Allegranti David

Matteo Renzi. Il rottamatore del Pd

Pubblicato il: 30 marzo 2016

Sono passati appena tre anni dalla prima edizione del libro di David Allegranti “Matteo Renzi. Il rottamatore del Pd”. Un periodo relativamente breve che ha visto nascere e morire tre governi, che ha confermato l’istituzionalizzazione dell’inciucio e che, con l’affacciarsi di Renzi sulla scena nazionale, ha fatto sorgere un bel po’ di domande: l’ex sindaco di Firenze è davvero un rottamatore oppure un abile riciclatore? Forse un po’ rottamatore e un po’ riciclatore? E poi: riciclare chi e rottamare cosa? Una spavalderia e voglia di fare finalizzata a cambiare in meglio l’Italia oppure finalizzata innanzitutto a cercare un facile consenso? Esistono gattopardi consapevoli che per salvare il salvabile sono costretti “a cambiare tutto per non cambiare nulla”? Sono ovviamente domande retoriche alle quali molti di noi hanno già dato risposta, soprattutto in virtù della composizione del nuovo governo, di un programma che contempla stravolgimenti istituzionali in presenza di un Parlamento di nominati, di un accordo politico con un ex premier pregiudicato, di un progetto di legge elettorale parente stretto del porcellum. Ed in virtù del fatto che, secondo noi, si possono cogliere alcune differenze tra il compianto Piero Calamandrei e i nuovi costituenti Denis Verdini e di Maria Elena Boschi. E’ chiaro che dopo anni di apparente immobilismo istituzionale (ma i progetti peggiori sono comunque venuti alla luce) e di evidenti sprechi da parte di una classe politica irriformabile, un piglio decisionista e sbrigativo come quello di Matteo Renzi poteva e potrà trovare molti consensi sia a sinistra che a destra: gran parte dell’elettorato, che ora si scaglia contro la Costituzione, fino a ieri la definiva “la più bella del mondo; senza avere alcuna cognizione di come sia già stata massacrata a partire dagli anni ’90. E’ altrettanto chiaro che l’elettorato si fa conquistare facilmente dall’idea di mandare a casa tanti senatori e parlamentari, e magari di non eleggerli proprio più; mentre risulta più complicato far comprendere che risparmi, abbattimento del debito, un recupero dell’etica nel fare politica sarebbero possibili sopratutto grazie a poche leggi fatte bene: leggi anticorruzione che si possano definire tali, l’abrogazione della legge obiettivo, una normativa severa sui conflitti d’interesse, riformare il riformato art.111 C. e tornare all’art. 513 c.p.p.; e così via. Per il momento di tutto questo non si parla, pena venir meno l’endorsement del pregiudicato e dei riciclati ben accomodati a perpetuare un parlamento di nominati ed un governo privo di sostanziosi contrappesi (si dimentica – volutamente – il concetto che le costituzioni servono anzitutto come garanzie contro i poteri, e di nominati che nominano altri nominati si dovrebbe parlare il meno possibile). A riguardo ci viene spesso in mente l’espressione di Gobetti, “stu­den­tesca spensiera­tezza” (dalla quale si coglie bene il disprezzo per i “professoroni” che non sono al proprio servizio); ma siccome siamo ottimisti non è detto, passato questo momento di agitato trasformismo, che qualcosa di buono non venga fuori. Magari per sbaglio.

Una premessa lunga ma che ci stava tutta: il libro di Allegranti, malgrado sia stato pubblicato nel 2011, rappresenta tutt’ora una delle biografie politiche più efficaci e complete dell’ex sindaco di Firenze, a fronte di una pubblicistica che, secondo tradizione tipicamente italiana, già tende all’agiografia. Un ritratto, come si suol dire, tra luci e ombre che ha rilevato, senza pregiudizi e senza reticenze, vizi e virtù di un grande comunicatore. Sul “grande statista” giusto aspettare e dare il tempo, se mai si potrà, di rimediare alle prime cantonate.

Allegranti, con doverosa perfidia, riporta alcuni brani da intercettazioni tra Bacci e Fusi e tra Renzi e Cioni. Parole piuttosto imbarazzanti: lo stesso ex sindaco ha dovuto ammettere che “quella telefonata non è stata il massimo dell’eleganza” (pag. 42). Nel contempo si è dato conto delle sue capacità comunicative di “populista civico” e di un efficace linguaggio politicamente scorretto: “parla alla pancia della gente; perché in una città che vive di rendita dichiara guerra [ndr: almeno a parole] alla rendita immobiliare, culturale, politica” (pag. 24). Tra le “luci”, onestamente non molto numerose, Allegranti ricorda l’aspetto più apprezzabile e fino ad ora più coerente del Renzi politico: un ex scout cattolico (anzi “cyberscout”) che, forse non soltanto con l’intento di ampliare il proprio elettorato di riferimento, ha rivendicato, da cattolico, la propria laicità anche di fronte a temi controversi, non temendo gli inevitabili scontri con la Curia fiorentina.

Altri aspetti che riguardano le “ombre”, tipo la bufala dei “volumi zero” oppure la gestione del patrimonio culturale, nel libro di Allegranti non sono proprio presi in considerazione e per quello il lettore “apota” farà bene a consultare il più aggiornato “Chi comanda Firenze” di Duccio Tronci, sul pervasivo sistema di potere renziano, oltre che il durissimo pamphlet di Tomaso Montanari “Le pietre e il popolo” in merito al vergognoso sfruttamento riservato alle città d’arte da parte di politici famelici e soprattutto ignoranti (paradigmatiche di questo andazzo le parole di Giuliano de Empoli presenti in “Matteo Renzi. Il rottamatore”).

