Jacquot Benoit

Tosca

Pubblicato il: 4 novembre 2006

La Tosca ovvero la difficoltà di recensire un film opera, ibrido di incerta definizione: necessiterebbero più che mai solide competenze musicali, non solo cinematografiche, ed apertura mentale; cosa che quasi mai accade. L’estetica di un cinefilo, soprattutto se digiuno di musica, in genere ha poco a che spartire con la sensibilità propria di un melomane un niente niente tradizionalista (penso agli inverecondi articoli di un Carabba).
Il metro di giudizio di chi ha familiarità col melodramma, incentrato sull’aspetto musicale, meno sulla credibilità fisica dei protagonisti, sulle rigidità forse inevitabili dell’azione scenica, tende a divergere da quella che può essere l’analisi di un critico cinematografico.
Ne abbiamo avuto un illuminante esempio all’uscita del film “Tosca” di Benoit Jacquot, presentato nel 2001 al Festival di Venezia: critiche estremamente positive o stroncature senza appello (soprattutto dal versante “melomani”), quasi inesistenti posizioni intermedie.
Un film opera che non sia una pura e semplice registrazione teatrale potrebbe risultare una operazione ardita e scontentare gli uni e gli altri, sia coloro che non amano la musica e che non apprezzerebbero comunque, sia i melomani che non potrebbero gradire certe soluzioni extramusicali un po’ cervellotiche. Due forme artistiche, due estetiche: difficile conciliarle.
Inevitabile allora che la Tosca di Jacquot, caratterizzata da un approccio in qualche modo “sperimentale”, lontano dei tradizionalissimi film opera di un Zeffirelli, sia stata motivo di polemiche quanto mai accese.
La vicenda del dramma di Sardou e poi di Puccini è nota. Siamo a Roma nel 1800: nella Chiesa di S. Andrea della Valle si rifugia l’ex console della Repubblica Romana Cesare Angelotti, fratello della Marchesa Attavanti. Questi vede il pittore Mario Cavaradossi che sta dipingendo una delle cappelle e gli si fa incontro. Il loro colloquio è interrotto da Floria Tosca la bella cantante amante di Mario. In chiesa poco dopo giungerà anche il barone Scarpia, capo della polizia che si persuade della complicità di Cavaradossi nella fuga di Angelotti; susciterà la gelosia di Tosca, di cui si è invaghito, mostrandole un ventaglio con lo stemma degli Attavanti trovato accanto ai colori di Cavaradossi.
Il secondo atto si apre mentre Scarpia sta cenando nei suoi appartamenti di Palazzo Farnese: i poliziotti gli portano davanti Cavaradossi; lo farà torturare e condannare a morte.
Tosca, sopraggiunta, all’udire il supplizio del suo Mario, si promette a Scarpia in cambio della vita dell’amante. Il barone finge di dare l’ordine che la fucilazione sia solo simulata, con i fucili caricati a salve; quando rimangono soli Scarpia fa per abbracciare Tosca ma questa lo pugnala al cuore e fugge.
Il terzo atto: è l’alba e sui bastoni di Castel S. Angelo, mentre Cavaradossi scrive una lettera d’addio alla bella amante, giunge Tosca per avvisarlo che la fucilazione sarà simulata.
Ma quando da lì a poco l’esecuzione sarà avvenuta Tosca si troverà davanti il cadavere dell’amante.
Sconvolta, proprio quando scoperto il corpo di Scarpia, stanno per arrestarla, si getta dagli spalti del castello.
Un dramma a tinte fosche che in questa versione viene interpretato da una coppia più che mai sperimentata: Angela Georghiu e Roberto Alagna sono marito e moglie; ma se l’affiatamento dei due è visibile, non per questo dal punto di vista interpretativo tutto funziona al meglio: se  vocalmente i due si difendono bene (malgrado il tenore sia stato massacrato dalla critica) da un lato Alagna mostra una certa legnosità, mentre la Georghiu, onestamente un gran bel pezzo di donna, (danneggiata dall’ennesimo paragone con la Callas) assume qua e là atteggiamenti fin troppo vezzosi. Un certo modo di porgere, il classico braccino irrigidito, certe fissità forse inevitabili in teatro, anche in questo contesto cinematografico sperimentale, è in parte sopravvissuto, malgrado Jacquot si sia sostanzialmente disinteressato alla sincronizzazione del canto.
E se i comprimari si dimostrano senza infamia e senza lode, sia dal punto di vista vocale che interpretativo, su tutti spicca lo Scarpia di Ruggero Raimondi,  attore-cantante di lungo corso, il vero mattatore. Pur con 60 primavere sulle spalle il basso-baritono bolognese sorprende ancora una volta: la sua interpretazione è sempre volta a disegnare con efficacia un personaggio più che mai crudele e diabolico. La sua voce, quella che anni addietro fu definita “spermatozoica”, è meno timbrata di un tempo, sempre chiara, baritonale, con i gravi evidentemente costruiti, ma questa volta sembra che una certa emissione “russeggiante” (quella che gli è valsa i soprannomi di “Babau” e “Loi”) si sia ridimensionata. Raimondi sopperisce all’inaridimento del timbro con interpretazioni sempre più approfondite e curate nei minimi dettagli. Le numerose fans saranno al settimo cielo.
Pappano dirige con  temperamento, talvolta cedendo a delle esagerazioni che ricordano pericolosamente Muti.
Le vere perplessità che possono sorgere dalla visione di “Tosca” riguardano semmai certe scelte registiche. L’azione scenica  si muove perlopiù in interni, ma ogni qualvolta appare un esterno questo è ripreso con immagine alterata, meno definita,un po’ alla Blair Witch Project.
Poi la scelta di mostrare di tanto in tanto gli interpreti e l’orchestra in sala d’incisione (immagini in bianco e nero). Questa “tecnica” ritorna qua e là nel film, in momenti poco opportuni, come per esempio all’inizio di “Recondita armonia”, alla fine del Te Deum.
E non ultima la scelta più discutibile e immotivata: vi sono momenti (rari per fortuna) in cui la musica viene abbassata di volume e sopra si sentono le parole recitate dai cantanti, come nel “la vita mi costasse” e, peggio ancora, in “qual occhio al mondo”.
Esperimenti visivi e vocali che hanno fatto storcere il naso ai puristi e a coloro che magari pretendevano soltanto fossero risparmiati gratuiti virtuosismi e intellettualismi poco funzionali.
Luci ed ombre per un film opera discutibilissimo che, malgrado gli evidenti difetti, ha un pregio intrinseco: Jacquot non è riuscito ad rovinare la straordinaria modernità della musica pucciniana.
Tanto basta

Edizione esaminata e brevi note

Tosca
REGIA:
Benoit JACQUOT
PRODUZIONE: Fra/Ita/Ger/GB – 2001
DURATA: 120′
INTERPRETI:
Angela Gheorghiu, Roberto Alagna, Ruggero Raimondi, David Cangelosi, Sorin Coliban, Maurizio Muraro, Enrico Fissore
SCENEGGIATURA: Benoit Jacquot
FOTOGRAFIA: Romain Winding
SCENOGRAFIA:Sylvain Chauvelot -Osvaldo Desideri
Orchestra del Covent Garden diretta da Antonio Pappano.

Già pubblicato (in parte) su ciao.it il 5 ottobre 2003

Luca Menichetti. Lankelot, novembre 2006