Dobbs Michael

House Of Cards 3. Atto finale

Pubblicato il: 12 aprile 2015

Atto finale della trilogia dedicata allo spietato Francis Urquhart, “House of cards 3” ci ha confermato che la parola “ispirazione” può assumere molti significati. Difatti il serial televisivo prodotto da Beau Willimon, a sua volta adattamento dall’omonima miniserie della BBC, ha sicuramente a che fare con i romanzi di Michael Dobbs, ma non rappresenta certo una trasposizione fedele di quanto pubblicato a partire dai primi anni ’90. Oltretutto l’epilogo della trilogia letteraria appare incompatibile con l’annunciata quarta stagione del serial; per non parlare del fatto che la malefica creatura di Dobbs si chiama Francis Urquhart, sua moglie Elisabeth, e la scalata per il potere avviene in Gran Bretagna con l’obiettivo di conquistare la residenza di Downing Street, mentre la produzione Netflix ci ha proposto un altrettanto spietato Frank Underwood, una moglie di nome Claire, intenti a manovrare complici e vittime all’ombra della Casa Bianca. Non c’è pericolo quindi che gli appassionati teledipendenti, leggendo il romanzo, possano cogliere chissà quali spoiler. E’ evidente semmai che sia la terza stagione di “House Of Cards” sia “The Final Cut” (il titolo originale del libro) si aprono con i due manipolatori all’apice della carriera politica: Underwood presidente degli Stati Uniti e Francis Urquhart ormai il primo ministro più longevo della storia britannica. Quest’ultimo ha vissuto dieci anni a Downing Street, l’età avanza inesorabile e i nemici di un tempo si fanno sempre più minacciosi, pronti a riservargli quel trattamento impietoso di cui è maestro e che, grazie ad abili manipolazioni, lo ha portato a sbarazzarsi di tutti i suoi avversari, reali od anche soltanto potenziali. Niente fa pensare ad una vecchiaia serena: nuovi contendenti si fanno avanti, come il carismatico Tom Makepeace, ed inoltre dal lontano passato riemergono inquietanti scheletri, frutto di tragedie di cui Urquhart è pienamente responsabile, mentre la Gran Bretagna, ancora in possesso di basi strategiche in quel di Cipro, deve fare fronte a dei conflitti internazionali complicati dal ritrovamento di giacimenti petroliferi, dalla scelta di rispolverare una politica euroscettica e dal mai sopito orgoglio nazionale dei ciprioti. Tutto sembra quindi congiurare per un cambio di leadership, ma è chiaro che lo spietato Francis venderà cara la pelle, ben intenzionato ad essere ricordato nei libri di Storia come il più longevo leader britannico e soprattutto tutt’altro che disposto a farsi accoltellare alle spalle da personaggi che disprezza profondamente. Tra l’altro viene da pensare che l’autore, già collaboratore della Thatcher, sia stato ispirato da quanto accaduto nel 1990 alla leadership della Lady di ferro. Infatti la parola “accoltellare” col personaggio di Francis Urquhart ci sta proprio bene: Dobbs, complici le citazioni dal “Giulio Cesare” e la significativa rappresentazione della tragedia all’apertura del primo capitolo, ha costruito una vicenda che merita l’aggettivo di shakespeariana visto l’argomento principe della lotta per il potere e l’oscura presenza della morte che condiziona le ambizioni della coppia Francis- Elisabeth. Possiamo quindi confermare che “House of cards”, o per meglio dire “The Final Cut”, anche grazie ad un stile asciutto, frasi spesso concise, ma nel contempo non prive di elementi teatrali e sarcastici, mostra efficacemente il lato oscuro del potere, dove prevalgono coloro che si muovono nell’ombra e si circondano di personaggi mediocri, manipolabili, viziosi e quindi ricattabili, magari pure insigniti di titoli prestigiosi. Non ultimo il paradosso di uno spietato arrampicatore e ricattatore, intento a lasciare un segno tangibile nella storia del suo paese: “Francis Urquhart. Mediatore di pace” (pag. 228). Del resto nel raccontare l’apparente declino di un premier privo di scrupoli riemergono molti dei temi già noti anche ai telespettatori di Sky Atlantic.

