Ricapito Francesco

Reportage Dal Senegal – La Città Santa Di Touba – Parte 1

Pubblicato il: 5 febbraio 2017

Touba, venerdì 13 gennaio 2017 – 21:56

Sapevamo di non stare andando in un posto qualunque del Senegal. La conferma ci arriva alla gare routière: il cartello che indica la corsia delle auto dirette a Touba è diverso dagli altri ed è decorato con il disegno del minareto della grande moschea. Anche i soliti autisti insistenti sono subito ammutoliti quando abbiamo detto dove andavamo. Touba non è un posto dove i bianchi infedeli come me e la mia collega Giada vanno di solito in visita.

Il mezzo più comune per muoversi da una città all’altra in Senegal è il sept place: vecchie Peugeot modificate con una fila di sedili supplementare in modo da poter contenere in tutto sette passeggeri. Auto vetuste, tenute insieme con spago e scotch, con sedili storti e irregolari, portiere che a malapena si aprono e ogni altra sorta di danno o guasto. I posti dietro sono celebri per essere scomodi ma i senegalesi, che mediamente sono piuttosto alti, riescono a passare ore intere senza mai lamentarsi seduti là dietro. Io una volta feci un viaggio di un’ora e ancora me lo sogno di notte.

Per fortuna troviamo posto nella fila centrale, a questo punto però dobbiamo aspettare che arrivino altri passeggeri per riempire l’auto. La gare routière oggi sembra più calma del solito, ci sono meno venditori ambulanti e anche meno talibé: i bambini delle scuole coraniche che vanno per le strade a fare l’elemosina e che sono uno dei problemi più gravi della società senegalese contemporanea.

Dopo mezz’ora partiamo: come al solito si paga subito e i soldi non li raccoglie l’autista, bensì una specie d’intermediario che lavora nella gare routière. Prendiamo la route nationale verso Kaolack e il Gambia ma giriamo prima, a Fatick, verso Diourbel. Man mano che procediamo verso l’interno del paese il paesaggio si fa più desolato e vediamo meno centri abitati. Diourbel è il capoluogo della regione chiamata Baol e famosa in passato per la sua produzione di arachidi. Dopo una ventina di chilometri giriamo a sinistra e prendiamo una larga strada a sei corsie e divisa in mezzo da una lingua di terra. Una strada piuttosto recente e costruita per fronteggiare grandi afflussi di mezzi e non è un caso: Touba ogni anno è meta di un pellegrinaggio chiamato Magal che attira fino a quattro milioni di fedeli.

Procediamo con ordine: correva l’anno 1853 quando nel villaggio di Mbacké, vicino a Diourbel, nacque Cheikh Amadou Bamba. Erede di un leggendario capo clan e membro di una famiglia nobile, rinunciò presto ai suoi privilegi per dedicarsi alla religione. Frequentò la scuola coranica e nel 1883 fondò la confraternita muride, basandosi sulla dottrina del lavoro come via di salvezza e purificazione. Si oppose spesso alle influenze francesi e coloniali, ma in modo sempre pacifico e sconsigliando l’uso delle armi. Venne esiliato in Gabon e poi in Mauritania dal governo francese, ma poi riabilitato e decorato con la Legion d’Onore. Nel frattempo i suoi seguaci erano aumentati e la sua figura innalzata al livello di un santo, rinnovatore della fede e paladino della causa della libertà senegalese. Il suo sogno era di costruire una grande moschea a Touba, città da lui fondata nel 1887 poco più a nord di Diourbel, perché fu qui che ebbe una visione mistica mentre meditava sotto ad un albero. Un nome non casuale, Touba si chiama anche l’albero del paradiso musulmano. Bamba morì nel 1927 e venne sepolto proprio a Touba. La grande moschea che aveva sognato venne terminata solo nel 1963 e da allora la popolazione della città ha continuato ad aumentare fino a farla diventare la seconda del Senegal, con oltre mezzo milione di abitanti.

Nel frattempo la confraternita muride è diventata la più numerosa e la più ricca del paese. I marabout, i capi della confraternita, fungono da vere e proprie autorità morali e spesso si arricchiscono grazie al lavoro comunitario nei campi di arachidi, che i fedeli svolgono per dimostrare la loro dedizione e sottomissione. L’appartenenza a queste comunità di fedeli, o alle daara, le scuole coraniche, è vista come una sorta di assicurazione sociale, un luogo dove poter trovare aiuto e sostegno in caso di bisogno. Quasi tutti i senegalesi sono seguaci di un marabout: i camion, i taxi, gli autobus, sono pieni di scritte come “Talibé Cheikh”, “Seguace di Cheikh” (ovvero Bamba), “Ila Touba”, “Verso Touba” eccetera. L’unica foto esistente di Bamba, che lo ritrae in piedi, con un vestito bianco ed una sciarpa che gli copre parzialmente il viso, è riprodotta in ogni angolo delle strade, sui mezzi di trasporto e sugli oggetti più disparati.

