Couto Mia

Perle

Pubblicato il: 1 febbraio 2012

“Perle” è stato un gradito omaggio. Ricevuto, come alcune piacevoli sorprese, direttamente via e-mail, sotto forma di allegato e-pub, dalla Quarup, una casa editrice pescarese che, nonostante sia abruzzese come la sottoscritta, la sottoscritta non conosceva affatto.

Tornare a leggere Mia Couto, come avevo sospettato fin dal mio primo Couto (Veleni di Dio, medicine del diavolo, Voland, 2011), è stato esaltante e sorprendente. In sostanza: non mi aspettavo nulla di meno. E non posso che continuare a ribadire che questo scrittore è una delle scoperte più stuzzicanti e stimolanti che abbia compiuto negli ultimi tempi.
Stavolta si tratta di racconti. In “Perle” ce ne sono ben ventinove. Poche pagine ognuno ed ognuno è davvero una piccola perla. L’Africa, come già immaginavo, non poteva mancare e neppure certe atmosfere e certe figure che, per sangue, pensieri e contaminazioni non possono che arrivare dal Mozambico, il Paese in cui lo scrittore è nato.

Tante donne in questi racconti. Donne spesso lacerate, sottomesse, ingrigite dalla vita ma con pensieri che navigano sottili e potenti. Penso, ad esempio, alla portentosa protagonista de “Il cesto”, il racconto che apre il libro. Ma ci sono donne un po’ ovunque in “Perle” e, a dire il vero, gli uomini, narrativamente parlando, ne escono malconci, striminziti: creature difettose, assuefatte al loro mondo di idee minime e terrori nascosti.

Magici e straordinariamente poetici anche i racconti di vecchi e bambini, quasi come se a unire le due età estreme della vita ci fosse una corda invisibile ma portentosa. Penso al nonno che ha paura di essere nonno de “Il nonno differito”, uno dei miei racconti preferiti: “Io queste cose non le voglio. Io non sono nonno, sono io, Zedmondo Costante. Ora voleva godere del suo meritato diritto: essere vecchio. Si muore con tanta vita ancora! Tu non capisci, donna. Ma i nipotini sono stati inventati per rubarci, ancora una volta, il privilegio di essere noi stessi“.

Oppure gli incantevoli nonno e nipote del racconto dolce-amaro intitolato “Il fiume delle quattro luci” in cui il nonno cerca di far conoscere l’infanzia a suo nipote perché i genitori non hanno avuto tempo o voglia di farlo. “Che senso aveva essere bambino, se gli mancava l’infanzia? Questo mondo non è fatto per gli infantilismi. Perché ci fanno nascere così piccoli, se la vita sembra sempre spostata più in là, verso altre vite? Dovrebbero farci già belli grandi, capaci di sognare con moderazione”. O la dolcissima e premurosa nonna raccontata in “La nonna, la città e il semaforo“.
In ogni storia c’è un incanto. Non so come altro descrivere quella mescolanza di verità, vita, sogno, tragedia, visione, ironia, tenerezza, seduzione e divertimento. Perché leggere Couto diverte moltissimo. E commuove altrettanto. Ogni racconto racchiude un piccolo cosmo a sé stante, un universo che da solo si basta e si completa.

Non posso non fare accenno alla lingua, alla dimensione ludica che le parole e il loro uso hanno per questo scrittore. Inventa termini che non esistono, che nessun vocabolario e nessuna grammatica contemplano ma dà loro la legittimità necessaria a renderli vivi, comprensibili e pienamente integrati nei testi che scrive. Silvia Cavalieri, nell’interessante saggio che chiude “Perle”, spiega: “Molti critici hanno profuso parecchia energia per analizzare il personalissimo “idioletto scritto” di questo autore che, forte di un’intimità coltissima con il portoghese codificato, si diverte a stravolgerlo, modulando la sua scrittura sui ritmi morfosintattici del parlato di Maputo per poi incastonare in esso parole estrose ma sempre perfettamente grammaticali, inventate in sintonia con le regole fonologiche della lingua madre e utilizzando i procedimenti fondamentali della riproduzione lessicale“.
Ed è questo un altro dei buoni motivi per avvicinarsi a Mia Couto e alla sua letteratura.

Edizione esaminata e brevi note

Mia Couto, in realtà, si chiama António Emílio Leite Couto. E’ nato a Beira, in Mozambico, nel 1955. Il nome “Mia” era usato da suo fratello minore e, in seguito, lo scrittore lo scelse come nome d’arte. Couto è considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei in lingua portoghese. Dopo aver abbandonato gli studi di Medicina, Mia Couto si è dedicato al giornalismo e alla letteratura ma, più tardi, ha comunque scelto di laurearsi in Biologia. Ha esordito come poeta nel 1980, si è poi dedicato ai racconti per approdare al romanzo. Tra le sue opere tradotte anche in Italia ricordiamo “Terra sonnambula” (Guanda 2002), “Sotto l’albero del frangipani” (Guanda 2002), “Un fiume chiamato tempo, una casa chiamata terra” (Guanda 2005), “Ogni uomo è una razza” (Ibis, 2006), “Perle” (Quarup, 2011), “Veleni di Dio, medicine del diavolo” (Voland 2011).

Mia Couto, “Perle“, Quarup, Pescara, 2011. Traduzione di Bruno Persico. Titolo originale: O Fio das Missangas (2004).

Mia Couto: Wikipedia / Merlin Litag (scheda)