Ad esempio il particolarissimo rapporto tra Francis ed Elisabeth, coppia aperta, forse ancora disposta a concedersi delle distrazioni: diventa chiaro quanto le allusioni sulla bisessualità quasi abbiano la funzione di amplificare l’immagine di duplicità di marito e moglie e del loro inossidabile sodalizio. Ma soprattutto, prima di giungere all’estremo epilogo della vicenda terrena di Urquhart e soprattutto della sua lotta per mantenere il potere, tornano ripetutamente le visioni presenti e passate di protagonisti della storia privi di scrupoli, quasi fossero dei padri putativi del nostro perfido eroe: “Downing [n.d.r.: il diplomatico a cui è stata intitolata la via che ospita la residenza del premier britannico] era stato una canaglia, una spia per conto di entrambe le fazioni durante la guerra civile, un uomo immerso in mille doppiezze e privo di qualunque principio o senso di lealtà […] eppure l’avevano nominato cavaliere e gli avevano intitolato la strada più importante del regno” (pag. 480).

“House Of Cards” è un thriller che magari non mostra un particolare approfondimento psicologico dei personaggi, per lo più fedifraghi e privi di scupoli, salvo rilevare la presenza di vaghi sensi di colpa nei due protagonisti, ma che si caratterizza semmai per la complessità di una trama i cui fili piano piano si dipanano per mostrare un disegno sempre più comprensibile e per dare conto della genialità di Francis Urquhart. Di sicuro è un’opera che, visto l’argomento, inevitabilmente si presta a considerazioni che trascendono la qualità letteraria del romanzo. L’anno scorso Dobbs, saputo che il primo ministro italiano aveva acquistato a beneficio di telecamera una copia del suo “House of cards”, tra il serio e il faceto aveva scritto al nostro premier avvisandolo che il suo romanzo non è un manuale di istruzioni su come ottenere il potere, senza alcuna etica. Secondo Stefano Feltri, Dobbs aveva forse trovato il destinatario più congeniale per la sua lettera. Underwood – Urquhart sarebbe un personaggio adatto a raccontare anche l’Italia del 2015: mentre il potere del passato poteva risultare legato ad una tradizione culturale (si vedano i democristiani) oppure ad interessi materiali (la difesa delle aziende per Berlusconi), oggi potere ed ambizione personale sembrano un tutt’uno. Un potere quello bramato da Urquhart che quasi disdegna il denaro – da questo punto di vista il serial televisivo delinea con grande efficacia la contrapposizione tra il potere della politica e il potere del denaro – e che ha come fine il potere stesso, il suo mantenimento ad ogni costo. E così ancora una volta torna l’idea che la tragedia shakespeariana, seppur nel corpo di un’opera di genere, abbia molto a che vedere con i crimini politici, e non solo politici, di Francis Urquhart: “E alla fine, tutto fu compiuto.«Anche tu, Bruto!».Una rappresentazione dell’assassinio eccezionalmente spietata, e a ogni passo il fazzoletto di Urquhart continuava a sventolare” (pag. 42).

Edizione esaminata e brevi note

Michael Dobbs, è nato nel 1948 ed è un membro del Partito Conservatore inglese. Tra i diversi incarichi rivestiti durante la carriera politica si ricorda quello di capo dello staff del partito durante l’ultimo governo Thatcher (1986-1987). Dal 2010 è membro della Camera dei Lord. La trilogia di House of Cards, di cui Fazi ha già pubblicato i primi due volumi, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Dobbs ha partecipato alla produzione e sceneggiatura della serie omonima ispirata a questo romanzo.

Michael Dobbs, “House Of Cards 3. Atto finale”, Fazi, Roma 2015, pag. 528. Traduzione di Stefano Tummolini, Giacomo Cuva.

Luca Menichetti. Lankelot, aprile 2015