Davigo Piercamillo, Pinardi Davide

La giubba del Re

Pubblicato il: 20 agosto 2007

E’ un destino curioso quello di Piercamillo Davigo; grottesco magari ma del tutto in sintonia con gli usi e costumi della nostra esotica Italia: i famigli di coloro che sono stati indagati dal pool di “mani pulite” e che poi nella cosiddetta seconda repubblica si sono rifatti una verginità non hanno avuto remore nel definirlo “fascista”, “qualunquista”, “toga rossa” e soprattutto “estremista comunista”.
Un campionario politicamente molto variegato soprattutto se riferito ad una sola persona.
Definizioni paradossali se rivolte ad un magistrato che, quanto a formazione e cultura, nell’ambiente giudiziario ha fama di essere un “conservatore a tutto tondo”; oltre a possedere una mente ed una competenza giuridica di alto livello: da qui il nomignolo di “Dottor Sottile” non soltanto appannaggio del nostro ministro dell’Interno.
“Io sono stato educato ai valori tradizionali del cattolicesimo e continuo a credere che le tenebre non possano prevalere sulla luce. Per questo penso che, alla lunga, le cose non potranno peggiorare” (pag.195): effettivamente la conclusione del lungo colloquio del 1998 con Davide Pinardi non fa pensare ad un lugubre rivoluzionario intenzionato a stabilire per via giudiziaria la dittatura del proletariato.
La sensazione che in Davigo non ci sia proprio nulla di bolscevico permane lungo tutte le quasi 300 pagine dell’intervista; tanto più che i riferimenti diretti alle inchieste in corso o di recente conclusione sono minimi: sono molti gli episodi citati di malaffare, con corrotti, concussi e concussori che per lo più rimangono anonimi, ma sempre quale spunto per poi proseguire su un discorso di carattere generale che investe la legislazione, la pubblica amministrazione, il comportamento degli imprenditori, dei cittadini (i ragazzi di buona famiglia “che pagano per l’esonero dal servizio militare”), della magistratura corrotta, delle forze dell’ordine, dei mass media.
Un colloquio dove gli aspetti più propriamente tecnici non sono disgiunti da considerazioni che toccano temi assolutamente imbarazzanti come l’etica di un popolo, quello italiano, che da sempre, e tanto più in presenza di una legislazione ipertrofica e inadeguata, è tristemente permeabile ad ogni tipo di facili illegalità, alieno dall’approfondire le pseudo notizie propinate dai media e soprattutto dalla memoria particolarmente labile.
Qualche malfidato ha voluto vedere anche nelle affermazioni tipo “chissenefrega se fa i suoi interessi, l’importante è che faccia anche i miei” un’ulteriore conferma delle demoralizzanti osservazioni presenti in “La giubba del re”.