Ogni anno, nell’anniversario dell’esilio di Bamba in Gabon, si celebra il Magal, una parola wolof che significa “rendere omaggio” e che consiste appunto in un pellegrinaggio alla tomba del santo. Da tutto il Senegal, e anche dall’estero, i fedeli raggiungono Touba per pregare insieme, in un rito collettivo estremamente sentito tra la popolazione. Pare strano che un luogo così non sia al centro degli itinerari turistici del Senegal, ma se cercate sulle guide turistiche troverete ben poche informazioni su Touba. Addirittura sulle mappe del Senegal, spesso la città non è segnata e se lo è non appare differente dagli altri centri urbani che le stanno intorno.

Tutto questo è un po’ sospetto e non è del tutto infondato pensare che forse dietro questo silenzio ci siano delle pressioni da parte della confraternita stessa che non vuole attirare flussi turistici a Touba. Qui tra l’altro non ci sono alberghi o grandi ristoranti, per passarci la notte è necessario conoscere qualche abitante.

Scendiamo all’entrata della gare routière di Touba. Samba, l’amico di Giada, ci ha detto di chiamarlo non appena arrivati. Un paio di tassisti arrivano subito ad offrirci i loro servigi, passiamo il telefono ad uno di questi per permettere a Samba di spiegargli come arrivare a casa sua. Raggiungiamo l’auto e ci mettiamo d’accordo sul prezzo, la corsa rischia di finire subito con un frontale con un altro taxi. Un paio d’insulti tra i due autisti e poi ripartiamo.

Arriviamo su un gran viale dove in lontananza vediamo l’altissimo minareto della grande moschea. Forse è solo suggestione ma si capisce di essere in un posto importante. Si ha la stessa impressione di quando si visitano dei luoghi famosi in tutto il mondo e intorno ai quali si percepisce un’aura d’importanza. Ad una grande rotonda giriamo a destra e dopo mezzo chilometro imbocchiamo una strada sterrata sulla sinistra. Come in tutto il Senegal, i punti di riferimento nelle città sono le botteghe, le moschee e le strade asfaltate. Altri duecento metri ed ecco che ci fermiamo davanti ad una grande casa quadrata dove ci aspetta Samba: un distinto signore sulla sessantina, con bel pizzetto bianco ed un elegante boubou bianco con tanto di cappellino in tinta. Ha una voce acuta e parla un italiano assolutamente comprensibile, ma che è chiaramente frutto di sola pratica e non di studio.

Samba ormai da vent’anni passa i mesi da aprile a gennaio in Italia, dove vende artigianato africano nei mercati cittadini. La sua attività è soprattutto in Calabria ed è qui che ha conosciuto Giada quando ancora era bambina. Per molti anni sono stati vicini di casa e anche dopo che lui si è traferito sono rimasti in contatto. Samba è tornato da appena dieci giorni in Senegal per le vacanze ma già da quando aveva saputo che Giada si trovava qui l’aveva invitata a passare qualche giorno da lui. A lei non andava di venire da sola ed ecco perché ho colto l’occasione e mi sono aggiunto pure io.

Un cortile c’introduce dentro la casa: su uno spazio interno centrale si affacciano tutte le altre stanze. La prima a presentarsi è sua moglie: avrà al massimo trentacinque anni, sguardo vispo e incuriosito, peccato che non parli francese. Da quel che mi ha detto Giada, Samba ha due mogli – qui in Senegal è ancora possibile – lei è evidentemente la seconda, della prima non c’è traccia. La seconda a presentarsi è la sorella della moglie: più corpulenta e con un bambino piccolissimo in braccio. Si tratta dell’ultimo figlio di Samba, nato a dicembre. Ne ha altri cinque, due sono sposati, due frequentano la scuola coranica e una vive ancora qui. Ci fanno accomodare in un salotto piuttosto scuro arredato con dei divani dalla tappezzeria mimetica ed una piccola televisione. Ci offrono qualche bibita. Samba si scusa per la sua umile casa e ci dice che deve proprio sembrarci brutta rispetto a quelle italiane, noi però siamo sinceri quando diciamo che si tratta di una delle più belle che abbiamo visto finora in Senegal.

Prima di andare in moschea per la preghiera, oggi infatti è venerdì, Samba ci mostra la nostra camera: non ce lo dice ma è chiaro che ci ha ceduto la sua. C’è un letto matrimoniale, tutte le cose sue e di sua moglie e addirittura alcune delle sue valigie ancora da disfare. Qui a Touba l’ospitalità è una cosa seria, lasciare la propria camera all’ospite è quasi un obbligo ed è normale se si considera che per il Corano l’ospite è sacro.

Aspettiamo pazientemente che Samba torni dalla moschea. Nel frattempo vediamo una delle sue nipoti, avrà al massimo due anni, ci guarda con circospezione e scappa via non appena ci avviciniamo.

