Lillo Marco

Di padre in figlio. Le carte inedite del caso Consip e il familismo renziano

Pubblicato il: 18 giugno 2017

Forse potrà sorprendere qualche lettore ma uno dei primi politici a finire sotto il tritacarne di Marco Lillo, col suo “Di padre in figlio”, è proprio Beppe Grillo, artefice poco accorto – come spesso gli capita – di una sparata contro la stampa e contro un Renzi, a suo dire, poco solidale con babbo Tiziano. Mentre “chiude gli occhi di fronte lo scandalo Consip” (pp.31). Del Bomba, qualcuno avrà colto, abbiamo una pessima opinione e quindi lungi da noi volerlo difendere dalle critiche di Beppe Grillo. Nel caso specifico però Marco Lillo, che pure ha investigato in profondità nelle magagne del cosiddetto “giglio magico”, ha evidentemente voluto evidenziare qualcosa di più del “familismo” in salsa rignanese, quello che compare nel titolo del suo libro: non soltanto i comportamenti inverecondi di una banda di provincialotti assetati di potere, ma una sorta di “autobiografia della nazione”, per parafrasare Gobetti, che di fatto coinvolge anche i più insospettabili. Non un libro dedicato esclusivamente all’ex premier di Rignano e ai suoi famigli (familiari e non) ma di sicuro uno spaccato micidiale di un’Italia che non si è affatto ripresa dagli anni del berlusconismo, ed anzi ora si ritrova in balia di personaggi, se possibile, ancor più cinici e  incapaci.

Lillo, il giornalista che per primo ha svelato l’inchiesta Consip, ci ha aggiornato sui retroscena dell’indagine e su come si sono mossi gli adepti del Giglio magico. Una cricca che, con buona pace di Renzi, non appare proprio un modello di meritocrazia.

Avevamo già apprezzato “Il potere dei segreti” ed anche questa volta non siamo rimasti delusi: la capacità investigativa e la precisione del giornalista romano ha consentito di decifrare una vicenda altrimenti macchinosa, resa ancor più complicata dai maneggi di coloro che, proprio interpretando alla loro maniera il “familismo”, si sono inventati una morale tutta loro, a base di raccomandazioni, clientelismi, traffici d’influenze. Il fatto che poi si parli di Međugorje, oppure di mamme impegnate “in parrocchia con l’Adorazione Eucaristica” (pp.88), potrebbe effettivamente lasciare perplessi a fronte di intrallazzi che fanno pensare semmai ad una violazione del settimo comandamento. Come dire: difficile togliersi dalla testa un afrore di incoerenza e ipocrisia

C’è da aggiungere che, dal punto di vista strettamente penale, dalle indagini di Napoli e Roma emergono due verità possibili: secondo la prima “Russo sarebbe un millantatore; Marroni un calunniatore di ministri e generali, nonché del padre del premier e Vannoni un volgare traditore e mentitore […] La seconda verità possibile è invece letale per il potere vigente: Marroni, Vannoni e talvolta anche Russo dicono il vero. Ergo il padre del premier in accordo con il suo compare faccendiere si faceva promettere da Romeo 30 mila euro al mese per aiutare l’imprenditore a non essere escluso dalla gara più importante d’Europa. Inoltre Tiziano Renzi, il braccio destro e il braccio sinistro del neosegretario, cioè Lotti e Vannoni, erano stati informati delle indagini, come anche il numero uno della Consip, sempre nominato da Matteo Renzi, Luigi Marroni” (pp. 300).

In questa vicenda le confessioni di Marroni diventano una colonna portante dell’accusa, pur tra mille reticenze: “sembra che l’ad di Consip voglia rappresentare sé stesso come un manager pubblico che si trova di fronte ad un bivio esistenziale tra il rispetto della legge e la conservazione della poltrona” (pp.169). Non poteva poi mancare la presenza di Denis Verdini, amico di antica data del premier ma soprattutto uno dei più convinti sostenitori del governo e di una maggioranza Renzi-Berlusconi. Queste le parole di Marroni di fronte ai pm: “Carlo Russo mi disse chiaramente che in relazione all’intervento che lui pretendeva che io facessi sulla Commissione di gara per agevolare la predetta società (di cui mi riservo di farvi avere il nome che in questo momento non mi viene in mente) vi erano delle aspettative ben precise dell’Onorevole Verdini e di Tiziano Renzi, dicendomi chiaramente che erano le persone da cui dipendeva il mio futuro lavorativo, che avevano determinato la mia nomina e che avrebbero potuto anche determinare la mia revoca dall’incarico di amministratore delegato di Consip; insomma Russo mi pose chiaramente e senza mezzi termini e in mondo minaccioso l’alternativa tra favorire la suddetta società sponsorizzata dal Verdini o perdere il posto di lavoro” (pp.177).

