Ricapito Francesco

Reportage dalla Tunisia: Viaggio nel Cuore del Paese – Parte 2 – Gafsa-Tozeur

Pubblicato il: 17 dicembre 2014

Mappa TunisiaTozeur, domenica 17 agosto 2014

Ci svegliamo abbastanza presto, intorno alle sette e mezza: vogliamo sfruttare al massimo la giornata. Scendiamo per la colazione, che ci avevano detto essere dalle otto alle nove. Per un quarto d’ora aspettiamo seduti senza che nulla accada, poi alla fine il ragazzo della reception ci porta qualche pezzo di pane accompagnato da piccole confezioni di marmellata, uguali a quelle che si possono trovare negli alberghi o nei rifugi di montagna. Da queste parti è assai popolare la marmellata di fichi, che in effetti è molto buona. Un caffè dal sapore abbastanza disgustoso completa la nostra colazione. Decidiamo di lasciare gli zaini alla reception e di passare qualche ora a passeggiare per Gafsa. La città in sé ha origini lontane nel tempo: le più antiche tracce di presenza umana ritrovate da queste parti risalgono a circa quindicimila anni fa, più tardi Gafsa venne inglobata nell’Impero Romano, dopo i romani arrivarono i Vandali, quindi i Berberi, poi i Bizantini e infine gli Arabi. Oggi la città è il capoluogo del sud-ovest della Tunisia ed è conosciuta soprattutto per le miniere di fosfato. Alcune tracce della sua storia sono ancora presenti e l’esempio più evidente è la Medina: le medine possono essere considerate le parti storiche delle città arabe, in genere sono circondate da mura e sono caratterizzate da un labirinto di vie e vicoli uno più stretto dell’altro. Al loro interno si trovano le principali attrazioni artistiche della città: musei, palazzi, fontane, piazzette, per non parlare degli affollati e rumorosi bazar e suq che da soli rappresentano forse le parti più affascinanti di ogni medina. In Tunisia praticamente tutte le città principali ne hanno una con tanto di mura e vecchie moschee e tutto ciò è vantaggioso per i turisti, che trovano le principali attrazioni concentrate nella stessa area. La Medina di Gafsa possiede ancora una parte delle sue mura, non è molto grande e la si gira abbastanza facilmente senza perdersi. I suoi vicoli e le sue stradine sono affascinanti e permettono di avere uno spaccato di vita locale. La principale attrazione nel caso di Gafsa è costituita da due piscine romane situate proprio al centro della Medina. Le foto che avevamo visto su internet ci avevano mostrato queste due cavità quadrate scavate nel terreno e circondate da marmi, ancora piene d’acqua. Rimaniamo quindi decisamente delusi quando, arrivando sul posto, troviamo le piscine vuote.

Profonde circa sei o sette metri avevano probabilmente la mera funzione di rinfrescare gli antichi cittadini romani durante i periodi più caldi, anche se è probabile che venissero pure usate come cisterne per l’acqua. Oggi si trovano nel mezzo di un piccolo spiazzo all’interno della Medina, sul quale si affacciano anche un museo, qualche casa e un bar. Alcune scale permettono di scendere sul fondo delle piscine e vediamo che c’è uno stretto sotterraneo canale che le collega tra di loro. Trovare tracce dell’Impero Romano così lontano da Roma è sempre un po’ bizzarro, sapere che i nostri antenati sono arrivati fino a qui, in questa terra inospitale, con i rudimentali mezzi dell’epoca, fa sicuramente riflettere. Nel complesso si tratta di un bel posto da visitare, forse non vale la pena venire fino a qui solo per questo, ma se si passa per Gafsa diretti verso località più famose, allora una sosta di un paio d’ore merita farla. Finita la visita alle piscine facciamo una passeggiata per i vicoli della medina e quando ne usciamo ci ritroviamo davanti ad una specie di piantagione di palme, che dona colore ad un paesaggio che altrimenti sarebbe monopolizzato dalla sabbia. Tornando verso l’hotel passiamo anche per un bazar, dove la maggior parte delle persone ci guarda come se fossimo alieni: qui non sono evidentemente abituati ad avere turisti. Da menzionare è il piccolo negozietto davanti al quale il proprietario ha costruito con stecche di sigarette tre torri alte almeno due metri. Da fumatrice incallita qual è, Zoe quasi si commuove alla vista di queste composizioni. Torniamo in albergo, prendiamo gli zaini e c’incamminiamo verso la stazione dei louage. La prossima meta è Tozeur, una città-oasi a circa novanta chilometri da Gafsa. Come al solito, appena arrivati alla stazione dei louage, troviamo senza problemi il guidatore giusto, compriamo i biglietti e ci sistemiamo nel veicolo, in attesa che arrivino abbastanza persone per riempire tutti i posti. Stavolta il nostro louage è particolarmente sporco e pieno di polvere, sia dentro che fuori, segno che stiamo per andare in un luogo al confine col deserto. Mentre attendiamo, un gruppo di guidatori che se ne sta all’ombra di un vecchio gazebo poco distante da noi, ci nota e uno di loro mi chiama a gran voce.

