
Sono tematiche su cui tantissimi studiosi, allora come oggi, tentano di dare delle risposte convincenti. In realtà non ce ne sono. Una constatazione lucida e glaciale che si concretizza attraverso le ultime, quasi feroci, righe di questo libro: “La lezione del­l’Olocausto, se ce n’è una, è che la nostra forza non è che illusoria e che in ciascuno di noi c’è una vittima che ha paura, che ha freddo, che ha fame. E che si vergogna. Il Talmud insegna all’uomo di non giudicare mai un amico finché non si troverà al suo posto. Ma, per voi, gli ebrei non sono amici; non lo sono mai stati; è perché non avevano amici che sono morti. Allora, imparate a tacere“.

Edizione esaminata e brevi note

Elie Wiesel è nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania. Nel 1944 è stato deportato ad Auschwitz e, poco più tardi, a Buchenwald. Nei campi di sterminio nazisti ha perso i genitori e la sorella Zipporà. Fu liberato il 10 aprile del 1945. Dopo la guerra ha studiato e lavorato come giornalista in Francia, successivamente si è trasferito negli Stati Uniti, dove vive tuttora. Wiesel è autore di decine di romanzi, saggi e testi teatrali. Nel 1986 gli è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace. Wiesel è morto nella sua casa di Manhattan, New York, il 2 luglio 2016.

Elie Wiesel, “L’ebreo errante“, Editrice La Giuntina, Firenze, 1991. Traduzione di Daniel Vogelmann. Titolo originale: “Le chant des morts”, Editions du Seuil, Paris, 1966.

Elie Wiesel: Wikipedia / Fondazione Elie Wiesel / Scheda Nobel Prize