Fonseca Rubem

Il seminarista

Pubblicato il: 28 dicembre 2013

Con “Il seminarista” la Urogallo ha aggiunto un altro tassello alla collana “Opere di Rubem Fonseca” come a voler rendere sempre più evidente il significato di “brutalismo” in letteratura. Probabilmente con questo nuovo romanzo (fino ad ora inedito in Italia ma pubblicato in Brasile fin dal 2009) le caratteristiche del genere letterario, così ribattezzato dal critico ed accademico Alfredo Bosi, potranno essere meglio comprese, forse ancor più rispetto la lettura del precedente “E nel mezzo del mondo prostituto, solo amore pel mio sigaro ho tenuto”, protagonista l’avvocato criminalista Mandrake. Il “brutalismo” di Fonseca, malgrado la radice di “brutale”, soprattutto con quest’ultimo romanzo, una volta circoscritta la tematica sessuale, appare ancor più evidente con la rappresentazione di personaggi pervasi da amoralità, qui intesa come una sorta di moralità alternativa, spesso talmente disinvolti nel dispensare morte da diventare grotteschi.

Nessun particolare artificio linguistico se non uno stile volutamente scarno, colloquiale (ben delineato nel “Seminarista” con la prima persona del killer-narratore), in linea con l’attività di José Joaquim Kibir, professionale e distaccato killer. Questi, come da titolo, è un ex seminarista e colto latinista, che, abbandonato il collegio in quanto “tipo libidinoso”, invece di redimere le anime perdute dei peccatori ha preferito dedicarsi, sempre con grande professionalità e previa gratifica in denaro, a distaccarle dai loro corpi. Da come si racconta viene da pensare che forse, in assenza di troppa libido, il nostro avrebbe potuto conciliare senza troppi problemi l’attività di prete con quella di killer. La “brutalità” qui sta in rapporto appunto alla freddezza nel suo ramo professionale perché in realtà, il nostro killer, come una sorta di Dexter carioca ma senza l’evidente presenza di un “passeggero oscuro” (lui dice di uccidere in genere “persone cattive”), è capace di non mischiare il proprio mestiere con quegli altri aspetti personali che invece sembrano mostrare una particolare sensibilità. Con questo intendiamo l’amore per la letteratura, la poesia e le donne, al di là degli aspetti strettamente sessuali: “Le lessi dei sonetti di Camões, delle poesie di Fernando Pessoa, Drummond, Bandiera, Ferriera Gullar. Le lessi poesie tradotte in portoghese di Akhmatova, Cvetaeva, Dickinson, Blacke, Frost, Millay. Avrei voluto leggerle anche le poesie erotiche dell’Aretino, ma prendevo il libro dallo scaffale e avevo paura che quel linguaggio sconcio del poeta la scioccasse e rimettevo il libro sullo scaffale” (pag. 43). Ed ancora: “Molte persone devono trovare curioso che un tipo che ha ucciso a pagamento una quantità di persone si lascia poi dominare da sentimenti di questa natura. Per dire la verità anche io mi consideravo incapace di un’emozione così profonda, sentivo eccitazione per le donne, e ammirazione, ma la passione non l’avevo mai sentita prima. In realtà, amor est vitae essentia, l’amore è l’essenza della vita” (pag. 45). Il nostro ex seminarista, ora professionalmente attivo nel procurare anime per l’inferno, fin dalle prime pagine ci appare stanco del suo lavoro, in vena di pensionamento. Quindi annuncia al Contrattante questa sua intenzione. Ma prima deve portare a termine alcune commissioni da par suo: un colpo alla testa e via, sapendo del “cliente” il minimo indispensabile. Senza scordare che a  volte José Joaquim deve pure inventarsi detective per scovare la propria vittima; come nel caso di un rapitore di cadaveri necrofilo, eliminato come di consueto senza troppi complimenti: “Con la telecamera portatile filmai la canna della mia pistola appoggiata alla testa di Ramiro, il botto e le cervella che si andavano a spiaccicare sulla parete. Telefonai alla polizia. Diedi le coordinate e me ne andai” (pag. 22).

Adesso l’ex seminarista seduttore viene sedotto a sua volta da una bella bionda e, svelando la sua natura sentimentale, pare proprio deciso ad abbandonare il mestiere; ovviamente senza particolari rimorsi per quanto fatto in passato. Ma non sembra facile ottenere il diritto ad un’altra attività. Si finisce per uccidere ancora, questa volta senza venire pagati; e tutto per stare tranquillo e per proteggere la sua amata, che tra l’altro svelerà un’identità diversa da quella mostrata all’inizio. Sotto i suoi colpi cadranno un suo vecchio amico, Sangue de Boi, anche lui diventato killer ed infine il regista occulto delle sue disgrazie. Fino a dover prendere atto che certe professioni, tanto più se in sintonia con la propria personalità, a volte sono necessarie e non si può proprio abbandonarle. Il finale totalmente privo di redenzione risulta quello più coerente col “brutalismo” di Fonseca e con la rappresentazione di un killer così sensibile e professionale.

Edizione esaminata e brevi note

Rubem Fonseca (Juiz de Fora, MG, Brasile – 1925), laureato in Giurisprudenza, è stato commissario del sedicesimo distretto di Rio de Janeiro. Esonerato nel 1958, dopo l’incontro con lo scrittore Dalton Trevisan, ha svolto l’attività di sceneggiatore e ha lavorato per l’emittente televisiva statunitense Home Box Office. Nel 2003 ha vinto il Premio Camões. Tra le sue opere: Os prisioneiros (1963), A coleira do cão (1965), Vastas emoções e pensamentos imperfeitos (1988).

Rubem Fonseca, “Il seminarista”, Traduzione di Marco Bucaioni, Edizioni dell’Urogallo, Perugia 2013, pag. 148

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2013