Dibo Muhammad

E se fossi morto?

Pubblicato il: 14 dicembre 2015

Federica Pistono ha scritto che “non è stato facile tradurre questo libro, in cui non esiste una trama vera e propria, una storia con un inizio e una fine, ma in cui un pensiero si lega all’altro in un concatenarsi continuo di ricordi e di opinioni, con un registro narrativo che cambia rapidamente a seconda del pensiero espresso o dell’immagine evocata, triste o gioiosa, tremenda o quotidiana” (pp.XI). E’ probabile che anche qualche lettore inizialmente potrà rimanere disorientato da un’opera che non è un vero e proprio romanzo e neppure un compiuto saggio sulla Siria contemporanea. Potremmo forse parlare di saggio narrativo, di diario interiore. Comunque sia la sostanza del discorso è che Mohamed Dibo, poeta e intellettuale dissidente, già arrestato e torturato nelle carceri siriane, oggi in esilio a Beirut, ci ha raccontato l’orrore e la paura cui sono condannati gli oppositori del regime sanguinario di Bashar al-Assad,; in particolare coloro che hanno alzato la testa a seguito della cosiddetta primavera araba. Il pretesto narrativo che ha permesso di ritornare con la memoria a speranze presto infrante, e che ha dato luogo al titolo “E se fossi morto?”, nasce da una telefonata ricevuta di primo mattino: Mohammed Dibo viene svegliato e scopre che un suo omonimo è stato ucciso nella città di Duma. Da quel momento lo scrittore inizia a interrogarsi: “Che rapporto c’è tra me, la morte e il martirio, dal momento che sono vivo, che invoco l’attivismo pacifico notte e giorno, contro il regime e contro l’opposizione armata di questo tempo?” (pp.7). Così il racconto della vita quotidiana di un dissidente, in un paese che è ammorbato da servitori del potere e da spie, si fa più serrato: lo sguardo retrospettivo di Mohammed Dibo, che sempre è investito da un flusso incessante di pensieri e di paure, si sofferma sulla sua condizione di detenuto politico, di intellettuale che tenta di decifrare gli sviluppi di un’indecifrabile guerra civile, di uomo che è stato separato dalla madre e dagli affetti per essere poi rinchiuso in carceri segrete prive di qualsivoglia controllo di legalità, alla mercé di secondini che sono nel contempo vittime e carnefici. Riemerge potente un senso di disorientamento. Uno dei motivi è l’oggettivo caos presente in un paese dove si moltiplicano i fronti contrapposti, tanto da rendere impotenti coloro che hanno un’idea liberale del vivere civile e politico: “Ancora oggi non capisco il significato dell’ ingresso dell’opposizione armata dalla Turchia nella città di confine Ras al-‘Ain, per compiere una strage degli uomini del Distaccamento della sicurezza militar, dopo che si erano arresi […] Questo crimine non è servito ad attenuare l’orrore delle azioni del regime nelle prigioni. Un crimine si chiama crimine e basta” (pp.18). Una confusione di ruoli, in un clima di perenne sospetto, che investe sia i complici del regime, forse condizionati dalla propaganda, forse diventati spietati per assicurarsi la sopravvivenza, sia gli oppositori che sono sotto scacco a causa di una paura scientificamente alimentata dal regime, a cui non si sottrae il timore per quanto potrebbe accadere ai propri familiari. Del resto, come ricorda lo scrittore: “Ci troviamo di fronte ad un regime che arresta la gente in base a ciò che intende fare, non in base a ciò che ha effettivamente fatto” (pp.37). Clima di sospetto amplificato a dismisura da un sistema che, almeno nel leggere le pagine Mohammed Dibo, assomiglia alla Stasi della DDR: “Il potere si serve degli informatori per tenere sotto controllo la società: così, li troviamo nei negozi, per le strade, nei chioschi, a vendere le sigarette, come normali cittadini che si guadagnano il pane quotidiano. In realtà rappresentano l’occhio del regime e i diffusori di quelle voci che avvelenano la società e suscitano le divisioni al suo interno” (pp.26).

Una dittatura che ancora sopravvive, non soltanto grazie ad un controllo capillare sulla società, ma anche in virtù del sostegno internazionale di paesi come la Russia e il Venezuela (una prospettiva che, a dire il vero Mohammed Dibo, ha solo sfiorato) e a causa di un’opposizione a dir poco inattendibile: “Senonché, la mancanza di un’alternativa democratica creerà uno spazio, nello scenario siriano, per le corrente dell’estremismo che hanno sempre rappresentato i più importanti elementi della sopravvivenza del regime” (pp.45). Ed ancora: “Era una caratteristica comune alla maggior parte dell’opposizione siriana, che voleva abbattere il regime dai grandi alberghi internazionali senza spingersi sul campo, intendendo per ‘spingersi sul campo’ ciò che rende possibile ottenere i territori desiderati” (pp.47). L’opera di Mohamed Dibo è quindi uno sguardo – dolente, complesso e a volte un po’ ripetitivo – all’interno della guerra civile siriana, contraddistinta da immense contraddizioni, da una popolazione che in parte presta fede alla propaganda del regime; ed anche da una complessità culturale che probabilmente sfugge alla maggior parte degli occidentali. Lo stesso autore, quasi per confermare il significato di “altri arabi”, marca una distanza siderale rispetto il fanatismo religioso e la stessa fede in una trascendenza: “Non avrei mai creduto che un giorno avrei pregato, eppure è proprio quello che ti capita quando scopri che, in prigione, la preghiera è più necessaria di altre cose, la preghiera che adora un Creatore che non conosci e che non ti distingue dal resto del creato […] ho continuato con quelle mie preghiere personali finché non sono uscito di prigione, per scoprire che la religione, in dei conti, è una questione culturale profondamente radicata, che necessita di tempi lunghi per essere smantellata: una liberazione che deve avvenire senza rimpiazzare la religione con un altro prodotto culturale che occupi lo spazio tolto alla religione stessa in favore di una novità o di qualche altra cosa” (pp.105). Parole che, discutibili o meno, mostrano un volto forse poco conosciuto della società araba, dove l’agnosticismo esiste eccome, ma che il terrorismo islamico sembra aver occultato agli occhi di noi occidentali. Un quadro a dir poco fosco, invelenito da una paura che domina i dissidenti come i comuni cittadini; ma nonostante tutto, come scrive Donatella Della Ratta, la speranza non muore: è “quel filo di umanità di cui racconta Dibo, che unisce prigionieri e secondini anche nel buio delle prigioni” (pp.IX).

Edizione esaminata e brevi note

Muhammad Dibo, è un giornalista, scrittore e poeta siriano, nato nel 1977. Ha partecipato fin dall’inizio, nel marzo 2011, alla rivoluzione siriana contro il regime di Bashar al-Asad. Arrestato e torturato in carcere, è stato successivamente rilasciato. Si trova attualmente in esilio a Beirut. Collabora con numerose testate giornalistiche di rilievo internazionale, ed è l’editor in chief di Syria-untold, testata che si occupa di attivismo civile.

Muhammad Dibo, “E se fossi morto?”, Il Sirente (collana “Altriarabi”), Fagnano Alto 2015, pp.216. Introduzione di Donatella Della Ratta. Traduzione di Federica Pistono.

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2015