Balboni Mauro

Il pianeta mangiato. La guerra dell’agricoltura contro la terra

Pubblicato il: 24 giugno 2017

Ad un certo punto, tra le pagine del libro “Il pianeta mangiato” leggiamo che “in ben 187 paesi, oggi, gli anziani mangiano ‘meglio’ delle nuove generazioni”(pp.187). Un’apparente contraddizione soprattutto in presenza di uno storytelling globale che prospetta una possibile rivoluzione “verde” ed una scienza che rivendica, grazie agli OGM e quant’altro, di poter risolvere i problemi dell’umanità. La prospettiva di Mauro Balboni è invece del tutto diversa: uno sguardo disincantato che demolisce sia la propaganda dello scientismo farlocco legato alla grande industria, sia l’eccessivo ottimismo degli ambientalisti del genere “slow food”. Insomma, niente a che vedere con gli slogan letti a Expo 2015, del tipo “Nutrire il pianeta, energia della vita”, e con gli stereotipi di massa tipo “la buona agricoltura che tutela il paesaggio e combatte(rebbe) il cambiamento climatico; la grande industria agroalimentare che si è incaricata di guidarci verso la mitica sostenibilità, che tutti a parole vogliamo ma pochi sanno dire cosa sia” (pp.10). Una denuncia ben documentata, che non conosce parole consolatorie, e nel contempo un’esortazione ad “imparare a produrre cibo in un altro clima, in un mondo diverso. Finché siamo in tempo” (pp. 207).

Il punto di partenza di questa “guerra contro la terra” è stato individuato proprio nell’agricoltura; pratica che, secondo Balboni, non è mai stata “naturale” (“perché l’agricoltura è sempre e comunque stata contro il climax di un territorio”): problemi che quindi nascono con l’uomo civilizzato e che in questi ultimi decenni, in particolare dagli anni ’80 del secolo scorso, hanno preso una piega a dir poco preoccupante. “Il pianeta mangiato” infatti è un libro che cerca di spiegare il rapporto conflittuale tra il nostro cibo, noi stessi e la Terra, sfidando il mito del cibo pre-industriale e il “mito consolatorio che l’agricoltura sia in se stessa buona, mentre i problemi che frequentemente allertano i media sarebbero deviazioni da quella primitiva bontà, conseguenza di una tecnologia perversa” (pp.12). La tecnologia industriale ha indubbiamente causato danni ma Balboni vede nel modello agroalimentare contemporaneo la causa dei maggiori pericoli per il nostro pianeta. Siccome gli ambientalisti e tutti coloro che si oppongono, ad esempio, alla cementificazione del suolo sono trattati spesso da retrogradi, Balboni rovescia il paradigma: l’unico progresso possibile è “quello che riconosca i limiti fisico-chimici e biologici del pianeta che ci ospita” (pp.13). Un rovesciamento di prospettiva che coinvolge chiaramente l’idea di sviluppo, e così  – il concetto farà inorridire molti dei nostri “riformisti” – leggiamo che “mentre le regole dell’economia possono essere cambiate a nostro piacimento, le leggi della Terra non possono esserlo. Non è la Terra che deve adattarsi alle leggi del business, ma il contrario” (pp.216).

Ripetiamolo: un modo di intendere il progresso che parte dalla notte dei tempi e che fin dalla notte dei tempi ha causato autentici suicidi ecologici. Balboni ricorda la fine dei Maya, dipendenti da una sola fonte alimentare, legata ad un uso insostenibile dall’acqua, che li aveva resi particolarmente vulnerabili al cambiamento climatico. In altri termini “l’incapacità di comprendere i limiti ecologici del loro territorio li aveva cancellati dalla faccia della terra, come civilizzazione avanzata, ben prima dell’arrivo delle malattie e degli archibugi degli europei” (pp.16).

