Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Qobustan, i Vulcani di Fango, i Petroglifi e gli Antichi Romani

Pubblicato il: 20 novembre 2014

Azerbaigian mappa

Qobustan è una delle mete consigliate in tutte le guide turistiche sull’Azerbaigian: è celebre per i vulcani di fango, per i petroglifi dell’Età della Pietra e per un’iscrizione romana. Se ci si trova a Baku per qualche giorno, vale la pena farci una gita. Qobustan si trova sessanta chilometri a sud di Baku, lungo la costa del Mar Caspio. Il metodo più economico per arrivarci è prendere l’autobus numero 195 che parte dalla zona di Sobail, nella parte sud della città, ed è molto più grande e confortevole di quelli urbani. Il tragitto dura circa quarantacinque minuti e costa ottanta Qəpik (ottanta centesimi di euro). La strada corre parallela alla costa e dal finestrino si possono osservare paesaggi molto interessanti: uscendo dalla città si passerà di fianco alla grande moshea di Bibi Heybat. Originariamente costruita nel XIII secolo, venne demolita nel 1936 dai bolscevichi e poi di nuovo ricostruita negli anni ’90. L’aspetto e la dimensione la rendono senza dubbio meritevole di una visita, ma resta pur sempre solo una ricostruzione, che manca di una sua propria originalità: dimostrazione di come ci siano particolari, colori, aspetti e fascino che purtroppo non possono essere ricostruiti o ricreati, ma vengono dati solo dal passare del tempo.

Lungo la strada per Qobustan, il paesaggio segue sempre la stessa logica: a sinistra, in direzione del mare, si vedono complessi industriali e svariati cantieri, a destra invece si ha un paesaggio sempre più desolato e desertico, con montagne in lontananza. In questa zona si trova il porto principale di Baku, in cui arrivano e da cui partono i traghetti da e per gli altri paesi che si affacciano sul Mar Caspio, da qui inizia anche il famoso oleodotto Baku-Tbilsi-Ceyhan che dal Mar Caspio porta il petrolio fino al Mar Nero. All’orizzonte si possono vedere alcune piattaforme petrolifere, alcune sono spesso ancorate al porto, evidentemente in manutenzione. La strada passa anche di fianco al cantiere delle Caspian Islands: un complesso di isole artificiali di tremila ettari, composto da quarantuno isole su cui sorgeranno svariati edifici tra cui grattacieli, scuole, ospedali, centri culturali e tutto il necessario per ospitare un milione di persone. Tra questi edifici ci sarà pure il grattacielo più alto del mondo (1050 metri) che costerà ben due miliardi di dollari. Sciocchezze se si pensa che l’intero progetto richiederà intorno ai cento miliardi di dollari.

Il completamento è previsto per il 2030 quindi per ora c’è ben poco da vedere, ma il cantiere è comunque gigantesco e fa una certa impressione. Questi progetti in via di completamento, e quelli già realizzati, fanno pensare che il governo azero abbia preso a modello Dubai. Se a sinistra è possibile ammirare il trionfo della modernità e dei petro-dollari, a destra, in totale contrasto, si ha un paesaggio desolato e praticamente desertico: a parte la ferrovia che corre vicino alla strada, man mano che ci si allontana da Baku le abitazioni diventano sempre più rare e verso Qobustan si può vedere come le case siano concentrate vicino alla costa. Verso l’entroterra infatti, se non si tratta di deserto poco ci manca, la vegetazione è poca ed è costituita solo da piccoli e bassi cespugli con intorno qualche ciuffo d’erba, il paesaggio è brullo e sassoso e le montagne sullo sfondo suggeriscono che, nonostante i progetti grandiosi e gli edifici futuristici, questo paese ha ancora molti luoghi ben poco abitati e che ancora resistono alla modernità. Per capire quando scendere dall’autobus, la cosa migliore da fare è chiedere all’autista di avvertirvi quando si arriva alla fermata giusta, o in alternativa potete chiedere agli altri passeggeri. Tutte le attrazioni turistiche si trovano a qualche chilometro dal centro di Qobustan ed è quindi necessario noleggiare un taxi per arrivarci. Numerosi tassisti in genere aspettano alle fermate degli autobus, vi riconosceranno subito e state sicuri che non appena scenderete verrete fermati da uno di loro: per trentacinque manat (trentacinque euro) ci si può far portare ai vulcani di fango, ai petroglifi. all’iscrizione romana e ritorno. Il prezzo probabilmente è negoziabile, ma non sperate di abbassarlo molto, i turisti qui sono parecchi, almeno per gli standard azeri e quindi i prezzi sono uniformati. Quasi sicuramente il tassista non parlerà inglese, tuttavia se ha più di trent’anni saprà un po’ di russo. In alternativa ci si riesce a capire anche a gesti. Come detto, i vulcani di fango si trovano a circa dieci chilometri a sud di Qobustan. Appena usciti dal centro, ci si infila in una stretta strada sterrata che corre tra tubature e cumuli d’immondizia. Qualche mucca pigramente pascola tra la spazzatura, che fortunatamente diventa più rara man mano che ci si allontana da Qobustan. In pratica la strada entra nel paesaggio desertico e desolato che si è potuto ammirare dall’autobus e ciò fa quasi piacere dopo aver visto i grandi impianti industriali e i cantieri sulla costa. Date le pessime condizioni della strada meglio stare attenti se si va in inverno o in autunno, perché se ha piovuto di recente è possibile che la strada non sia praticabile. Dopo una rapida salita che porta su un piccolo colle, ci si trova davanti ad un paesaggio grigio scuro, senza vegetazione, caratterizzato da queste piccole montagnole a forma di vulcano che danno un aspetto quasi lunare al tutto.

