Dickson Carr John

Le tre bare

Pubblicato il: 26 novembre 2006

E’ una sera come le altre per il misterioso dottor Charles Grimaud, esperto di fantasmi ed illusionismo, nel suo circolo londinese a discutere con i suoi pochi amici fidati della sua attività di studioso e di abile scopritore di truffe pseudo paranormali.
Una serata che pare scorrere come di consueto, con Grimaud che, a stento e con sarcasmo, tenta di tenere a freno il suo animo violento, quando all’improvviso compare un personaggio male in arnese che gli rivolge frasi enigmatiche e minacciose: un fratello di cui devono avere paura tutti e due e che presto lui tornerà nella sua tomba.
Parole sconnesse che, con stupore dei presenti, stranamente ammutoliscono il roccioso dottore.
Nei giorni successivi, in previsione dell’ inquietante appuntamento col misterioso personaggio, l’attività di Grimaud si fa frenetica, con la speranza di aver trovato l’oggetto che gli salverà la vita: un quadro che raffigura un paesaggio tenebroso, la furia del vento, alberi contorti e tre bare in fila che sembrano come muoversi, come se da lì i cadaveri volessero uscire.
Arriva il giorno dell’appuntamento tra Grimaud e il misterioso personaggio, nell’occasione mascherato: tutti e due, visti dal segretario e dalla fedele governante del dottore, entrano nello studio del dottore e la porta si chiude a chiave.
Dopo una ventina di minuti uno sparo.
Grimaud è agonizzante, farfuglia parole enigmatiche, ma nella stanza chiusa, con dentro il quadro lacerato, non ci sono altre persone: l’assassino si è volatilizzato, senza lasciare alcuna traccia, nemmeno fuori nella neve fresca che poco prima aveva iniziato a cadere.
Da lì a poco si scoprirà che l’illusionista Pierre Fley, identificato come il misterioso personaggio che aveva minacciato Grimaud, è stato ucciso in una viuzza londinese: un urlo, i testimoni si voltano e trovano un cadavere in mezzo alla via innevata, senza alcuna impronta vicino e tanto più senza alcuna traccia dell’assassino.
Due omicidi impossibili avvenuti praticamente nello stesso istante.
Forse.
Del caso si interessa il famoso criminologo Gideon Fell.
Grazie alle rivelazioni di un anziano ospite del dottore, si scopre che il vero nome di Grimaud, francese di adozione, era Horvat, un criminale recluso decenni prima in Transilvania con altri due fratelli per un delitto avvenuto ala fine del secolo.
Approfittando di un’epidemia i tre erano riusciti a fingersi morti e ad uscire dal carcere nelle tre bare, proprio quelle raffigurate nel quadro; ma solo Horvat-Grimaud, grazie alla sua forza fisica, era riuscito a scoperchiare la tomba, presumibilmente lasciando morire gli altri fratelli sepolti vivi.
Presumibilmente, perché si capirà presto che Pierre Fley era in realtà uno dei suoi fratelli, sopravvissuto al tentativo di evasione.
Un movente plausibile che però si scontra con due delitti senza colpevole e tra loro incompatibili.
Sarà Fell, grazie alla sua mente geniale e matematica, coadiuvato dal sovrintendente Hadley, a svelare l’enigma; anche se non riuscirà ad impedire una terza morte (“la terza bara”), come una sorta di espiazione per quanto avvenuto tra i due fratelli Horvat.
Il gusto dell’impossibile accompagna il romanzo fin dalle prime pagine e, come per lo più accade con Dickson Carr, tutto è abilmente pervaso da un’atmosfera pesantemente gotica, per non dire caratterizzata da elementi horror (le allusioni al vampirismo, ai fantasmi, ai morti viventi, alla Transilvania).
Atmosfera che poi lascerà, come quasi sempre, spazio ad una spiegazione del tutto razionale, seppur estremamente complessa, impeccabile nella sua logica matematica, in cui l’apparenza, l’illusione creata ad arte dall’omicida, come in un gioco di specchi, svanisce come neve al sole di fronte alla genialità dell’infallibile criminologo (e del suo creatore).
Dico “quasi” perché almeno in “La corte delle streghe”, altra famosissima opera di Carr, dove ancora una volta siamo in presenza di un delitto della camera chiusa, pur in presenza di un epilogo in cui il colpevole, del tutto umano e motivato da istinti altrettanto umani, è assicurato alla giustizia, l’autore ha avuto la felice idea di lasciare un finale ambiguo, in cui tornano prepotentemente alla ribalta quelle atmosfere soprannaturali che avevano caratterizzato le pagine del romanzo.
In “Le tre bare” la vicenda, pur pervasa da allusioni che fanno riferimento al vampirismo ed altre squisitezze horror, forse anche in virtù di un dichiarato interesse per l’illusionismo e grazie alla ferrea logica di Gideon Fell e di Hadley, rimane ben ancorata ad una soluzione del tutto razionale.
Una razionalità che si palesa anche con espedienti che trascendono il racconto propriamente detto: “Le tre bare” contiene una sorta di lezione da parte del dottor Gideon Fell, sul tema della camera chiusa e di altri delitti impossibili della letteratura gialla.
Il dialogo tra i protagonisti intenti a svelare l’enigma si trasforma in una erudita conferenza, dove l’autore pare rivolgersi direttamente al lettore, facendo quasi venire meno la finzione romanzesca.