A questa incomprensione, evidentemente connaturata all’homo sapiens, in questi ultimi decenni, con un sistema agroalimentare che si beve il 70% dell’acqua dolce del pianeta e che in tutta evidenza è tra le cause del riscaldamento globale, si sono aggiunti i danni collaterali di quella che Balboni chiama la “globesità”, una vera e propria pandemia. E’ la contestazione radicale dello storytelling che attribuisce un ruolo positivo all’agricoltura per “produrre di più e per lottare contro la fame nel mondo” e che tenta, in qualche modo, di collegare il mito positivo delle origini con la piaga della globesità, alimentata in particolare – è proprio il caso di dirlo –  da enormi allevamenti industriali di bestiame e da tre devastanti monoculture: mais, soia, palma da olio. I risultati mostrano delle contraddizioni sconcertanti: accanto a persone che fanno la fame, magari negli stessi paesi in via di sviluppo, si iniziano a vedere giovani obesi, alimentati con “cibo denso” o “a energia densa”:  ormai hanno preso campo le multinazionali che ci propongono ovunque i loro gustosi prodotti ad alto contenuto di grassi, zuccheri e sale, che, oltretutto, alterano la struttura dell’ippocampo, quel tanto da far diminuire il controllo inibitorio e a non sentire la sazietà.

Questo sistema, che  altera in profondità la stessa struttura dell’essere umano, come ci ricorda Balboni, è parte dell’incrocio più pericoloso per la civiltà umana: una produzione che prosegue senza sosta su un pianeta sempre più caldo, con sempre meno terra fertile e acqua per irrigare. Un meccanismo perverso che sarà molto difficile da invertire non fosse altro che, secondo l’autore del libro, alcuni presunti rimedi non fanno altro che alimentare il disastro prossimo venturo. Un esempio – e paradosso – viene dai biocombustibili: “convinti di contribuire alla soluzione del problema dei gas-setta, noi buoni e ‘verdi’ Europei provochiamo in realtà emissioni nette di CO2 commissionando la distruzione di foreste che sono uno dei principali carbon sinks del pianeta” (pp.113). Convinzioni come quelle che hanno portato allo sviluppo dei biocombustibili, a volte vogliono dire poca accortezza, forse calcoli sbagliati, ma a volte è probabile vogliano dire anche tanta ipocrisia, soprattutto quando si parla di “sviluppo sostenibile” un brand buono a tutti gli usi.

“Il pianeta mangiato” rappresenta quindi un monito di quelli potenti, che colpisce a destra e a manca, che non semina ottimismo, ma non per questo è un arrendersi all’inevitabile. Qualcosa ancora si può fare prima del 2050 con relativi 10 miliardi di esseri umani; e Balboni individua le proposte, secondo lui, “più cruciali”: “la tassazione del cibo denso e l’educazione alimentare nelle scuole; l’abbattimento delle emissioni di gas-serra e la preparazione della resilienza agricola al clima dell’Antropocene; il ripensamento dell’intero concetto di monocultura industriale e di campo coltivato; la produzione di cibo ‘via dalla terra’, e cioè cose come l’agricoltura verticale e le proteine dagli insetti o dai laboratori; la riconversione di centinaia di miliardi di euro di risorse europee da destinare all’innovazione agroalimentare. E altre ancora” (pp.247).

Espedienti e nuovi paradigmi che non sono soltanto farina del sacco di Balboni, ma probabilmente sarà molto complicato che possano trovare la luce in tempi brevi: mancano appena 33 anni al citato record demografico, 63 anni a quello che, da tutti gli studiosi di global warming, viene chiamato “l’incrocio pericoloso”, mentre gli storytelling più ottimistici, non si sa se in buona fede o se condizionati da un’idea distorta di cultura scientifica, continuano ad imperversare.

Edizione esaminata e brevi note

Mauro Balboni, è nato a Bolzano nel 1958 e vive oggi in Svizzera. Si è laureato in Scienze Agrarie all’Università di Bologna. E’ stato dirigente di livello internazionale nell’agroindustria, per la quale ha lavorato sia nella ricerca & sviluppo che negli affari governativi.

Mauro Balboni, “Il pianeta mangiato. La guerra dell’agricoltura contro la terra”, Dissensi Edizioni, Viareggio 2017, pp. 320.

Luca Menichetti. Lankenauta, giugno 2017