Calamandrei Piero

Chiarezza nella Costituzione

Pubblicato il: 19 settembre 2015

Fa un certo effetto rileggere le parole di Piero Calamandrei in merito alla Costituzione repubblicana proprio nei giorni in cui in Parlamento impazza il mercato delle vacche e si annuncia il pastrocchio approvato da un’esigua maggioranza; tutto finalizzato ad assicurare il potere a una banda di personaggi tanto arroganti quanto incompetenti. Se oggi il principale strumento di comunicazione è il cosiddetto storytelling, tale da archiviare sbrigativamente ogni ragionamento con “gufi” e “rosiconi”, l’intervento di Calamandrei, pronunciato il 4 marzo 1947 davanti all’Assemblea Costituente, marca una distanza siderale rispetto quanto sta uscendo dalla bocca degli attuali onorevoli, noti dilettanti allo sbaraglio, e da quei giuristi che hanno innanzitutto interesse a servire il potente di turno. Parole di straordinaria attualità, proprio in rapporto allo scempio di questi giorni. Leggiamo di una Costituzione che avrebbe dovuto essere “presbite” e di padri costituenti che avrebbero dovuto esaminare i problemi costituzionali con spirito lungimirante: il “senso storico […] non si deve trasformare in un gretto compromesso di partito, che restringa il nostro campo visivo alle previsioni elettorali dell’immediato domani” (pp.53). Oggi il senatore D’Anna e tanti come lui la pensano diversamente:La riforma è una fetenzia, ma per salvare Matteo Renzi la voto” (da huffingtonpost del 18/09/2015). La straordinaria (in)attualità delle parole di Calamandrei si misura soprattutto nella considerazione dei limiti del progetto costituzionale, che il giurista fiorentino aveva colto già in sede di Assemblea Costituente, e poi pretesto per progetti di riforma spesso peggiorativi. Non quindi la “Costituzione più bella del mondo”, frase sentita spesso in bocca a coloro che ora assistono muti allo scempio perpetrato dalla banda di poltronisti, ma una Costituzione con pregi e difetti, purtroppo nata, sempre secondo Calamandrei, “senza uno stile omogeneo”, ovvero quasi priva di stile, probabilmente anche a causa di sottocommissioni non adeguatamente coordinate tra loro. Un limite che non era solo formale ma proprio sostanziale: “la religiosa esattezza della lingua italiana” avrebbe dovuto impedire quanto meno interpretazioni incongruenti. Il problema di fondo stava comunque in relazione a questa scarsa chiarezza di alcuni articoli: gli scopi della “rivoluzione” incarnata dalla Costituzione non erano frutto di un accordo condiviso fino in fondo ma di un compromesso che poteva dare adito a future debolezze e, causa “il suono falso” di alcuni articoli, a una produzione legislativa tale da distruggere nei cittadini il senso della legalità (ad esempio tutti i propositi programmatici che tendono ad elidersi e che, per essere presi sul serio, avrebbero dovuto quanto meno essere inseriti in un preambolo e non come veri e propri articoli). La mancanza di chiarezza e la tendenza dei partiti ad aggirare i problemi, magari con la produzione di articoli che sono appunto precetti morali ma non autentiche norme giuridiche, è stata evidenziata da Calamandrei sempre con bello stile e spesso con una buona dose di umorismo: “È un po’ successo, agli articoli di questa Costituzione, quello che si dice avvenisse a quel libertino di mezza età, che aveva i capelli grigi ed aveva due amanti, una giovane e una vecchia: la giovane gli strappava i capelli bianchi e la vecchia gli strappava i capelli neri; e lui rimase calvo. Nella Costituzione ci sono purtroppo alcuni articoli che sono rimasti calvi” (pp.27).

Alcuni passaggi dell’intervento ci riportano ancora una volta alle più recenti polemiche politiche, Italicum compreso: “Il carattere essenziale della democrazia consiste non solo ne permettere che prevalga e si trasformi in lette la volontà della maggioranza, ma anche nel difendere i diritti delle minoranze, cioè dell’opposizione che si prepara a diventare legalmente la maggioranza di domani” (pp.49). Affermazione che non dobbiamo affatto equivocare visto che Calamandrei aveva ben presente quel problema che da lì a poco avrebbe caratterizzato in negativo tutta la cosiddetta “prima repubblica”: “di questo, che il fondamentale problema della democrazia, cioè il problema della stabilità del governo, nel progetto non c’è nulla” (pp.56).

Le incongruenze presenti nella Costituzione prossima all’approvazione, sempre a detta del giurista toscano, erano anche altre, spesso motivate da preoccupazioni legate alla stretta attualità e prive di una visione di lungo respiro. Ad esempio il Consiglio Superiore della Magistratura avrebbe dovuto essere costituito soltanto da magistrati eletti dalla Magistratura (mentre i progetti attuali ampliano ancor di più i rappresentanti della politica); visto il ruolo nascente dei partiti sarebbe stato necessario introdurre una normativa volta a disciplinarli e dare ad essi precise funzioni costituzionali; lo stesso art. 1 C. (“La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro”), appariva una bella frase ma con fondamento giuridico a dir poco impalpabile; parimenti l’art. 7 C. che regola i rapporti Stato – Chiesa già prima dell’entrata in vigore della Costituzione mostrava una rinuncia di sovranità, con rinvii sibillini a possibili modifiche che – ora lo sappiamo – avrebbero dato da scrivere per decenni a fior di giuristi. Considerazioni, critiche tutt’altro che lievi e che però devono essere interpretate correttamente. Carlo Azeglio Ciampi, nell’introduzione a questo piccolo libro delle “Edizioni di Storia e Letteratura”, scrive giustamente dell’alto livello delle discussioni avvenute in sede di Assemblea Costituente e di uno spirito unitario che tutto sommato, pur tra forze politiche diversissime, prevalse sulle più contingenti esigenze elettorali.

Piero Calamandrei era un grande giurista che sapeva scrivere e che riuscì ad anticipare con grande chiarezza problemi complessi che poi avrebbero condizionato l’intera vita della Repubblica. I suoi scritti, caratterizzati da uno “spirito di umiltà minoritaria” – ripetiamolo – pur a distanza di quasi settant’anni ci possono rivelare molto dell’attuale deriva morale e politica dell’Italia. Quel “lavoro duro” che Calamandrei riteneva indispensabile per correggere i difetti della Costituzione, in primis la sua limitata visione progettuale, è stato presto vanificato proprio dai progetti della peggior classe politica italiana, intenta ad assicurarsi il potere e una sicura rielezione. Nessuna “presbiopia” ma un’indecente miopia, con buona pace delle intemerate del Bomba e dei suoi scherani.

Edizione esaminata e brevi note

Piero Calamandrei, (1899-1956) fiorentino, docente universitario di diritto. Dopo la seconda guerra mondiale prese parte ai lavori della Costituente in rappresentanza del Partito d’Azione. Autore di numerosi saggi di politica contemporanea, nel 1945 fondò la rivista “Il Ponte”. Ha pubblicato opere letterarie come “Inventario della casa di campagna” (1945), “Uomini e città della resistenza” (1955) e racconti per bambini.

Piero Calamandrei, “Chiarezza nella Costituzione”, Storia e Letteratura (collana Civitas), Roma 2012, pp. 72. Introduzione di Carlo Azeglio Ciampi.

Luca Menichetti. Lankelot, settembre 2015