Calapà Giampiero

Mafia Capitale

Pubblicato il: 22 gennaio 2015

Il libro di Giampiero Calapà, pubblicato all’indomani degli arresti del “Cecato” e dei suoi compari, è chiaramente quello che si suol dire un “instant book”; e probabilmente, viste le indagini in corso, una nuova edizione di “Mafia Capitale” dovrebbe essere arricchita da parecchie altre vicende di delinquenza e corruzione politica. Ma anche se non fossero in programma altri aggiornamenti c’è da pensare che quanto raccontato riguardo la fogna romana rimarrà anche nei mesi a venire un efficace ritratto dell’Italia renzusconiana. Dicono tutto le parole di Gian Carlo Caselli, autore dell’introduzione: “predicare moralità mentre si praticano favoritismi e illegalità equivale a rafforzare il potere mafioso” (pag. 11). Poi pensiamo al letamaio delle primarie liguri, con tanto di indagini della Dia, sbrigativamente legittimate dal “superbone di Rignano” (cit. Pierfranco Pellizzetti ) e ci potremo rendere conto in che mani siamo finiti.

Comunque sia “Mafia Capitale” è innanzitutto “un primo tentativo di mettere ordine nella vicenda dopo l’abbuffata di cronaca”, una prima analisi del cosiddetto “mondo di mezzo”, purtroppo niente a che vedere con Tolkien. Così la G.i.p. Flavia Costantini: “Massimo Carminati (o il Cecato) opera, soprattutto, in un mondo di mezzo, un luogo dove, per effetto della potenza e dell’autorevolezza di Mafia Capitale, si realizzano sinergie criminali e si compongono equilibri illeciti tra il mondo di sopra, fatto di colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni, e il mondo di sotto, fatto di batterie di rapinatori, trafficanti di droga, gruppi che operano illecitamente con l’uso delle armi” (pag. 25). Il linguaggio tipicamente giornalistico di Calapà, arricchito da numerose citazioni di atti giudiziari, soprattutto nelle pagine iniziali si accompagna ad uno stile che sa molto di noir e che risulta particolarmente efficace nel descrivere le imprese criminali di questa “mafia originaria e originale”. Le intercettazioni poi sembrano tratte da un poliziottesco anni ’70: “Quando mi sento aggressivo per anna’ a minaccia’ la gente….per esempio una Makarov 9, con silenziatore, perfetta per uccidere senza far rumore, per colpire e lasciare la vittima per terra, come se nulla fosse, per sparare e non sentire neanche il clack, prima che se accorgono già si è allargata la macchia di sangue” (pag. 59). Anche “il rosso” Salvatore Buzzi, quello delle cooperative, “la mente di Carminati”, nel mandare messaggi di buon anno, non ci fa un figurone: “Speriamo che il 2013 sia un anno pieno di monnezza, profughi, immigrati, sfollati, minori, piovoso, così cresce l’erba da tagliare e magari con qualche bufera di neve: evviva la cooperazione sociale” (pag. 63). Dialoghi che non sembrano seguire alla lettera i precetti di monsignor Della Casa e sempre molto coloriti: “Ce la fa a tenersi il cencio in culo secondo te? No, non ce la fa…” (pag. 81). Un mondo di mezzo che, proprio perché anello di congiunzione tra le istituzioni e la criminalità organizzata e di strada, viene raccontato con le imprese di personaggi, tra i tanti, come Riccardo Brugia, “il braccio operativo di Carminati”, Giovannone De Carlo, Ernesto Diotallevi, i Casamonica, sia con i rapporti instaurati da “mafia capitale” con le altre mafie, sia con il sistema Odevaine, il sindaco Alemanno e politici di destra e di sinistra.

A conclusione del libro possiamo leggere una bellissima intervista a Enzo Ciconte, probabilmente il più importante e titolato studioso di mafie italiane. Intervista che è anche una risposta diretta alle affermazioni dell’ultragarantista e jihadista renzusconiano Giuliano Ferrara (“Dove sono i morti? Se non ci sono i morti non è mafia”): “la pericolosità di un’organizzazione mafiosa non si misura solo dal punto di vista militare, piuttosto sulla capacità di inserirsi nel mondo economico e politico. E che loro facessero questo è reale e dimostrato” (pag. 110). Affermazioni del tutto coerenti con quanto leggiamo in “Mafia Capitale” sugli amici degli amici del “Cecato”, sul negazionismo di tanti nostri presunti garantisti, su quella cultura che, a Milano, dopo gli arresti di personaggi affiliati alla cosca Libri, ha fatto dire ai commercianti: “troppa legalità fa male” (pag. 112). Che altro dire? Forse prima di twittare #italiaavanticonritmo dovremmo pensare a #italiaprimatiripulisco.

 

Edizione esaminata e brevi note

Giampiero Calapà, scrittore e giornalista italiano. E’ nato a Chivasso il 21 aprile 1982, laureato alla Cesare Alfieri di Firenze, studia storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata. Giornalista professionista dal 2005, dal 2009 lavora al Fatto Quotidiano diretto da Antonio Padellaro. Vicecapo del servizio politico, nel dicembre 2014 è tra i coordinatori del pool di giornalisti d’inchiesta impegnati sullo scandalo Mafia Capitale. È autore inoltre della rubrica Il corsaro rosso sul settimanale Left.

Giampiero Calapà, “Mafia Capitale”, La Nuova Frontiera (collana Cronache di frontiera), Roma 2014, pag. 114. Introduzione di Gian Carlo Caselli.

Luca Menichetti. Lankelot, gennaio 2015