Mi avvicino e lui molto amichevolmente mi chiede da dove veniamo e chi siamo. Quando scopre che sono italiano se ne esce con alcune tra le più tipiche esclamazioni che un tunisino dice quando conosce un italiano: “Ah! Totti”, “Celentano”, “Lasciatemi cantare”. Inutile provare a spiegare che la musica italiana ha prodotti migliori e più recenti di Celentano e Modugno, tuttavia sono sempre meglio queste che altre esclamazioni tipo “Pizza”, “Mafia”, “Berlusconi” e, per un certo periodo, pure “Balotelli”. Uno di loro per scherzare m’infila in testa il suo enorme cappello di paglia e Nastia ne approfitta per farci una foto di gruppo. Vedendo che viaggio con due ragazze uno di loro, con un’espressione complice, mi chiede se siano le mie due mogli. Sorridendo rispondo che si tratta solo di amiche, ma non credo che il concetto di donne come semplici amiche gli sia ben chiaro. Dopo una buona mezz’ora il nostro louage è finalmente pieno e possiamo partire. Lasciamo quindi la già calda Gafsa per dirigerci ancor più verso il deserto. Appena usciti dalla cittadina la vegetazione sparisce quasi del tutto e il paesaggio si apre in una distesa piatta interrotta solo da montagne a qualche decina di chilometri dalla strada, strada che segue la ferrovia e i piloni dell’elettricità. Passiamo per un unico centro abitato che si trova a metà strada tra Gafsa e Tozeur. Il serpente di asfalto corre dritto per chilometri e chilometri e Zoe, forse ispirata dal paesaggio e dalla strada stessa, insiste col farmi ascoltare canzoni sul viaggiare dal suo telefono, canzoni che secondo lei sono adatte al momento.

