Haruf Kent

Le nostre anime di notte

Pubblicato il: 9 settembre 2017

“Our Souls at Night”. Se ne è parlato parecchio di recente per via del film presentato nel corso della 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ed interpretato da Jane Fonda e Robert Redford. Tanti apprezzamenti, tanto clamore certo, ma non mi sembra di aver letto o sentito alcun riferimento a Kent Haruf. E’ lui l’autore di “Our Souls at Night”, “Le nostre anime di notte”, il libro dal quale è stata tratta la pellicola diretta da Ritesh Batra oltre che ultimo romanzo lasciatoci dallo straordinario scrittore americano.

Dopo aver letto ed amato moltissimo i libri della Trilogia della Pianura (“Canto della pianura”, “Crepuscolo” e “Benedizione”) approdare a “Le nostre anime di notte” ha avuto sicuramente un gusto dolce-amaro poiché con questo libro si chiude una delle migliori esperienze di lettura possibili. Nonostante la grande portata simbolica ed emotiva, “Le nostre anime di notte” possiede un gravissimo difetto: finisce troppo presto. La lettura giunge inevitabilmente al termine ma ci si ritrova a desiderare con tutto il cuore che Haruf continui a scrivere di Addie e Louis, della cittadina di Holt, delle sue strade, del susseguirsi delle stagioni e della quotidianità genuinamente avvincente dei suoi abitanti. Invece no. Il romanzo finisce e ci si sente un po’ smarriti, persino un po’ risentiti. Il primo pensiero? “Le nostre anime di notte” è un’opera incompiuta. Il secondo? Haruf l’ha conclusa prima possibile: si percepisce chiaramente l’urgenza di chi sa di non poter vivere ancora a lungo.

Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me“. Una proposta bizzarra, soprattutto perché ad avanzarla è Addie Moore, una vedova di settanta anni. Al cospetto di tale richiesta, l’anziano Louis Waters si mostra naturalmente perplesso. Addie si spiega meglio: “Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. […] Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?” Louis è spiazzato dalla richiesta della donna coi capelli bianchi e corti che vive da anni ad un isolato da casa sua e con la quale ha scambiato qualche parola di tanto in tanto. Si conoscono appena Addie e Louis, sono entrambi vedovi e vivono da soli perché i loro figli si sono trasferiti altrove. Dormire insieme? Louis accetta di pensarci però, già il giorno successivo, decide di andare a dormire a casa di Addie.

Nasce così il contatto di due solitudini che imparano ad avvicinarsi e a sfiorarsi con estrema delicatezza. Esserci, parlare ed ascoltare: quante coppie scoppiano perché non sanno farlo? Haruf si sofferma sui principi che reggono e governano ogni rapporto umano. O almeno dovrebbero. Addie e Louis dormono nello stesso letto e, prima di addormentarsi, si raccontano. Al buio, senza neppure toccarsi. C’è una vita per ognuno. Una vita da ricordare o semplicemente da ripetere a parole. Non è poco. La certezza che a pochi centimetri ci sia una persona disposta ad ascoltare e comprendere è una ricchezza che entrambi sanno di potersi garantire. L’armonia affettuosa che lega i due protagonisti traspare e, in breve, ad Holt tutti sanno. Ovviamente c’è chi giudica e lo fa male, ma c’è anche chi non ha nulla in contrario o nulla da dire. Addie ha imparato da tempo: “Ho deciso di non badare a quello che pensa la gente. L’ho fatto per troppo tempo – per tutta la vita. Non voglio più vivere così“.

I dialoghi tra Addie e Louis sono l’essenza dell’intero romanzo. Parole: componente indispensabile per nutrire un rapporto, elementi necessari alla nascita di un’intimità che, per i protagonisti, non reclama carnalità. La bellezza dello stare insieme è pura voglia di condividere e prendersi cura dell’altro. Gesti semplici, anche banali che Addie e Louis compiono vicendevolmente. Solo una delle possibili forme d’amore: il desiderio di conoscere un’altra persona e di farla entrare nella propria vita. Non c’è un’età giusta per farlo. Haruf ce lo fa rilevare con chiarezza e con quello stile nitido e minimo che caratterizza tutto il suo scrivere. Si nota ancora una volta la sobrietà e la leggerezza con cui lo scrittore ha accompagnato ogni pagina dei suoi romanzi, lineare e dignitoso procedere col quale ha saputo tramutare la consuetudine di vite normali in grande letteratura. Pur correndo il rischio di essere scontata, e quindi un po’ patetica, non posso non confessare che Kent Haruf mi mancherà moltissimo.

Edizione esaminata e brevi note

Kent Haruf è nato nel 1943 a Pueblo, in Colorado. Suo padre era un pastore metodista e sua madre un’insegnante. Si laurea nel 1965 e, nella sua vita, svolge numerosi lavori. Nel 1973 si iscrive al “Writers Workshop” presso la University of Iowa dove viene notato da John Irving, suo insegnante. Nel 1976 diventa professore assistente presso la Nebraska Wesleyan University. Pubblica il suo primo racconto solo nel 1982 ma il successo arriva solo nel 1999 grazie a “Canto della pianura”. Haruf ha 56 anni ed ottiene recensioni positive da diverse importanti testate. Il romanzo vince il Mountains & Plains Booksellers Award, il Maria Thomas Award ed è finalista al National Book Award e al New Yorker Book Award. Haruf lascia così il suo lavoro di insegnante e si dedica alla scrittura. Nel 2004 esce “Crepuscolo” e nel 2013 “Benedizione”, i due libri che fanno da seguito a “Canto della pianura”. Il 30 novembre 2014 Kent Haruf muore per una malattia polmonare. “Le nostre anime di notte” esce solo nel 2015.

Kent Haruf, “Le nostre anime di notte”, NNE, Milano, 2017. Traduzione di Fabio Cremonesi. Titolo originale “Our Souls at Night” (2015).

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