Il libro edito dalla Vallecchi chiaramente è fermo a tre anni fa, non è aggiornato sulle convulsioni di un regime partitocratico che tenta disperatamente di riciclarsi, ma merita di essere letto; e non soltanto perché Allegranti scrive bene, conciliando rigore giornalistico con una certa leggerezza di stile ed ironia. E’ un libro che, col senno di poi, potrà ricordarci qualcosa degli intenti di rottamazione di Renzi, le alleanze politiche, gli amici fedeli e soprattutto gli avversari che dall’oggi al domani sono diventati suoi ferventi seguaci. E’ anche in virtù di questi personaggi, un tempo a rischio rottamazione ma adesso ferventi rottamatori di istituzioni, di Costituzione e di antiberlusconismo, che nascono molte delle perplessità dell’elettore “apota”. Un racconto che per certi versi chiarisce quello che era già chiaro a molti: il renzismo potrà rappresentare l’ennesima malattia italiana, l’effetto collaterale o peggio ancora l’evoluzione del declinante berlusconismo, ma Matteo Renzi in quanto tale non è facilmente assimilabile ad un giovane Berlusconi. I due hanno in comune un bel po’ di cose, tipo la sgradevole predisposizione alla menzogna, un’idea padronale della politica, la vocazione a pretendere invereconde riforme istituzionali, l’abilità nell’usare tecniche di marketing, il carattere estroverso e la tendenza a spararla grossa; però è altrettanto vero che Renzi nasce come politico e non come imprenditore dalle origini oscure, ha un passato macchiato da diverse marachelle magari neppure troppo veniali, ma non ha avuto a che fare con Mangano, Dell’Utri e compagnie del genere. La stessa ambizione smodata e non priva di arroganza del più giovane Renzi ha poco a che vedere con i motivi della discesa in campo dell’ex cavaliere: evitare la galera.

Chi avesse letto con attenzione il libro di Allegranti, che ha delineato correttamente il carattere e lo stile di quello che era ancora il sindaco di Firenze, non si sarà meravigliato di come sono andate le cose nella politica italiana, alle prese con un elettorato in cerca di un leader postideologico e dalle doti taumaturgiche. Il fatto che il nostro Renzi su certi argomenti abbia disinvoltamente detto una cosa e poco dopo il suo contrario, con i più importanti media generalisti  smemorati, non stupisce. Lo stile è un po’ quello lì. Si ricorda giustamente come, da sindaco, abbia mostrato da subito il necessario piglio decisionista per chiudere parte del centro storico di Firenze alle auto. Iniziativa peraltro molto apprezzabile e visibile ai più. Il libro, forse proprio perché edito nel 2011, non approfondisce semmai quanto accaduto di lì a poco in merito a vicende molto meno note: Renzi, dopo avere mosso qualche rimostranza della serie “non lo permetterò” –  non si sa se davvero sentita o frutto di un gioco delle parti – ha pensato male di accettare e poi di sostenere, col plauso di Moretti e di altri cementificatori travestiti da riformisti, progetti pericolosi e costosissimi quali il tunnel Tav della Stazione Foster e il tram sotterraneo vicino al Duomo. Insomma, ricordando i disastri e le speculazioni avvenute nel Mugello, una rottamazione un po’ sbilenca e che, a volte, non si sa davvero cosa abbia rottamato.

Il “rottamatore” raccontato da Allegranti suscitava fin da allora alcune perplessità ma ancor più speranze. Adesso che la cosiddetta rottamazione – poi tutto da vedere se sbilenca o meno – procede con la benevola e blanda opposizione di un ex premier che batte cassa, avremo modo di valutare i pro e i contro di questo piglio arrogantello e non privo di azzardi. Molti di noi speravano in un premier capace di decidere ma, appunto per quanto visto in questi ultimi vent’anni, che mostrasse anche doti di coerenza, l’intenzione di agire secondo il rispetto pieno dello Stato di Diritto e della legalità; avendo quindi come priorità l’autentica rottamazione delle cause del malaffare e della corruzione politica. Le premesse, in paese che non ha memoria e che ha bisogno di credere ad un uomo solo al comando, non sono affatto delle migliori; ma è inutile adesso inventarsi indovini. Sarà semmai interessante capire dove ci porterà tutta questa vivacità non disgiunta da parole in libertà e dalle amnesie di un premier “circondato dall’establishment che tuona contro l’establishment” (A. Robecchi). Qualcosa di buono – ripetiamolo – potrà pure venirne fuori, salvo non essere ciucci e non credere che tutto sia fatto per puro spirito di servizio. Malgrado gli italiani abbiano un debole per i furbi, si fa anche presto a cadere dalle stelle alle stalle, memori di un’espressione tutta italiana: “Aridatece er puzzone”.

Edizione esaminata e brevi note

David Allegranti, (Firenze, 1984) giornalista e blogger, lavora al Corriere Fiorentino, edizione locale del Corriere della Sera. Scrive per Europa, Panorama, Huffington Post e Linkiesta. Ha scritto per il Foglio. Premio Ghinetti giovani 2012.

David Allegranti, “Matteo Renzi. Il rottamatore del Pd “, Vallecchi, Firenze 2011

Luca Menichetti. Lankelot, aprile 2014