Capaldo Giancarlo

Roma mafiosa. Cronache dell’assalto criminale allo Stato

Pubblicato il: 27 luglio 2013

E’ lo stesso magistrato Giancarlo Capaldo, attualmente procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica, che in premessa ha spiegato con molta chiarezza la finalità del suo libro: “E’ un testo Roma-centrico perché, se da un lato, sottolinea come le mafie non siano un problema confinabile nelle regioni d’origine […] dall’altro vuole dimostrare come il loro approdo a Roma non abbia significato solo la conquista di un ennesimo territorio, per quanto strategicamente importante, ma anche e soprattutto l’occupazione di importanti spazi di potere politico” (pag. 13). Punto di partenza cronologico per questa analisi impietosa ed inquietante della criminalità capitolina, e quindi italiana, è il biennio 1992-1993: scelta del tutto comprensibile in virtù di tangentopoli, delle stragi mafiose e di tutto quanto ha contribuito ad un apparente cambio di regime politico. Capaldo, senza dimenticarsi le premesse storiche dei fatti criminali più recenti, ha trattato la storia della Banda della Magliana, da lui definita “la mafia di Roma”, malgrado le sue caratteristiche peculiari e prive di un’autentica cupola, per poi passare ad un’ analisi delle diverse mafie italiane (la ‘ndrangheta, la camorra, Cosa Nostra) che sono approdate nella capitale adattandosi e modificando  il loro modo di commettere reati. I successivi capitoli, sempre con occhio attento agli episodi di sangue più eclatanti avvenuti in una Roma sempre più degradata sia dal versante civile che politico, sono invece dedicati alle altre mafie, quelle straniere (cinese, nigeriana, russa e albanese), diverse nel manifestare la propria ferocia e i loro interessi criminali.

Con buona pace dei tanti garantisti fasulli che infestano le istituzioni italiane, sappiamo quanto sia profonda la diffusione delle mafie su tutto il territorio italiano (si pensi alla ‘ndrangheta ormai molto ben inserita nella realtà “padana”), ma il caso di Roma, almeno come inteso da Capaldo, è in qualche modo peculiare. La capitale, alle organizzazioni mafiose approdate a stretto contatto con i luoghi centrali del potere, avrebbe imposto una sorta di mutazione: gli uomini affiliati alle mafie direttamente nelle fila della politica, dell’amministrazione, delle istituzioni, e non soltanto come burattinai occulti. Una mutazione genetica che prende le mosse dalla fine della stagione stragista e che vuol dire dismissione, almeno per Cosa Nostra, camorra e ‘ndrangheta, del livello militare e quindi un approccio più sottotraccia, sempre pervasivo, con sempre più frequentazioni nella cosiddetta “stanza dei bottoni”: “Roma è l’unica città dove [ndr: le cosche] possono fare affari insieme senza entrare in conflitto. Nella capitale le cosche non impongono il controllo del territorio come in Campania o in Sicilia, non si dedicano alle estorsioni o ai regolamenti di conti. Qui da noi abbiamo il vertice, il gotha delle organizzazioni”.

Anche grazie a uno stile piuttosto scorrevole, almeno nelle prime duecento pagine, l’analisi di Capaldo ci è sembrata puntuale ed approfondita nell’elencare le modalità criminali delle mafie italiane e straniere, i luoghi, le vie di Roma, i quartieri appannaggio delle cosche e delle singole famiglie. E di conseguenza la cementificazione delle periferie, i locali notturni del centro in mano ai boss, i ristoranti, i centri commerciali frutto di investimenti di denaro sporco e a loro volta strumenti di riciclaggio. In questo senso ci è sembrato efficace un passaggio che, seppur riferito alla mafia siciliana in trasferta romana, si adatta bene a tutte le realtà criminali che operano nella capitale; e che tra l’altro ci ricorda il contenuto del libro di Piergiorgio Morosini “Il Gotha di Cosa Nostra. La mafia del dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine”: “Il comportamento delle mafie ormai non differisce molto da quello degli altri gruppi di potere, gruppi di interesse e lobby. Di fatto è la cultura mafiosa ad avere condizionato la politico nell’atteggiamento, nelle procedure e nel modo di fare affari. La mafia esercita un’influenza culturale egemonica, è arrivata a fornire il modello per la regolamentazione dei rapporti di forza tra politica ed imprenditoria e tra imprenditori stessi. La relazione simbiotica che nasce da questo rimestamento, che ha reso i gruppi mafiosi e quelli legali pressoché indistinguibili, immersi nello stesso brodo” (pag. 130). Ci appare così una sorta variante, questa volta con i tentacoli saldi nelle istituzioni centrali, di quello che in questi anni è accaduto nel nord Italia, ovvero in pieno territorio padano: secessionisti virtuali e poco virtuosi che fanno affari con una mafia in doppio petto ma pur sempre meridionale.