Riassumiamo anche noi la classificazione degli assassini nella “camera chiusa” (per principio sono escluse soluzioni che prevedano il ricorso ad elementi soprannaturali nonché a banalità quali passaggi segreti, pareti scorrevoli e così via), saccheggiando gran parte delle parole di Gideon Fell – Dickson Carr:
“Uno. Non è un assassinio ma una serie di coincidenze che finiscono in un incidente. C’è il delitto commesso in una stanza ermeticamente sigillata e dalla quale nessun assassino è mai uscito perché non c’era nessuno.
Due. E’ un delitto ma la vittima è costretta ad uccidersi o a soccombere accidentalmente.
Tre. E’ delitto per mezzo di un congegno meccanico installato nella stanza e nascosto in qualunque mobile dall’aspetto innocente (arma nascosta nel ricevitore del telefono, una pendola, una scacchiera elettrificata…).
Quarto. Un suicidio con l’intenzione di farlo apparire un omicidio (uomo che si accoltella con un ghiacciolo e il ghiaccio si scioglie…).
Cinque. E’ un delitto che trae la sua difficoltà dalla illusione ottica e dalla personificazione.
Sei. E’ un delitto che, per quanto commesso da qualcuno sul momento fuori dalla stanza, sembra commesso da qualcuno che doveva essere stato dentro la stanza.
Sette. Questo è un delitto che dipende da un effetto esattamente opposto a quello del numero cinque. Cioè si presume che la vittima sia morta molto prima di quello che è in realtà.”.
Non deve stupire che “Le tre bare”, scritto intorno al 1935, sia stato considerato, e poi decretato da una giuria di esperti, quale il miglior romanzo giallo del genere “camera chiusa”.
L’americano Dickson Carr (1906-77), noto anche come Carter Dickson, biografo di Conan Doyle, e creatore, oltre della maschera Gideon Fell, del gaudente Sir Henry Merrivale “il Vecchio” e di Henry Bencolin, raffinato giudice istruttore parigino, come anticipato, oltre ad essere uno specialista nel raccontare vicende “gotiche”, opere d’influenza inglese (“The emperor’s snuff-box” , “Hag’s nook”, “The burning court”) è, per giudizio condiviso, il più abile artefice del delitto impossibile, avvenuto nel segreto di camere rigorosamente sigillate dal mondo esterno: vicende che prendono spunto da situazioni al limite del fantastico per poi giungere ad una soluzione del tutto razionale.
Un autore che ha sviluppato con genialità una sorta di sottogenere che aveva visto e vedrà impegnati scrittori di eccellente livello come Gaston Leroux (Il mistero della camera gialla), Van Dine (Lo strano caso del signor Benson), Ellery Quenn (Una stanza per morirci) e che da tempo, purtroppo aggiungo io, ha lasciato il campo ad una letteratura sempre più impegnata in effettacci “noir”, gratuitamente truculenti, forse imbastiti per compensare un’inventiva sempre più carente o per venire incontro a lettori non più interessati a quei complicati rebus che per tanti anni hanno messo a dura prova l’intelligenza degli appassionati.
La particolarità de “Le tre bare” sta nel fatto che lo scioglimento dell’enigma, peraltro doppio, trattandosi di due delitti avvenuti negli stessi minuti ed a distanza, non pare poter essere incasellato nella classificazione proposta da Gideon Fell: un caso che meriterebbe un ottavo punto tutto per sé.
Il romanzo in quanto tale, se vogliamo analizzarlo dal punto di vista letterario, non risulta all’altezza di altre opere di Carr, con protagonista l’eccentrico dottore: personaggi meno delineati, un’ironia meno pervasiva, altrove presente in quantità, una scrittura forse meno brillante.
Qui l’attenzione dell’autore, e di conseguenza del lettore, è tutta per il meccanismo omicida e la soluzione dell’enigma, come immergersi in uno sterminato rebus creato da un illusionista appassionato di pratiche esoteriche.
Pur da appassionati dobbiamo ammettere che  il valore artistico del romanzo è carente ( (forse è lo stesso genere “giallo” che non si presta ad analisi più strettamente letterarie; e comunque non è questa la sede per intraprendere una discussione sulla letteratura “alta”, “bassa”, “di consumo” o meno, che ci porterebbe lontano).

Ed è altrettanto vero che le ragioni che ne hanno decretato la meritata definizione di “capolavoro” sono da ricercarsi altrove.
In  altri termini un affascinante capolavoro dell’intelligenza  piuttosto che un capolavoro della letteratura. Un romanzo che, pur a distanza di tanti anni, conserva il suo fascino, e, forse proprio grazie al suo ormai desueto genere “ad enigma”, è la palese dimostrazione di come la genialità di Dickson Carr possa essere apprezzata ancora oggi. Da parte mia, senza ombra di dubbio.

Edizione esaminata e brevi note

Edizione esaminata: I Classici del giallo mondatori n. 1006 del 22/4/2004 – pag 266.
Traduzione di Maria Luisa Bocchino

John Dickson Carr, Uniontown, Pennsylvania, 1897 –  New York, 1977, scrittore e biografo (di Conan Doyle) americano.

Per approfondire: wiki it

Recensione pubblicata, con parziali modifiche, su ciao.it il 10 ottobre 2006

Luca Menichetti. Lankelot, novembre 2006