Se il nome Tozeur vi è familiare probabilmente è perché vi ricordate della canzone di Franco Battiato “I treni di Tozeur”, ispirata appunto a questa cittadina tunisina, che per secoli è stata un importante snodo commerciale per le carovane di schiavi e datteri. Come Gafsa, Tozeur venne conquistata dai romani e poi dai musulmani. Ancora oggi è celebre per la produzione di datteri, che crescono negli oltre mille ettari di palmeti che ci sono intorno all’oasi. Lo stereotipo comune dell’oasi è di una pozza d’acqua con intorno quattro o cinque palme, la verità è che le oasi sono vere e proprie cittadine circondate da foreste di palme. Alcune di queste piante crescono selvatiche, ma la maggior parte sono state piantate in file ordinate e queste zone sono dette appunto palmeraie. L’acqua proviene da circa duecento fonti ed è distribuita grazie ad un complesso sistema di canali. Quando siamo ormai a pochi chilometri dalla nostra destinazione, la strada comincia a passare tra le piantagioni di palme, al di fuori di queste zone c’è solo sabbia o quasi. Oggi c’è un certo vento, che solleva nubi di sabbia facendo quasi credere che stia per scatenarsi una tempesta. Questa sabbia entra dai finestrini aperti e, prima di accorgersene, ci si ritrova con i capelli impolverati ed una fastidiosa sensazione nella gola, come di qualcosa che gratta quando si prova a deglutire. Il louage ci lascia in quella che sembra la piazza centrale della città. Appena scendiamo ci rendiamo conto che la temperatura deve aggirarsi intorno ai quaranta gradi se non di più. Tuttavia la secchezza del clima e il vento rendono l’ambiente ancora sopportabile. Prima di partire ci eravamo procurati il numero di telefono di un possibile campeggio in cui passare la notte, ieri sera abbiamo chiamato e siamo riusciti a prenotare un bungalow per tre per stanotte al buon prezzo di venti dinari tunisini a testa, circa dieci euro. Da quel che sappiamo dobbiamo andare nella “zone touristique”, prendiamo quindi un taxi, il quale ci dice che questa zona è piuttosto grande e che non sa dove si trovi il nostro campeggio. Risolviamo dicendogli di portarci là e che, una volta scesi, ci arrangeremo. La “zone touristique” altro non è che una lunga strada dritta che si trova al confine tra la città e le palmeraie, su cui sono concentrati la maggior parte degli alberghi e dei campeggi. La fortuna è dalla nostra parte: mentre il taxi percorre la strada, per caso giro lo sguardo sulla sinistra e vedo il cartello che segnala il nostro camping. Frettolosamente dico al tassista di fermarsi. Ad accoglierci troviamo il padrone del camping, un attempato signore, alto forse un metro e cinquanta, dalla barba bianca e dallo sguardo allegro. Con mia massima sorpresa capisce subito che sono italiano e si mette a parlarmi nella mia lingua. Mi spiega che ha vissuto per molti anni in Italia come operaio e che è tornato qui solo perché gli mancava casa e, dopo averci mostrato il nostro bungalow, con fare serio mi dice “Fate come se foste a casa vostra, ma ricordatevi che siete a casa mia”. Uno slogan che mi aveva già ripetuto al telefono e che trovo sinceramente molto efficace. Il camping è un giardino con una fila di cinque bungalow con davanti tavolini e sedie di plastica. Il tutto all’ombra delle numerose palme circostanti. Sistemiamo i nostri zaini e ripartiamo subito per andare ad esplorare la Medina. Non appena usciamo dal campeggio troviamo un tizio con un calesse trainato da un cavallo che insiste per portarci alla nostra destinazione. Questa zona è relativamente turistica, ma quest’anno le presenze non sono state molte e la nostra dev’essere stata segnalata alla gente della zona. Decliniamo l’offerta, ma lui insiste e ci pedina col calesse. Dopo cento metri circa un altro tizio esce dal suo negozio da bordo strada e ci saluta chiedendoci da dove veniamo. Di nuovo con mia grande sorpresa, non appena gli dico che sono italiano, lui inizia a parlarmi nella mia lingua. Anche lui ha lavorato per molti anni in Italia e inizia a raccontarmi con dovizia di dettagli della sua vita e dei molti amici lasciati nel nostro paese. Zoe e Nastia sono impazienti di andare, finalmente dopo almeno un quarto d’ora riesco a sganciarmi dal nostro nuovo loquace amico. Nel frattempo il tizio col calesse continua a seguirci e ha chiamato pure un amico che, al contrario suo, parla inglese e ci abborda senza scampo. Alla fine cediamo a questa combinata insistenza e saliamo sul calesse, per dieci dinari (cinque euro) ci porta alla Medina. Pure il ragazzo che parla inglese sale con noi e pure lui è parecchio loquace: si chiama Samir, a quanto pare è nato e cresciuto in un’altra oasi qui vicino e viene da una famiglia berbera. Chiacchierando, Samir c’introduce a quella che sembra la filosofia di vita locale, riassumibile nella frase “Problem, but no problem”. Suscettibile di numerose e differenti interpretazioni, questa specie di motto ci verrà nuovamente ripetuto nel corso delle successive ventiquattr’ore. Samir e il guidatore del calesse ci lasciano all’entrata della Medina, ma prima di lasciarci andare ci fanno promettere di chiamarli quando dovremo tornare indietro: ci scambiamo così i numeri di cellulare. Finalmente riusciamo ad allontanarci e ad entrare nella Medina. Dopo cinquanta metri arriviamo ad uno spiazzo con tre negozi di souvenir e qui veniamo nuovamente abbordati da un locale: questa volta si tratta di un anziano signore dall’aria distinta e che porta a mano una bicicletta. Col tono di uno che non ammette obiezioni si propone di farci fare un giro della Medina. Non sapendo bene come declinare quest’ennesima offerta, ma ben consci del fatto che qui in Tunisia di solito offerte come queste alla fine non sono mai gratuite, ci facciamo guidare da quest’uomo che si rivela un’eccellente guida. Tutti gli edifici della Medina sono costruiti con gli stessi mattoni dal colore beige, usati anche per decorare le facciate delle case con innumerevoli disegni geometrici. Ogni disegno geometrico ha un suo significato, la mano di Fatima e l’occhio di Allah sono i più comuni.