Scientificamente parlando un vulcano di fango è un piccolo rilievo di qualche metro da cui erutta argilla mista ad acqua. Ciò avviene a causa della presenza di gas nel sottosuolo, che risale lungo le fratture nel terreno e fa pressione sull’acqua presente, che a sua volta risale, si mischia all’argilla e arriva in superficie sotto forma di fango freddo. In genere questi vulcani non sono per niente pericolosi, può però accadere che un aumento improvviso della pressione del gas causi una combustione, che provoca fiamme alte parecchi metri e che scaglia pietre e fango per tutto il circondario. Si tratta di eventi estremamente rari e che in genere sono preceduti da movimenti e vibrazioni del terreno intorno al cratere. L’Azerbaigian è il paese con il più alto numero di vulcani di fango e quelli di Qobustan sono tra i più belli ed accessibili. Sono circa una ventina, tutti tra i due e i quattro metri di altezza, hanno un colore grigio scuro e lungo i bordi si può ben vedere la striscia di fango fresco che dal cratere scende fino a terra. Scalando queste montagnole e arrivando ai bordi del piccolo cratere sulla cima ci si troverà davanti ad una minuscola pozza di fango grigio scuro che ad intervalli più o meno regolari, emette delle bolle. Le bolle più grosse di solito sono precedute da un buffo gorgoglio proveniente direttamente da dentro il vulcano, come se un’interna flatulenza smuovesse le sue viscere. Nei punti dove il fango si è seccato, si sono formate delle affascinanti crepe che contribuiscono a rendere l’aspetto del luogo ancora più bizzarro. La vegetazione è assente, inoltre, essendo lontani dalle strade trafficate, c’è un insolito silenzio e si ha veramente l’impressione di trovarsi in un sogno o su un altro pianeta.

Vicino ai vulcani si trova anche una piccola pozza d’acqua, che emette anch’essa bolle causate dal gas sotto la superficie. Il vostro tassista probabilmente dopo circa venti minuti vi dirà che è tempo di proseguire e a questo punto potrebbe proporvi di portarvi a Qara-Atli Baba Pir: una caverna che è anche un luogo di culto. Se non lo propone lui potete chiederglielo voi, il prezzo è di tre manat a persona, probabilmente trattabili, ma ne vale la pena. Questa caverna si trova nelle vicinanze dei petroglifi, che sono a circa tre chilometri a nord di Qobustan, è necessario quindi tornare indietro per la stessa strada da cui si è arrivati. La zona è stata dichiarata riserva nazionale ed è quindi delimitata da reticolato metallico, che si estende per chilometri e chilometri nella zona desertica, Qara-Atli Baba Pir si trova all’interno di questa riserva: per entrare basta passare dal cancello sorvegliato da una guardia. La strada si snoda tra grossi macigni, passa attraverso un piccolo villaggio semi-abbandonato e arriva ad una casetta incastrata tra le rocce, vicino a cui si trova una piccola porticina che segna l’ingresso della caverna. Secondo la leggenda, secoli fa un uomo musulmano, inseguito da dei nemici pagani, trovò rifugio nella caverna e appena entrò, istantaneamente all’ingresso della caverna si formò una ragnatela che lo nascose ai suoi inseguitori. Ancora oggi la gente viene qui a portare offerte. Davanti all’entrata ci sono moltissimi mucchietti di sassi fatti dai credenti che sono venuti qui in pellegrinaggio. All’interno la caverna è lunga circa sei metri e larga due. Nel mezzo si trova una tomba, probabilmente del protagonista della leggenda. Un uomo se ne sta seduto di fianco alla bara a recitare delle preghiere. Una volta entrati, naturalmente dopo essersi levati le scarpe, bisogna fare tre volte il giro della tomba e poi quando si vuole si può uscire, ricordandosi però di non dare le spalle alla tomba stessa. Se volete potete lasciare anche una piccola offerta. In sé forse la caverna non dice molto, ma l’atmosfera circostante, il pensiero che si tratta di un luogo di culto molto antico e che migliaia di persone nei secoli sono venute qui in pellegrinaggio, rendono l’esperienza senza dubbio interessante. Oltre alla caverna miracolata, vale la pena fare una visita qui anche per ammirare il paesaggio circostante: massi più o meno grandi sono stati portati qui dalle montagne grazie ad un lento processo di erosione, su alcuni è anche possibile salire e la vista dalla sommità è veramente affascinante.

