Rossana Dedola

Grazia Deledda

Pubblicato il: 6 aprile 2017

I luoghi gli amori le opere

“Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne; ho guardato per giorni, mesi, anni il lento svolgersi delle nubi, sul cielo sardo; ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente; ho visto l’alba, il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne; ho ascoltato le musiche tradizionali, le fiabe e i discorsi del popolo e così si è formata la mia arte, come una canzone, un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”. (Grazia Deledda)

Di Grazia Deledda, unica donna scrittrice italiana a vincere il Nobel nel 1927, non si parla più, né la si vede comparire nei programmi scolastici: già nelle mie antologie la trovavo dopo i veristi, liquidata in poche righe, nonostante in vita abbia goduto di fama e i suoi romanzi abbiano avuto traduzioni in numerose lingue. Dei miei figli, l’uno l’ha a stento sentita nominare, ma non sa chi sia; l’altra, un po’ più giovane, non la conosce proprio.

Ecco allora che in pieni anni Duemila compare questa dettagliata biografia, una biografia scritta come un romanzo, che ci porta nei luoghi in cui ha vissuto la Deledda – essenzialmente la Sardegna, Roma e le zone d’origine del marito, sul Po (Cicognara, Roncadello dai suoceri e poi dai parenti di Palmiro, e in seguito Cervia e altri paesi vicini) – ci racconta dei suoi amori, quasi tutti epistolari e ci mostra il legame tra le sue opere e le esperienze da lei vissute.

Nuovo materiale si è aggiunto alla sua biografia: presso biblioteche europee sono state ritrovate lettere e cartoline postali inedite (86 in in tutto), inoltre è riemersa la biblioteca della famiglia d’origine, che la Deledda ha condiviso con le sorelle e che ci mostra le sue vaste letture di livello europeo.

Non c’é nulla di maledetto nella vita della Deledda, una donna del suo tempo, che si suddivideva tra scrittura e famiglia, tra inchiostro, contatti epistolari e cura dei figli, della casa e del giardino.

Non ebbe neanche un grande titolo di studio, perché a fine Ottocento in Sardegna non si usava far studiare le donne, frequentò la scuola fino alla quarta elementare, che ripetè, proprio per non lasciare troppo presto i banchi e poi proseguì privatamente. Per il resto su autodidatta e lettrice instancabile.

La madre la ostacolò perché considerava la lettura un peccato. Consapevole che l’unico modo per uscire dalla famiglia e dalla Sardegna era trovarsi un buon marito, Grazia si diede da fare fin da giovanissima e iniziò vari contatti epistolari con possibili candidati.

Nel frattempo cominciò a orientarsi in un mondo per lei sconosciuto, quello dell’editoria e delle lettere, cercando di farsi strada e di ottenere collaborazioni letterarie remunerate. “Io dico tutto ciò che il mio cervellino pensa e sente il mio cuore…”

Già in quell’epoca l’editoria sembra soffrire degli stessi mali di oggi: “detta i suoi tempi, i suoi modi, le sue strategie che spesso poco hanno a che fare con i risultati artistici raggiunti dagli autori”.

La giovane Grazia è comunque determinata anche se a volte fatica ad esprimersi in italiano (usa il dialetto) sia oralmente che negli scritti, dove spesso i critici le rimproverano forme legate al dialetto sardo.

Alla fine riesce ad incontrare l’uomo giusto: è Palmiro Madesani, ha sette anni più di lei, di origine mantovana, grande appassionato di bel canto e impiegato dell’Intendenza di Finanza trasferito da Roma a Cagliari. Nel 1900 si sposano e il loro legame sarà duraturo, avranno due figli maschi e, per tutta la vita, Palmiro le farà anche da segretario, curerà le pubbliche relazioni e la solleverà da queste incombenze pratiche per consentirle di dedicarsi in tranquillità alla scrittura. Andranno ad abitare a Roma, dove Grazia conoscerà molti artisti e letterati ed entrerà meglio in contatto con case editrici e salotti letterari, senza mai perdere la sua riservatezza e anche una sua timidezza di fondo, che non la rendeva adatta a grandi discorsi pubblici.

Come scrittrice la Deledda fu assai prolifica, intrattenne anche tantissime relazioni epistolari con artisti del suo tempo: Angelo De Gubernatis, Marino Moretti, Alfredo Panzini, conobbe Federigo Tozzi, che purtroppo morì prematuramente, e poi pittori di De Pisis, donne di cultura come Justine Rodenberg. Scoppiò anche una vera passione con Emilio Cecchi, molto più giovane di lei e appena sposato, passione che finì con grandi sensi di colpa da parte di lui.

Pirandello invece la detestò sempre e scrisse anche un romanzo in cui derideva sarcasticamente Palmiro.

Fu più apprezzata all’estero che nella sua isola, come spesso accade agli artisti. Giunse al traguardo del Nobel, che ricevette con sobrietà e risevatezza com’era nel suo stile. Nel discorso motivazionale del premio il professor Henrik Schück sottolineò, tra l’altro, la capacità della Deledda di descrivere la natura: “Una natura meravigliosamente animata, che armonizza in modo perfetto con la psicologia dei personaggi che la scrittrice inserisce nel quadro. Da vera grande artista Grazia Deledda sa incorporare alle scene della natura le rappresentazioni dei sentimenti e delle costumanze del suo popolo”.

Infine affermò che l’Accademia svedese l’aveva scelta “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

Non si compromise col regime fascista, anche se Mussolini volle riceverla dopo il premio e le chiese cosa potesse fare per lei. La Deledda domandò la grazia per il proprietario della sua casa di Nuoro, che era stato mandato al confino.

Ai figli insegnò, tra l’altro, che “senza cultura non si va avanti nel mondo”, esercitò il suo ruolo di madre e scrittrice, donna di casa e artista, senza particolari nevrosi, almeno secondo quanto ci racconta questa biografia.

Sapeva essere ironica e ilare, amante della battuta e dello scherzo.

Piccola di statura, bruna, con occhi molto vivaci, sembra non fosse particolarmente elegante, una signora riservata, ma curiosa del mondo e degli uomini e delle loro passioni: “un’anima che si appassiona ai problemi della vita e che lucidamente vede gli uomini tali e quali sono, pur credendo che potrrbbero essere migliori, e che nessun altro, all’infuori di essi medesimi, mette ostacolo all’avvento del regno di Dio sulla terra”. Così si autodefinisce.

È una scrittrice che va riconsiderata e probabilmente posta nel giusto rilievo nel panorama letterario.

Edizione esaminata e brevi note

Rossana Dedola, già ricercatrice alla Scuola Normale di Pisa e analista didatta e supervisore dell’istituto C.G.Jung e deel’International School of Analytical Psycology di Zurigo. Ha pubblicato Pinocchio e Collodi (2002), La valigia delle Indie e altri bagagli (2006), Introduzione a Vivian Lamarque, Poesie 1972-2002 (2002), Roberto Innocenti. La mia vita in una fiaba (2012). Con Avagliano ha pubblicato Giuseppe Pontiggia. La letteratura e le cose essenziali che ci riguardano (2014).

Rossana Dedola, Grazia Deledda I luoghi gli amori le opere, Roma, Avagliano 2016.