L’effetto che danno è veramente caratteristico e originale. Alcune porte sono fatte di legno di palma e molte presentano motivi geometrici realizzati con piccole borchie metalliche. A parte la piccola piazzetta con i negozi di souvenir il resto della Medina è fatto di case ancora abitate e da moschee. Quella principale ha un minareto piuttosto alto e dall’aspetto recente. Oltre alla Medina la nostra guida si offre di portarci in una delle palmeraie. C’incamminiamo quindi verso le palme, lungo una strada che passa di fianco alla Medina e che sull’altro lato ha un recinto di frasche secche di palma (come tutti i recinti della zona) al di là del quale inizia la palmeraia. Attraversiamo un piccolo varco nel cancello ed entriamo in quella che è una vera e propria foresta. Oltre alle palme, vediamo cespugli, erba, fichi e banani. La nostra guida ci racconta che esistono moltissime varietà di palme e quindi altrettante varietà di datteri, ci spiega brevemente come l’acqua viene distribuita nelle varie zone e alla fine c’invita a prendere un tè nel negozio di suo nipote. L’offrire del tè è un simbolo tradizionale di ospitalità e non ce la sentiamo di rifiutare. Torniamo quindi nella piazzetta dei negozi ed entriamo in uno di questi, che a quanto pare è gestito dal nipote della nostra guida, un giovane sui venticinque anni, che indossa una maglia del Milan. Una stanza del negozio, che vende tutti i tipi di souvenir, è ricoperta di tappeti, c’invitano a sederci e ci servono una tazza di buon tè alla menta, quello tradizionale tunisino. Parliamo un po’ e naturalmente c’invitano a comprare qualcosa. Non volendo essere scortesi ognuno di noi acquista qualche regalo per sé o per amici e parenti. Dopo una buona mezz’ora riusciamo ad uscire e allora la nostra guida ci chiede di lasciargli un’offerta per la comunità della Medina. In genere io detesto queste cose, tuttavia quest’uomo è stato gentile ed è una brava guida e decidiamo quindi che venti dinari (dieci euro) sono un adeguato compenso per i suoi servigi. Anche se lui non ne sembra troppo soddisfatto ci ringrazia e ci lascia andare. Ormai è pomeriggio inoltrato, decidiamo di fermarci a mangiare in un bar e, mentre ci riposiamo, decidiamo cosa fare il giorno dopo: l’idea è di cercare un’agenzia turistica che organizzi gite di mezza giornata nei dintorni di Tozeur, dove non mancano le attrazioni da visitare. Dopo una difficile ricerca e dopo aver chiesto informazioni ad almeno dieci persone, tutte con idee diverse sul dove si trovasse un’agenzia turistica, ne scopriamo una aperta. Sfogliamo il loro catalogo e troviamo una gita di mezza giornata che fa al caso nostro: per trentatré dinari a testa ci danno un guidatore con jeep che domattina ci porterà a vedere una vecchia moschea, un canyon e il grande lago salato poco distante da Tozeur. Contenti del nostro acquisto prendiamo un taxi per andare al “Belvedere”, un posto panoramico al confine tra la zona turistica e la zona desertica. Dopo circa dieci minuti arriviamo in uno spiazzo dove le palme terminano e si trova una grande roccia alta circa venti metri. Intorno ci sono panchine, altalene ed altri giochi in condizioni abbastanza disastrose, una pozza d’acqua e qualche tettoia. Una grande scultura, decisamente fuori luogo, di un’aquila con le ali aperte completa lo scenario. Un paio di famiglie tunisine osservano come noi il tramonto. Nella roccia al centro dello spiazzo sono stati scavati alcuni scalini e decidiamo di salire. Arrivati in cima abbiamo una spettacolare visuale dei dintorni. Dietro di noi e sulla destra c’è Tozeur, sulla sinistra in lontananza vediamo le immense distese di palme, davanti a noi, dopo quello che sembra essere un campo da golf in disuso, si estende il vuoto del deserto, dal quale soffia un vento caldo, intriso di sabbia, che ci causa una sete quasi continua. Facciamo le foto di rito e poi scendiamo per fare una camminata. Abbiamo visto che di fianco alla roccia si trova un piccolo canyon profondo circa sei o sette metri in cui è possibile arrivare a piedi.

