Congiu Massimo

L’Ungheria di Orbán

Pubblicato il: 24 agosto 2014

Sappiamo bene che euroscetticismo e crisi della democrazia – o almeno di quella democrazia che abbiamo pensato di conoscere dal dopoguerra in poi – sono due fenomeni di stretta attualità e con i quali ogni nazione del vecchio continente, a seconda della sua storia e sistema sociale, probabilmente ha già avuto a che fare. Uno degli esempi più eclatanti è quello dell’Ungheria di Orbán, il premier conservatore al potere dal 2010. Esempio eclatante di cui si è letto molto sui quotidiani italiani, almeno nei giorni caldi delle polemiche tra il governo magiaro e le istituzioni europee, mentre sul versante editoria, a parte un paio di testi specialistici di diritto costituzionale comparato, abbia visto proprio poco. Forse soltanto Massimo Congiu – ma attendiamo smentite – col suo libro edito dall’Ediesse si è preso l’onere di raccontare la genesi e la natura del regime instaurato da Orbán, con precisione e poche divagazioni.

Un racconto che parte da lontano, ben prima del dopoguerra monopolizzato dalla tirannia comunista, e che non nasconde la polemica dell’autore per quello che viene definito un chiaro disegno autoritario, ma che nemmeno assolve l’Unione Europea dalle sue responsabilità, ormai abbonata a mostrare i propri limiti e incompetenze. La lettura del libro di Congiu ci ha ricordato, non soltanto la “democratura” coniata da Sartori, ma anche il più recente “Contro la dittatura del presente” di Gustavo Zagrebelsky (ed. Laterza) quando viene evidenziato il carattere ambiguo del concetto stesso di democrazia, ovvero “democrazia del popolo e democrazia per il popolo”. È chiaro che “per” il popolo ha legittimato le cosiddette democrazie popolari, ovvero i regimi del socialismo reale, ed altri sistemi con un uomo solo al comando. Nel caso specifico dell’Ungheria sembra proprio che il governo di Orbán abbia fatto di tutto per rafforzare questa idea di ambiguità insita nella parola democrazia. Forse, come sottolinea lo stesso Congiu, anche per colpa di un’Unione Europea fin troppo impaziente di accogliere nel proprio consesso popolazioni condizionate, se non addirittura traumatizzate e impoverite, dal repentino passaggio da un’economia totalmente pianificata ad un capitalismo spesso selvaggio e senza regole. Da qui il rapporto tra crisi economica e spinte nazionalistiche che il partito nazional-cristiano di Orbán, il Fidesz – Unione Civica Ungherese, pare aver interpretato nel modo più spregiudicato. Ci viene ricordato difatti come il partito, in origine, pur facendo parte di un’area anticomunista, si potesse considerare un movimento schiettamente liberale e progressista. Poi la svolta impressa proprio da Orbán, lo spostamento nell’area nazional-conservatrice, con tutte le scissioni che ne sono scaturite; per finire con le recenti affermazioni del premier (luglio 2014) che di fatto ha auspicato la piena legittimazione di un regime illiberale, con occhio benevolo alle esperienze di Russia e Turchia.

In questo senso Congiu ha voluto citare la celebre filosofa Agnes Heller che vede nel Fidesz e nella politica di Orbán l’espressione di un populismo del tutto particolare: ovvero da intendersi come atteggiamento particolarmente aggressivo di un partito che si rivolge come interlocutore privilegiato non tanto al “popolo” genericamente inteso ma piuttosto all’alta borghesia ungherese. Altre contraddizioni, almeno apparenti, vengono rilevate nella politica del governo nazionalista, da un lato considerato neoliberista all’eccesso, ma che poi ha deciso importanti rinazionalizzazioni in settori chiave dell’economia. E poi la descrizione di tutte quelle riforme che hanno creato problemi con le istituzioni europee; salvo considerare che tutt’ora il Fidesz fa parte del gruppo del partito popolare europeo e che da quelle parti non sembra siano all’ordine del giorno espulsioni di compagni imbarazzanti. Del resto non possiamo nemmeno dimenticare che tra i popolari europei da anni è inserito il partito di Forza Italia e non stupisce che Silvio (B.) abbia dimostrato sempre molta stima per Victor (Orbán). Tant’è qualche problema tra Ungheria e Ue esiste davvero, con tanto di procedimenti di infrazione in corso e critiche per una normativa che si teme abbia già messo in pericolo il rispetto di fondamentali diritti civili e politici. Ricordiamo che il primo gennaio del 2012 è entrata in vigore una nuova Costituzione di stampo nazionalista, conservatore e – secondo i critici – autoritario, oltre ad una legge sulla stampa che prevede un organo preposto alla gestione e al controllo dell’informazione. Da qui regole stringenti che puniscono i media non allineati con multe pesanti e la chiusura delle testate. Altrettanto critici i rapporti di Human Rights Watch e della Commissione di Venezia. Oltretutto, quale esempio del populismo anomalo del Fidesz, viene ricordato come il Codice del Lavoro sia stato modificato in senso favorevole ai datori di lavoro e sfavorevole ai lavoratori dipendenti; ed inoltre le frequenti affermazioni di principi di carattere etnico da parte di esponenti del governo, l’obbligo degli insegnanti di aderire ad un ordine professionale patriottico, liste nere di giornalisti tacciati di tradimento per aver criticato la politica di Orbán, le iniziative della Ue intese come complotto della sinistra europea e minaccia della sovranità nazionale, la volontà di intraprendere una politica energetica fondata sul nucleare. Tra l’altro quest’ultima iniziativa, in controtendenza rispetto quanto deciso da paesi come la Germania, mostra come di fatto i legami tra l’Ungheria governata dal Fidesz e la Russia zarista di Putin si facciano sempre più stretti. Basti pensare alla posizione assunta da Orbán e dai suoi in merito al conflitto Russia – Ucraina.

È chiaro che la storia dell’Ungheria è del tutto peculiare ma, se vogliamo ampliare il discorso alla crisi dei sistemi democratici fino ad ora conosciuti, allora qualcuno potrà pensare che quanto scrisse Tocqueville sul pericolo della dittatura della maggioranza, ai giorni nostri con la variabile di media addomesticati, ci possa riguardare molto da vicino.

Edizione esaminata e brevi note

Massimo Congiu, giornalista, vive e lavora a Budapest, collabora con il Manifesto e Carta.

Massimo Congiu, “L’Ungheria di Orbán”, Ediesse, 2014, pag. 124

Luca Menichetti. Lankelot, agosto2014