Dopo questa carrellata di crimini e criminali, e dopo aver interpretato la criminalità organizzata come l’autentica incarnazione del male, il libro, col lungo capitolo “La memoria del futuro”, si chiude nel modo probabilmente più discutibile, proponendo considerazioni che vanno ben oltre la Roma mafiosa. Malgrado il dichiarato pericolo di un’ ulteriore involuzione italiana in “Stato-mafia” e concordando sull’esistenza di una “macchina del fango” a pieno regime (frase peraltro che Saviano ha rivolto nei confronti della stampa berlusconiana), Capaldo, senza citare troppi nomi se non quelli di Borsellino, Falcone, Sciascia ed alcune infelici uscite di Corrado Augias, si lancia in una polemica nei confronti di coloro che, a suo dire, contribuiscono a far venire meno la classica tripartizione dei poteri; ovvero un Parlamento che viene costantemente esautorato dall’esecutivo, una magistratura che in molti casi tenderebbe a superare le proprie prerogative, una stampa che risulta sempre meno indipendente. Detto così si potrebbe pure concordare, non fosse altro che sono argomenti propri anche dei cosiddetti “giustizialisti”. Ma è proprio nell’ampliare la polemica al cosiddetto giustizialismo, a come vengono interpretati i rapporti tra magistratura e stampa, a certe forme di protagonismo, col conseguente rischio di delegittimare il ruolo del giudice, che alla fin fine il discorso di Capaldo non ci risulta del tutto convincente. Polemica che ha i suoi motivi, del tutto evidenti quando un magistrato scende in politica, ma che diviene meno efficace, almeno secondo la nostra modesta opinione, quando si vuol dare un’interpretazione autentica dell’infelice uscita di Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”, oppure si cita il disonorevole Luciano Violante, oppure quando ancora si contestano le argomentazioni di Franco Cordero (i suoi articoli su Repubblica del 6 dicembre 201 e del 18 gennaio 2013) in merito alla sentenza della Corte Costituzionale sul conflitto d’attribuzione tra Presidente della Repubblica e Procura di Palermo.

E’ vero che Capaldo è reduce da una recente polemica proprio sul suo ruolo di pubblico ministero ed è probabile quindi abbia il dente avvelenato; anche se è un dato di fatto che esista un potere trasversale e compatto ben intenzionato a mettere la mordacchia ai giudici e ai pubblici ministeri. Possiamo sicuramente dire che, appunto per questo motivo, la magistratura è bene che rimanga nei suoi ranghi e non dia pretesti a delegittimazioni. Ma è altrettanto vero che citare Violante, ben noto per i suoi precedenti inciucisti, che scrive “il giornalista non è un cane da riporto” e che si appella ad una corretta “interpretazione” dei fatti, ancora una volta non ci ha convinto. Molto più efficaci le prime duecento pagine del libro dove i crimini delle mafie italiane e straniere vengono onestamente riportati in tutta la loro drammaticità e dove abbondano analisi oggettive sui rapporti tra criminalità e politica.

Edizione esaminata e brevi note

Giancarlo Capaldo, fino al 2012 responsabile della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, è attualmente procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica e responsabile del pool antiterrorismo. Ha condotto alcune delle inchieste più importanti degli ultimi anni, dall’ingresso del leader curdo Ocalan in Italia ai crimini contro l’umanità di Pinochet, da Lady ASL ad Emanuela Orlandi, dal caso Marrazzo alla P3, da Fastweb-Telecom a Finmeccanica, dal recupero della Tavola Doria di Leonardo al caso dei due Marò in India, senza dimenticare le indagini contro la criminalità organizzata sul territorio laziale.

Giancarlo Capaldo, “Roma mafiosa. Cronache dell’assalto criminale allo Stato”, Fazi (collana Le terre),  Roma 2013, pag. 268.

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2013

Recensione già pubblicata il 22 luglio 2013 su ciao.it e qui parzialmente modificata.