Alcuni bambini locali ci seguono incuriositi. Le pareti sono fatte da un materiale molto friabile che sembra nulla più che sabbia pressata, quando per caso trovo per terra la pelle secca di un piccolo serpente, decidiamo che forse è meglio uscire da quel posto. Risalendo lungo una delle pareti ci ritroviamo nel campo da golf vicino al Belvedere. Capiamo che si tratta di un campo da golf solo per via delle buche, c’è pure un sottile manto d’erba, ma è secca e ha lo stesso colore della sabbia che lentamente si sta reimpadronendo di questa zona. Camminiamo fino al limite esterno del campo in modo da non avere più nulla tra noi e l’inizio del deserto. La sabbia portata dal vento ci costringe ad indossare le nostre sciarpe per proteggerci bocca e naso, ci sediamo per qualche minuto su una piccola duna e in silenzio osserviamo il sole che rapidamente scende sull’orizzonte. Passato questo momento filosofico e meditativo, Zoe, che ama cercare sempre la canzone più adatta ai vari momenti, dal suo telefono fa risuonare la colonna sonora di “Il buono, il brutto e il cattivo” e decide che il luogo e il momento sono adatti per inscenare un duello in stile western. Nastia si offre di fare le foto: io e Zoe indossiamo le nostre sciarpe sul volto come banditi e, mentre le note di Ennio Morricone echeggiano deboli nell’aria a causa del vento, ci mettiamo schiena contro schiena, facciamo dieci passi, ci giriamo lentamente e ci guardiamo in cagnesco. Con parole di scherno cerchiamo di provocarci a vicenda chiamandoci con i nostri nuovi nomi western (Gringo e Jesse Zoe). Dopo un paio di minuti Jesse Zoe, con uno scatto fulmineo, estrae una pistola immaginaria e mi fredda con un colpo in pieno petto. Io ho appena il tempo per realizzare che sono stato colpito prima di cadere a terra stecchito. Jesse Zoe con voce calma dichiara che i ventimila dollari (vivo o morto) della mia taglia erano decisamente troppi data la mia lentezza.

Ormai il sole è sceso, è tempo di tornare indietro, non ci sono taxi e quindi dobbiamo prendere uno dei calesse che aspettano vicino alla roccia. Ci facciamo lasciare in centro città dove cerchiamo invano un ristorante che, stando alle nostre informazioni, serve carne di cammello. Non trovandolo, ripieghiamo su una squallida tavola calda a bordo strada. Dopo cena torniamo al camping a riposare un po’. Tutt’intorno risuonano i rumorosi festeggiamenti di matrimoni locali. Decidiamo di uscire per cercare un posto dove prendere un tè. Ne troviamo uno vicino al camping. Ormai sono le undici e siamo tutti assai stanchi, c’incamminiamo verso il camping, ma per strada incontriamo di nuovo Samir, il nostro amico del calesse, appena tornato da un matrimonio e chiaramente sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente, forse marijuana. Cerchiamo di liquidarlo in fretta, ma lui quasi ci blocca la via verso il camping e insiste nel volere bere un tè con noi nel bar là vicino. “Problem but no problem” ci ripete di nuovo, non vogliamo contraddirlo troppo e quindi dobbiamo accettare. Ci sediamo nel cortile di questo piccolo bar e per una buona mezz’ora restiamo in questa paradossale situazione in compagnia del nostro nuovo amico, che insiste con l’autodefinirsi un “Bérbèr modern” che non dimentica le sue origini, ma allo stesso tempo cerca di adeguarsi ai tempi moderni. Zoe è chiaramente divertita dalla situazione e continua a fare domande al povero Samir, il quale con il suo scarno inglese cade in una serie di contraddizioni incredibili. La lentezza e la difficoltà con cui beve il suo tè o cerca di accendersi una sigaretta risultano estremamente esilaranti. Nastia è chiaramente meno divertita di Zoe, ma sta al gioco e io pure cerco di vedere il lato buffo della situazione e allo stesso tempo tento di immortalare questi momenti fotografandoli, senza farmi notare da Samir. Finalmente riusciamo a convincerlo che è tempo per noi di ritirarci, paghiamo lo shisha che Samir ci ha ordinato per l’astronomica cifra di quindici dinari (otto euro) e, cercando di tenerlo in piedi, usciamo dal bar. Dopo calorosi e ripetuti saluti fuggiamo nel camping avendo cura di controllare che Samir non ci segua. La giornata giunge finalmente alla sua conclusione, per qualche minuto restiamo seduti fuori dal bungalow a ridere della situazione dalla quale siamo appena usciti, poi, stanchi e assonnati, cerchiamo di scacciare le formiche che invadono il nostro bungalow e ci corichiamo. Per evitare problemi notturni con le formiche decido di lasciare un pezzo di pane che funga da diversivo fuori dal bungalow, dubito che funzionerà, ma provare non costa nulla. Anche stanotte ci addormentiamo cullati dal dolce suono della musica tradizionale tunisina sparata a tutto volume da buona parte del nostro vicinato.

Per approfondire:

http://it.wikipedia.org/wiki/Tozeur

http://www.easyviaggio.com/tunisia/tozeur

Francesco Ricapito, Dicembre 2014