Una volta tornato Samba usciamo per andare a fare un giro al mercato. Camminiamo per circa cento metri lungo la strada sabbiosa e arriviamo ad un grande slargo al cui centro giace una delle rare ferrovie del Senegal. Un lascito coloniale, ma Samba ci dice che ci passano ancora tre treni merci al giorno, per il Mali o per Dakar. Io vedo che la sabbia ha ormai quasi sommerso i binari e che addirittura un venditore di legna ci ha posizionato sopra tutta la sua merce e mi permetto quindi di dubitare della veridicità quest’affermazione.

Da questa strada passano regolarmente i carretti diretti al mercato, ne fermiamo uno e saliamo. Dapprima passiamo nei pressi di una zona dove si vendono soprattutto frutta e verdura. Siamo gli unici bianchi in vista e la maggior parte della gente ci guarda con curiosità e spesso ci saluta pure. Il carretto di ferma un attimo dove inizia una strada asfaltata per caricare altri passeggeri. Intorno a noi molti altri carretti, la maggior parte trainati da asini e solo alcuni da cavalli. Uno degli asini porta la scritta “Toyota” su una coscia.

Quando ripartiamo vediamo davanti a noi il gigantesco minareto della grande moschea in lontananza. Scendiamo dal carretto ad un trafficato incrocio all’entrata del mercato, lasciando cinquanta franchi a testa al carrettiere, meno di dieci centesimi.

Come la maggior parte dei mercati del mondo, quello di Touba non ha qualcosa in particolare da visitare se non sé stesso. Il problema dei mercati senegalesi però è che in quanto bianchi si è continuamente presi di mira da commercianti, talibé, venditori ambulanti, guide improvvisate e gente che propone le cose più disparate. Qui invece, forse anche grazie al fatto di andare in giro con un locale, nessuno ci dà fastidio e al massimo si limitano a guardarci.

Passiamo nella zona dei vestiti, per poi entrare in quella coperta, dove si vendono stoffe, spezie, cosmetici e medicamenti vari. Ci fermiamo alla bottega di un amico di Samba che vende rimedi a base di vitamine e proteine, per la maggior parte sembrano cose importate dall’Europa. Ci scambiamo qualche parola in francese, oltre ad essere amico di Samba è pure suo vicino. Restiamo là seduti davanti alla bottega per circa venti minuti e poi ripartiamo. Usciamo nella zona della verdura e della carne. Ad un angolo viene venduto anche il pesce secco: qui infatti il pesce fresco è difficile da trovare. L’odore che emana, mischiato a tutte le altre esalazioni del mercato, non è proprio piacevole.

Ritorniamo sulla strada principale e riprendiamo un carretto che ci porta fino a casa. Il passeggero vicino a me ha qualcosa da ridire sullo stile di guida del carrettiere e quando rischiamo effettivamente di sbattere il fianco contro un altro carretto, le critiche si fanno più pesanti. Il carrettiere allora comincia ad agitare il frustino in direzione del passeggero e quindi più o meno davanti al mio naso. Per fortuna la lite viene sedata da Samba con qualche parola.

Per cena ci viene servito un bel vassoio con qualche frittatina, una quantità incredibile d’insalata e altrettanta sauce oignon, la salsa di cipolle che qui in Senegal è il condimento preferito e più usato. Un pasto abbastanza leggero per gli standard locali, ma molto soddisfacente. Noi mangiamo seduti in salotto, abbiamo provato a chiedere di mangiare tutti insieme ma Samba non ha sentito ragioni, lui con la famiglia mangiano per terra dal piatto comune, in atrio. Mentre mangiamo abbiamo anche occasione di vedere un po’ di televisione: dapprima c’è uno speciale sull’imminente coppa d’Africa di calcio, poi arriva il telegiornale, prima in francese e poi in wolof.

Verso le ventuno usciamo con Samba per un’altra passeggiata: ritorniamo sulla strada sterrata da cui siamo arrivati e poi arriviamo all’incrocio con il grande viale che porta alla moschea. Questa stranamente non è illuminata la notte e quindi è al momento invisibile. Per strada ci sono poche auto ma molte persone: passanti, venditori, bottegai, mendicanti, soprattutto uomini. L’aria è piacevolmente fresca e non porta con sé tutta la polvere della zona costiera. Torniamo a casa verso le ventidue. Abbiamo addirittura il bagno in camera, un vero lusso: purtroppo però la doccia non funziona e quindi bisogna lavarsi con quello che abbiamo soprannominato tra di noi “secchiettiello”: una piccola caraffa di plastica che si riempie dai secchi pieni d’acqua che in genere si trovano nei bagni in caso d’interruzioni dell’acqua, qui piuttosto frequenti.

Sia il cuscino che il materasso sono piuttosto duri, ma almeno quest’ultimo è abbastanza lungo per le mie gambe. Dormiamo con la finestra aperta, nell’aria solo il rumore del vento e di qualche capra, Touba è una città tranquilla.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Cheikh_Ahmadou_Bamba

https://it.wikipedia.org/wiki/Muridiyya

Francesco Ricapito       Gennaio 2017