Benedetti Stefano

Sognando Messi. La verità sulle scuole calcio

Pubblicato il: 17 febbraio 2016

Alcune affermazioni contenute nel libro Stefano Benedetti forse potranno sorprendere, soprattutto coloro che, iniziando la lettura di “Sognando Messi”, avessero pensato innanzitutto all’inchiesta di un purista, di quelli che vivono soltanto di pane e calcio: “non siamo in grado di criticare in modo costruttivo la montatura creata ad arte intorno a questo sport e che trasforma un evento piuttosto marginale, se paragonato alla nostra esistenza, in un fenomeno di vitale importanza” (pp.9). Le pagine di Benedetti, una via di mezzo tra inchiesta e impietoso pamphlet, rifuggono quindi da qualsivoglia mitizzazione e rappresentano piuttosto un’iniezione di buonsenso di fronte agli spettacoli sconfortanti di istituzioni, società sportive, educatori latitanti, tecnici inesistenti, padri e madri assatanati. La tesi, o meglio le tesi di Benedetti, sono molto chiare anche dal punto di vista formale: le attuali scuole di calcio italiane, quelle dedicate innanzitutto ai giovanissimi, si caratterizzano per l’assoluta inadeguatezza del personale tecnico, per “l’improvvisazione nei metodi di allenamento copiati di sana pianta dagli allenatori affermati e soprattutto il profitto economico come unico principio guida” (pp.7).

Una situazione che non ha nulla a che vedere con il recente passato – anni sessanta e settanta – che non conosceva né il calcio giovanile a pagamento e nemmeno strutture organizzate più evolute dell’oratorio. Anni in cui i futuri campioni, bambini svegli e di talento, potevano giocare senza venire condizionati da schemi cervellotici e da allenatori incompetenti: col tempo si sarebbero comunque fatti conoscere grazie alle loro doti e, non più bambini, sarebbero entrati senza traumi e senza troppe aspettative nelle giovanili delle grandi squadre. Questo è il punto centrale del discorso di Benedetti: “se vogliamo che una scuola di calcio offra un ottimo servizio, tenendo a cuore il benessere mentale e fisico dei bimbi, non può e non potrà mai inserirsi nel mercato, né essere una società che vuol fare business, ma dovrà limitarsi ad essere una società no profit” (pp.30). Altrimenti un approccio tutto finalizzato al profitto non potrà che incentivare la presenza di personaggi a dir poco inadeguati: istruttori-guardiani carenti dal lato sia tecnico che culturale, riconoscibili per il loro “volontarismo, attenzione solo per l’aspetto agonistico, asserzione delle specializzazioni precoci, trattamento dei bambini come piccoli adulti” (pp.35). Praticamente paghi uno (la scuola di calcio) e acquisti due (disastri sportivi e disastri pedagogici). Benedetti ha infatti rilevato che in questi ultimi anni i vivai a pagamento hanno prodotto sostanzialmente dei giovanissimi frustrati – anche se forse non raggiungeranno il livello di frustrazione dei loro fanatici genitori – e ad alti livelli, almeno nell’area romana, si è affermato Marco D’Alessandro, non altri. All’orizzonte nessuno come Bruno Conti o Roberto Baggio. E’ evidente che negare il gioco spontaneo a dei bambini, lasciarli alla mercé di istruttori incompetenti dentro strutture nate per fare business, non ha fatto altro che impedire la maturazione di possibili talenti e magari ha inaridito altre doti extracalcistiche. Parimenti il bambino Lionel Messi difficilmente sarebbe diventato il pallone d’Oro Messi sotto le grinfie di un baby sitter che avesse fatto proprio il verbo di millionaire.it: “Se si considera che una scuola ben avviata, nel giro di pochi anni può arrivare a 300-400 iscritti, possono dunque girare somme di centinaia di migliaia di euro. In più i proventi aumentano se c’è il punto di ristoro ed eventuali altri servizi come l’affitto del campo nelle ore serali che permette di incassare fino a 200-300 euro su partite di calcio a 11 e fino a 100-130 euro con il calcetto” (pp.26). Preso atto di una situazione sociale e culturale parecchio sconfortante, De Coubertin disciolto nella coca cola, Benedetti non sembra volerci raccontare facili soluzioni per rimediare a questa involuzione che non è soltanto sportiva. Le conclusioni semmai rappresentano una sintesi di buon senso e utopia: se si vuole salvare il calcio italiano (e i bambini dal praticare uno sport con tristezza e mortificazione) allora “i preparatori tecnici e atletici qualificati devono tornare a dedicarsi alle squadre maggiori, fatte di ragazzi motivati e consapevoli”, mentre si dovrebbe sempre ricordare una verità uscita dalla bocca di Mario Sconcerti: “le attuali scuole di calcio servono soprattutto a far passare il tempo ai genitori” (pp.51).

Edizione esaminata e brevi note

Stefano Benedetti è nato a Roma nel 1961 e per anni, frequentando le scuole di calcio, ha ricoperto il ruolo di dirigente accompagnatore. Nel 2009 ha fondato, insieme ad altri soci, una cooperativa operante nel campo dell’informatica.

Stefano Benedetti, “Sognando Messi. La verità sulle scuole calcio”, Dissensi Edizioni, Viareggio 2016, pp. 85.

Luca Menichetti. Lankelot, febbraio 2016