Sarà forse una forzatura ma un dato di fatto è evidente: la distanza tra l’etica di chi vuole servire lo Stato con indosso “la giubba del re” e l’etica di coloro che hanno avuto che fare con mazzette e mazzettoni, e dei tanti che, in presenza di un’identità nazionale particolarmente debole, ci raccontano di una serena e molto normale illegalità, ostile al moralismo dei suoi fustigatori istituzionali.
Proprio per questo colpiscono le giustificazioni (“la lacerazione del velo”) sia di quei personaggi, noti e meno noti, caduti tra le maglie dell’inesorabile Davigo, sia dei loro interessati sodali; come se in fronte avessimo scritto “giocondo”.
Le tesi sono note ma vale la pena riportare per intero il brano dell’intervista.
Innanzitutto: “Abbiamo agito a fin di bene”. “Come se non si trattasse – replica Davigo – di non uno ma di due reati, l’uno aggravato al fine di commettere l’altro: una corruzione e un finanziamento illecito”.
Poi la seconda, “ancora più sorprendente”: “Non rubavamo soltanto noi, ma lo facevano anche gli altri che non avete individuato”. E Davigo: “Come se si dovessero identificare e raggiungere tutti i colpevoli di un certo tipo di reato prima di potere giudicare quello che è stato preso con le mani nel sacco”.
E poi la terza: “Meglio i corrotti dei tromboni moralisti”. “Non mi sarei mai aspettato – scrive ancora il magistrato – che il disvelamento di questi fatti potesse portare a questo effetto perverso e opposto rispetto a quello che ci si dovrebbe attendere dal comune buon senso”.
Giusto per prevenire le contestazioni di chi teme una magistratura giacobina, mossa ad una spietata repressione mediante strumenti “giustizialisti”, quella appunto che userebbe a sproposito il termine “etica”, bisogna precisare che queste osservazioni di Davigo, peraltro sporadiche nell’economia dell’intervista, vogliono rappresentare l’ambiente in cui il magistrato italiano è costretto ad operare, non certo il programma di una casta rivoluzionaria intenta a conquistare il potere per via giudiziaria (“Lo Stato di diritto per me è un valore e di conseguenza mi comporto con la fermezza che deriva dalla convinzione di una funzione demandatami dalle leggi e dalla Costituzione”)
Se poi alcuni lettori potranno risultare infastiditi dal richiamo al rispetto della legge è altro discorso che investe una personale concezione della vita civile e della politica.
Davigo nel colloquio con Davide Pinardi, oltre ad analizzare i costi economici della corruzione e dimostrando così un’eccellente comprensione degli ingranaggi della pubblica amministrazione, sia dal punto di vista più strettamente legislativo che da quello “sociologico”, sulla scorta della sua esperienza professionale, azzarda quelle proposte e provvedimenti urgenti che, pur in presenza di una società “familista”, potrebbero mettere una pezza a questa invereconda situazione di illegalità diffusa.
Chi, come il sottoscritto, ha responsabilità nella pubblica amministrazione e vi lavora (le due cose non sempre vanno insieme) non potrà non cogliere ed apprezzare le pungenti e calzanti osservazioni del nostro magistrato.
Cosa fare per evitare tentazioni da parte dei responsabili di spesa, o comunque fare in modo che non la facciano franca così facilmente, soprattutto in situazioni di “opacità” strutturale?
Quello che in fondo molti di noi sanno da tempo e che nessuno fino ad ora ha mai voluto mettere in pratica: una pubblica amministrazione costituita da pochi funzionari molto motivati, ben preparati e conseguentemente ben pagati (praticamente una élite burocratica alla stregua del citatissimo caso francese), in uno Stato che “dovrebbe fare soltanto quello che i privati non possono fare, quello che è indispensabile che faccia in prima persona”.
Ed inoltre: “più controlli amministrativi e meno controllo penale”, senza pensare che forme di decentralizzazione possano essere la panacea, meno leggi (fino ad ora emanate spesso al fine di impedire ricorsi alla giustizia amministrativa), meno pressione fiscale.
Uno degli aspetti più interessanti di “La giubba del re” sono le prime 195 pagine di intervista risalente alla prima edizione del libro, il 1998 (non a caso si fa riferimento alle aspettative sul Dlg 31 marzo n. 80/98, spiazzando così il lettore che non abbia colto il periodo del colloquio), cui seguono altre 40 di aggiornamento al 2004, il cui titolo dice tutto: “Sei anni dopo…e quante cose non sono cambiate”.
Qui, dopo aver lungamente analizzato i problemi relativi alle rogatorie internazionali, le difficoltà di interpretare e distinguere le nebulose fattispecie presenti sul codice penale, l’inutilità del certificato antimafia, un affondo: “Si sostiene la necessità di punire severamente qualunque uso e detenzione di sostanze stupefacenti e viene introdotta al contrario la “modica quantità per uso personale” nel falso in bilancio. E ancora si sono inasprite le sanzioni per lo scippo – tanto che uno oggi viene punito con la reclusione da uno a sei anni – mentre il falso in bilancio è diventato una contravvenzione”..
“L’idea che un reato che in tutto il mondo viene considerato gravissimo possa essere considerato meno grave di uno scippo illustra bene una certa attitudine di politica penale, feroce nei confronti della devianza marginale, tollerante nei confronti della devianza dei colletti bianchi” (pag. 199-200).
In quarta di copertina è scritto “libro che unisce rigore giuridico e immediata leggibilità, alternando critica incisiva e paradosso divertente. Adatto a tutti coloro che si vogliono sentire pienamente cittadini di questo paese”.
Sul rigore giuridico e critica incisiva nulla da dire; anzi c’è solo da fare i complimenti a quel gran capoccione di Piercamillo Davigo.
E’ sul “divertente” semmai che pochi si troveranno d’accordo.
Vi assicuro che non riderete affatto.

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“Io vengo – ricorda il pubblico ministero – da un piccolo paese ai confini con il Piemonte e quando ero un ragazzino sentivo i vecchi che avevano un curioso modo di dire. Nella vita, spiegavano, non bisogna portare livree, ma se qualcuno ha necessità di portarla, l’unica da indossare con orgoglio è la “giubba del re”. Questa espressione non era altro che il concetto sintetico del servizio di Stato”.

Edizione esaminata e brevi note

Piercamillo Davigo oggi è Consigliere della Corte d’Appello di Milano. Entrato in Magistratura nel 1978, dal 1992 ha fatto parte del cosiddetto pool “Mani Pulite”. Oltre a tenere lezioni e seminari in numerose università è stato membro della Commissione del Ministero della Giustizia per l’adeguamento della normativa italiana alle convenzioni internazionali e di un gruppo di esperti dell’Unione Europea in tema di appalti; inoltre è autore di varie pubblicazioni tra le quali “Corruzione e sistema istituzionale”, “La questione criminale in Italia”, in W.Minella (a cura di), “Misure cautelari e diritto di difesa nella legge 8 agosto 1995 n. 332”.

Davide Pinardi, nato a Milano nel 1952, laureato in filosofia, è stato assistente di Storia moderna presso l’Università Statale di Milano e insegnante nel carcere di San Vittore. Tra le sue opere ricordiamo i romanzi “L’isola nel cielo”, “Il Valdese”, “Nel fango del cielo”, “A sud della giustizia” (1991), “Tutti i luoghi del mondo” (1996), “Viaggio a Capri”, “La storia segreta del señor Correal” (2000), la raccolta di racconti “Il ritorno di Vasco e altre storie” (1994). Con Daniele Incalcaterra è stato autore del film documentario “Repubblica Nostra” (1995)

“La giubba del re. Intervista sulla corruzione” – Davide Pinardi intervista Piercamillo Davigo
Ed. Laterza, nuova edizione 2004 – pagg. 252, € 10,00

Recensione pubblicata  su ciao.it il  2 giugno 2007 e qui parzialmente modificata per lankelot.eu

Luca Menichetti. Lankelot, 20 agosto 2007.