Se guardate verso la costa vedrete il paesaggio desertico e piatto da cui siete appena arrivati con il taxi, dall’altra parte invece vedrete un paesaggio più scosceso, fatto di piccole colline dal colore grigio e prive di vegetazione che assomigliano a dune di sabbia. Un paesaggio desolato e fondamentalmente vuoto, a cui noi non siamo decisamente abituati. Se siete fortunati gli abitanti della casa vicino alla caverna potrebbero offrirvi un tè accompagnato da qualche caramella o cioccolatino, così come vuole la tradizionale ospitalità locale. Per andare a visitare i petroglifi bisogna tornare indietro, fino quasi all’entrata della riserva nazionale, si gira però a sinistra e dopo un chilometro si arriva ad un edificio di recente costruzione: si tratta di un piccolo museo. Il costo del biglietto è di due manat (due euro). I petroglifi si trovano ad un chilometro dal museo, in un’altra area che, come quella della caverna, è caratterizzata da massi di roccia portati giù dalle montagne tramite processi erosivi qualche milione di anni fa.

Il sito è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2007 e presenta ben 600.000 esempi di arte rupestre databili tra i 20.000 e i 5000 anni fa. In passato infatti, il livello del mare era più alto e arrivava fino a qui: il clima era ben diverso, più mite, la costa era lussureggiante e abitata da numerosi animali. Gli uomini dell’Età della Pietra si stabilirono nelle caverne che trovarono qui e le decorarono con circa 6000 incisioni. Per la maggior parte si tratta di rappresentazioni di animali selvatici e bestiame, ma ci sono anche figure umane come sciamani o interi gruppi di persone. L’incisione più famosa è quella che rappresenta una barca di canne che naviga in direzione del sole. L’antropologo norvegese Thor Heyerdahl usò quest’incisione rupestre per sostenere la sua tesi secondo cui il popolo vichingo ha avuto le sue origini proprio qui. Per vedere i petroglifi principali basta seguire il sentiero segnato. Le guide locali potrebbero offrirvi una visita guidata del sito per dieci manat. Essendo piuttosto antichi ovviamente i petroglifi non sono subito chiaramente identificabili dal resto della roccia, appunto per questo qualche anno fa è stato deciso di ricoprire i petroglifi con del dentifricio per poter così migliorarne il contrasto. In termini di visibilità la cosa ha funzionato, ma ha lasciato una generale impressione che queste incisioni non siano così antiche come si crede: si è trattato di un procedimento abbastanza invasivo e anche piuttosto maldestro, ed è per questo che adesso si tenterà di ridargli almeno in parte il loro aspetto originale. Trovandosi su una piccola collina, una volta finito il giro dei petroglifi, merita fermarsi cinque minuti ad osservare il paesaggio sottostante, con la zona desertica che arriva fino alla costa e con il mar Caspio su cui è possibile vedere galleggiare le piattaforme petrolifere vicino alla linea dell’orizzonte. L’ultima attrazione locale si trova a circa due chilometri dal sito dei petroglifi: il tassista può portarvi comodamente: si tratta di una roccia su cui è stata ritrovata un’incisione fatta da un centurione romano di nome Giulio Massimo ed è l’iscrizione latina più ad est mai scoperta.

Probabilmente il centurione faceva parte di una pattuglia di esplorazione arrivata qui durante il regno dell’imperatore Domiziano. La roccia è circondata da un recinto e non è possibile avvicinarsi troppo, le lettere non sono immediatamente identificabili, ma se si ha qualche rudimento di latino è possibile capire cosa c’è scritto. Fermarsi un minuto a pensare che i nostri antenati romani sono riusciti ad arrivare fino a qui provoca un istintivo senso si soddisfazione patriottica e anche se alla fine si tratta solo di una scritta su un sasso, resta comunque un interessantissimo nonché incredibilmente affascinante documento storico. I vulcani di fango, i petroglifi, l’iscrizione romana e i paesaggi desolati e desertici rendono Qobustan una delle destinazioni più consigliate per chi visita l’Azerbaigian, se si arriva a Baku vale assolutamente la pena venire qui e fare un viaggio di qualche migliaio di anni nel passato.

Per approfondire:

http://it.wikipedia.org/wiki/Vulcano_di_fango

http://it.wikipedia.org/wiki/Riserva_statale_di_Qobustan

Francesco Ricapito, novembre 2014