Becattini Giacomo

La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale

Pubblicato il: 2 gennaio 2016

“La coscienza dei luoghi” è un libro intestato al solo Giacomo Becattini, e probabilmente è giusto così, non fosse altro che il saggio in gran parte è composto da inediti dell’economista toscano e da testi pubblicati su riviste come “Il Ponte”, “Il Sole 24 Ore”, “Sviluppo locale”, “Contesti”. E’ opportuno aggiungere però che la presentazione di Alberto Magnaghi e il lungo dialogo tra i due professori emeriti (frutto di diversi incontri tra il 2006 e il 2010) ci dice moltissimo sulla “lunga marcia degli studi economici verso il territorio”. Ricordiamo, infatti, che la carriera accademica di Becattini si è caratterizzata per una particolare attenzione alle ricchezze dei distretti industriali, intese innanzitutto come accumulo di conoscenze ed esperienze di imprenditori e lavoratori. Interessi che hanno reso Becattini – da tempo convinto che gli studi economici non dovessero interpretare il territorio come semplice e neutro spazio geografico – l’interlocutore ideale di Magnaghi, non a caso fondatore della Scuola territorialista italiana. Quello che possiamo cogliere dal dialogo tra i due professori, forse con ancor più evidenza rispetto le pur apprezzabili pubblicazioni scientifiche, è che l’obiettivo di avvicinarci a un’economia cooperativa, al fine di limitare i danni della globalizzazione finanziaria e di un capitalismo finanziario “che ha fatto deragliare il processo di incivilimento”, vuol dire innanzitutto implementare una “coralità produttiva”. In altri termini proporre una sorta di globalizzazione alternativa, fatta di innumerevoli mondi locali cooperanti, e di altrettante “coscienze di luogo”. Esattamente l’opposto di quanto sostenuto dai “brillanti strateghi” che avanzano l’idea di approfittare della crisi “per rinnovare il guardaroba della nostra industria, abbandonando – era l’ora! – le chincaglierie pseudo-artigianali del Made in Italy per affacciarsi in forze – quali forze? – sulle scene prestigiose dell’hight tech e della grande industria […] Non possiamo esimerci dal notare che quel modo di ragionar implica che la posizione di un paese nella divisione mondiale del lavoro sia una cosa da decidere a un tavolino romano, fra una carbonara e un abbacchio” (pp.19).

Becattini, invece, senza dimenticare “la divaricazione tra Pil e benessere” (precisata, oltretutto, da studiosi come Joseph E. Stiglit, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi), ci dice che “il punto di partenza corretto dell’analisi produttiva dovrebbe essere che ogni luogo, per come l’hanno foggiato madre natura e le vicende della sua storia, ha, in ogni dato momento, un suo grado, diciamo, di coralità produttiva, basata, questa, non soltanto sula vicinanza tecnica, spaziale e culturale delle imprese, ma anche e più sulla omogeneità e congruenza culturale delle famiglie” (pp.59). Basandosi sulle analisi del pensiero di Marshall, di Giorgio Fuà e di altri eminenti studiosi, il nostro autore propone una via d’uscita dall’idea “anchilosante che vi sia un solo sentiero di sviluppo” (pp.93). Un modo per governare quelli che vengono definiti “i termini del conflitto della nostra epoca: il conflitto fra eterodirezione globale e autogoverno locale in comune dei mezzi della riproduzione della vita materiale e relazionale” (pp.220).

Un’analisi che, soprattutto nel dialogo col collega urbanista, viene valorizzata con casi concreti di stretta attualità, e che merita qualche ampia citazione. Così Magnaghi: “Faccio un esempio. E’ nota la polemica sul sottoattraversamento di Firenze per la Tav [ndr: in realtà i fiorentini sono disinformati e, spesso, indifferenti se interrogati sulla vicenda], un’opera di cui nessuno è in grado di definire l’utilità. E’ stato pubblicato un rapporto (cui ha partecipato il mio laboratorio dell’Università di Firenze, Lapei) che dimostra che una soluzione di superficie è più semplice, meno rischiosa e infinitamente meno costosa. Perché politici e amministratori non ascoltano nessuno – cittadini, comitati, movimenti, università – e insistono sulla soluzione più costosa e a rischio? Una risposta la si trova vedendo la composizione degli appalti: un intreccio indissolubile fra poteri e interessi economici e partitici. I politici locali si trovano a dover rispondere agli interessi delle imprese create dal loro stesso partito, per le quali più l’opera costa e meglio è” (pp.121). Situazioni simili, secondo Becattini, si sono aggravate ormai da decenni proprio a causa dei sempre più stretti rapporti tra politica e big business. E’ altrettanto evidente che, in un’Italia dove la corruzione è stata sdoganata come “volano dell’economia” e dove le proteste degli ambientalisti e della società civile sono archiviate con la parola “comitatini” (cit. M. Renzi), sia Becattini che Magnaghi si fanno davvero promotori di un cambiamento di prospettiva: un’economia che torni ad essere “quello che era in origine, vale a dire lo studio dell’organizzazione sociale più favorevole alla felicità dei popoli”. Del tutto coerenti quindi le parole di Becattini al termine della cosiddetta “metafora del lago”, pubblicata nel 2012 per la società dei territorialisti: “L’economia è certamente la scienza degli affari, ma,’anche e più’, essa è parte essenziale del discorso filosofico sull’uomo. O, come diceva John Stuart Mill: non può essere un buon economista chi sia soltanto un economista” (pp.114).

Edizione esaminata e brevi note

Giacomo Becattini, nato a Firenze nel 1927, è stato professore di Economia politica nell’Università di Firenze. È membro delle Accademie dei Lincei, Colombaria e dei Georgofili, nonché socio onorario di Trinity Hall (Cambridge). Fra i suoi libri ricordiamo: Il concetto d’industria e la teoria del valore, Boringhieri, 1962; Scienza economica e trasformazioni sociali, La Nuova Italia, 1979; Distretti industriali e made in Italy, Bollati Boringhieri, 1998; Dal distretto industriale allo sviluppo locale, Bollati Boringhieri, 2000; Il distretto industriale, Rosenberg & Sellier 2000; Miti e paradossi del mondo contemporaneo, Donzelli, 2002.

Alberto Magnaghi, architetto urbanista, professore emerito dell’Università di Firenze, è fondatore della Scuola territorialista italiana e presidente della Società dei territorialisti/e. Fra le pubblicazioni più recenti: Il progetto locale (Bollati Boringhieri, 2000, 2010), La biorégion urbaine (Eterotopia France, 2014), La regola e il progetto (Firenze University Press, 2014).

Giacomo Becattini,“La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale”, Donzelli (collana Saggine), Roma 2015, pp. XVI-224. Con una Presentazione di Alberto Magnaghi e un Dialogo tra un economista e un urbanista di Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi.

Luca Menichetti. Lankelot, gennaio 2016