Dommarco Pietro

Trivelle d’Italia. Perché il nostro paese è un paradiso per petrolieri

Pubblicato il: 31 gennaio 2016

La prima edizione di “Trivelle d’Italia” risale al 2012 e, se mai fosse pubblicato un seguito, c’è da scommettere che oggi leggeremmo qualcosa di ancor più preoccupante. Quattro anni fa era in carica il governo Monti, che pure aveva combinato non pochi disastri riguardo ambiente e tutela paesaggistica, ma oggi il #cambiareverso renziano ha voluto dire la micidiale “Sblocca – Italia” – una legge da Premio Attila – e la concreta prospettiva di ulteriori trivellazioni vicino alle coste italiane. La lettura di “Trivelle d’Italia”, quindi, ci potrà rivelare una realtà spesso poco considerata dall’informazione mainstream, pur nella considerazione che, nell’anno 2016, non soltanto la nostra penisola è ancor più inguaiata di prima a causa di rifiuti tossici e sfruttamento insensato del territorio, ma presto lo sarà ancor di più, sempre grazie all’insensibilità di governanti e governati. L’inchiesta del giornalista Pietro Dommarco, che si capisce condotta con particolare rigore, ha prodotto pagine ricche di dati e di storie che smentiscono l’idea di un progresso virtuoso a suon di trivelle; oltretutto, una volta assodato che il petrolio a buon mercato è finito da un pezzo, sempre col rischio fondato di “rimanere con il territorio devastato e/o controllato dalle corporation, l’occupazione a zero, i frutteti abbandonati e le aree archeologiche o naturalistiche trascurate”(pp.8). Una prospettiva che diventa ancor più cupa dopo aver letto l’intervista a Maria Rita D’Orsogna, professore associato presso il Dipartimento di Matematica alla California State University di Northridge, un tecnico che da anni si occupa di valutazione d’impatto ambientale sui territori italiani: tra una normativa deficitaria come quella del cosiddetto Decreto Prestigiacomo – ora nettamente superato in oscenità dal più recente D.L. 133/2014 – e gli scarti delle perforazioni (elevatissima concentrazione di mercurio che poi si inserisce nella catena alimentare) c’è poco da stare allegri. Sappiamo bene che i principi di precauzione vengono meno di fronte all’ottimismo a tutti i costi dei nostri riformatori-devastatori, e, difatti, i dati che leggiamo in merito all’incremento dei tumori presso i Sin (Siti d’Interesse Nazionale) potrebbero essere interpretati come roba da gufi.

Comunque sia l’inchiesta di Dommarco si concentra su altri aspetti, sconosciuti ai più. L’Italia è davvero un paradiso per i petrolieri, remunerati oltre misura e incentivati a perforare in ogni dove la terra e i fondali marini: la normativa estremamente tollerante del nostro paese – almeno se si confronta con quella degli altri paesi industrializzati – consente alle compagnie di sborsare delle risibili percentuali di compensazione ambientale. Tanto per capirci se le royalties in Russia arrivano all’80%, in Alaska al 60%, negli USA al 30%, in Italia si parla di un 4% di ricavi per le estrazioni in mare e del 10% per l’estrazione su terraferma. Da qui, visto un rischio di impresa pressoché azzerato (alcuni canoni sono ancora calcolati in lire), l’assalto ai parchi e alle spiagge incontaminate del nostro paese. Tutto questo reso possibile da una mentalità molto discutibile, come ricorda Antonio Bavusi, opportunamente citato: “la rapina delle risorse del territorio è fondata sulla debolezza culturale” (pp.64). Una debolezza che, quando tocca la sfera governativa, sa molto di complicità. Coerentemente il governo italiano, il 23 febbraio 2012, “ha bocciato una proposta avanzata dalla Commissione europea a favore dell’arrivo sul mercato degli Stati membri dei soli carburanti con minori emissioni di carbonio” (pp.68). Su questa linea la normativa contenuta nel “Salva Italia”, grazie alla quale è possibile evitare la bonifica ambientale con la cosiddetta “Messa in sicurezza operativa” (Miso): sostanzialmente “un accordo fondato sulla promessa che un giorno si effettuerà una bonifica o molto più probabilmente una messa in sicurezza definitiva. Ovvero, un salvacondotto per lasciare la situazione così com’è”. Il rilancio di Porto Marghera di conseguenza, come denuncia il Wwf, “sembra ispirarsi al principio che chi inquina vince, piuttosto che al principio di derivazione comunitaria che chi inquina paga” (pp.99). Come sempre ci ricorda Dommarco, in questo contesto fatto di procedure opache e di aree territoriali condannate a subire i rifiuti e gli effluvi malsani degli impianti petroliferi, operano tra mille difficoltà i comitati di cittadini che – non dimentichiamolo – il nostro premier ha derubricato a “comitatini”. Certo è che la prassi italiana, ma propria anche dei paesi più sottosviluppati, di spacciare la devastazione ambientale e paesaggistica per progresso, spiega perché il concetto di rottamazione, una volta svelata la continuità nel malaffare e i riciclaggi di personale politico in vendita, può essere interpretato tutt’al più con trivellazione.

Edizione esaminata e brevi note

Pietro Dommarco, è scrittore e giornalista freelance, specializzato in tematiche ambientali. Collabora con il mensile Altreconomia. Cura il blog www.pietrodommarco.it

Pietro Dommarco, “Trivelle d’Italia. Perché il nostro paese è un paradiso per petrolieri”, Altreconomia, Cantù 2012, pp.104. Prefazione di Mario Tozzi.

Luca Menichetti. Lankelot, gennaio 2016