Lillo così sintetizza la situazione, pur con tutti i condizionali del caso: “A supporto di Alfredo ci sarebbe stato Carlo Russo  e – se crediamo alle parole di quest’ultimo – il suo amico Tiziano Renzi, mentre per la cooperativa rossa, storicamente legata alla sinistra, Manutencoop, ci sarebbe stato – secondo quanto dice Alberto Bianchi, avvocato e tesoriere della Fondazione di Renzi mentre è intercettato – un interessamento dell’altro tesoriere, quello del Pd, Francesco Bonifazi” (pp.183).

La giustizia farà il suo corso e ne sapremo di più tra qualche mese. Altra faccenda se vogliamo parlare di “familismo” e di comportamenti politici. In questo caso, anche grazie alle famigerate intercettazioni, abbiamo invece diversi elementi che evidenziano un sottobosco di personaggi molto modesti, rubagalline, trafficoni che si sono ritrovati alle prese con appalti miliardari (l’ipotesi: influenzare la commissione di fare dell’appalto FM4, ovvero 2,7 miliardi di soldi pubblici); ma soprattutto, come scrive bene Lillo, un tristissimo scenario fatto di “rapporti incestuosi tra gli interessi privati e pubblici degli amici della provincia fiorentina sbarcati a Roma al seguito di Matteo e ormai posizionati nei gangli delle più importanti pubbliche amministrazioni” (pp.273).  Per usare le parole del Noe: “Russo è intermediario con il padre di Renzi che, a sua volta, grazie ad ottimi rapporti con Marroni, interverrà presso quest’ultimo per agevolare l’azienda dell’imprenditore partenopeo nell’assegnazione di gare in Consip” (pp.75).

L’accordo, almeno leggendo le intercettazioni, sarebbe stato fortemente condizionato dall’esito del referendum costituzionale che, nel caso di vittoria del “Si”, avrebbe incoronato Matteo Renzi reuccio d’Italia. In altri termini come se tra il giro rignanese del “Babbo” e quello fiorentino e istituzionale del figlio premier in carica si sia creata una sorta di osmosi, con passaggio di notizie riservate da Roma a Firenze e Rignano.

Difatti, al di là delle eventuali responsabilità penali, c’è da chiedersi cosa voglia dire tutta questo spasmodico cercarsi e questa familiarità tra personaggi nativi di Rignano, il generale Del  Sette (indagato con ipotesi di favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio), Carlo Russo che si propone come “facilitatore”e il napoletano Romeo (attualmente in carcere); per non parlare del fatto che accusati e accusatori, tutti dell’entourage renziano, rimangono da mesi lì al loro posto. Eppure dalla logica non si scappa: oltre alla presenza di un ministro indagato (accusato di rivelazione di segreto d’ufficio) che non si schioda dalla poltrona – per molto meno un comune cittadino non potrebbe nemmeno partecipare ad un concorso pubblico – abbiamo in carica personaggi che si accusano tra loro e quindi o sono responsabili di gravi reati o sono dei calunniatori.

Anche il ruolo del giornalismo d’inchiesta, soprattutto a seguito di queste vicende, è stato messo sotto accusa. Marco Lillo, pur consapevole degli azzardi penali insiti nel suo lavoro, però va avanti per la sua strada, rivendicando il ruolo rischioso di “storico del presente” (U. Eco), della stampa come “quarto potere” e marcando le differenze con il lavoro dei giudici: “La funzione prescrittiva limita il dovere di descrizione del magistrato. Il suo giudizio di fatto è funzione del giudizio di diritto e viceversa. L’aspirazione ideale del giornalista è quella di portare a conoscenza della pubblica opinione tutti i fatti realmente accaduti al fine di consegnare ad essa – e non ai magistrati – il giudizio finale”. Pur ammettendo il grave “rischio di confondere la propria versione con la realtà” (pp. 290). Comunque la si pensi una delle vittime di questa vicenda è ancora una volta il giornalismo italiano: tutti i più diffusi quotidiani e media nazionali per mesi hanno ignorato o tentato di nascondere gli scoop di Marco Lillo e poi, quando proprio non si poteva fare altrimenti, si sono improvvisamente svegliati. Un “quarto potere” che lascia molto a desiderare

Edizione esaminata e brevi note

Marco Lillo, (Roma, 1969) giornalista investigativo, caporedattore inchieste de “il Fatto Quotidiano”, ha pubblicato, tra l’altro, i documenti segreti che hanno svelato le congiure in Vaticano e i trucchi nel bilancio del Monte dei Paschi di Siena ai tempi di Giuseppe Mussari. Ha condotto inchieste sull’ex presidente del Senato Renato Schifani, sull’ex sottosegretario Carlo Malinconico e sull’ex ministro Nunzia De Girolamo. Ha svelato la storia della pensione di Matteo Renzi, assunto nell’azienda di famiglia pochi mesi prima dell’elezione in Provincia. È autore dei libri “Bavaglio” (2008), “Papi” (2009) con Peter Gomez e Marco Travaglio, e di “Il potere dei segreti” (2016).

Marco Lillo,“Di padre in figlio. Le carte inedite del caso Consip e il familismo renziano”, PaperFIRST, Roma 2017, pp. 304.

Luca Menichetti. Lankenauta, giugno 2017