Gardner Leonard

Città amara

Pubblicato il: 12 ottobre 2015

Antonio Franchini, autore dell’ampia postfazione alla nuova edizione di “Città amara”, sembra suggerire che i critici letterari americani abbiano interpretato in maniera piuttosto contraddittoria il mondo raccontato da Leonard Gardner nel suo unico romanzo. Da un lato chi vi ha voluto vedere la rappresentazione dell’altra faccia del cosiddetto sogno americano e chi, invece, vi ha visto, in maniera più specifica, un racconto tutto interno al mondo della boxe, o almeno della boxe di terza categoria, a cavallo tra dilettantismo e professionismo. Comunque la si voglia vedere è un dato di fatto che la Stockton californiana, dove vivono e combattono i due protagonisti di “Fat city”, ci appare lo scenario più appropriato per quello che Joyce Carol Oates ha definito “un perfetto concentrato di storia americana” ed appunto “il rovescio del sogno americano”. Una storia nella quale prevalgono lo scetticismo e la constatazione che non è sufficiente avere coraggio e sfiancarsi per migliorare il proprio tenore di vita e così raggiungere l’agognato successo. La realtà è che sia Billy Tully, ventinovenne pugile in disarmo, alcolizzato e in procinto di rientrare nel giro dei combattimenti, sia il giovanissimo Ernie Munger hanno ben presente cosa vuol dire un duro lavoro dentro e fuori dal ring. Il romanzo di Gardner ci mostra come la volontà, forse neppure tanto granitica, in boxeur tutt’al più competitivi nel loro quartiere, non può compensare la mancanza di talento; e il fatto di possedere un carattere fragile od ormai provato dai casi della vita rende proprio impossibile lasciarsi alle spalle delusioni e paure in un ambiente sociale a dir poco disastrato. Tully e Munger, personaggi che possiamo definire periferici e incapaci di dare un senso compiuto alle loro esistenze, subito si conoscono e provano a scambiarsi dei colpi, ma poi i loro incontri successivi, sempre fuori dal ring, diventano sporadici: il racconto dei loro tentativi di affermarsi grazie alla boxe e sotto la supervisione di Ruben Luna, altro personaggio ai margini, si arricchisce via via di delusioni e di prospettive sempre più modeste; malgrado alcuni fortunosi successi come quello di Tully nei confronti del messicano Arcadio Lucero, un proletario del ring di una certa fama ma ormai al tramonto. La speranza di combattere e vincere contro avversari importanti rimane tale, non viene meno, ma gli allenamenti in palestra rimangono non altro che parentesi tra modesti lavori manuali, grandi bevute in squallide bettole e rapporti conflittuali con le proprie donne: Munger, inguaiato e poco convinto, sposa la sua Faye; mentre Billy Tully, che non riesce a dimenticare la sua ex moglie, si accompagna con Oma, un’alcolizzata che gli creerà solo guai.

Raccontate così le disgrazie della vita professionale e privata dei due boxeur potrebbero far pensare davvero a pagine sconsolate e cupissime. In realtà c’è da scommettere che saranno pochi i lettori a considerare l’opera di Gardner come qualcosa di deprimente. Munger, Tully ed anche tutti i comprimari, a cominciare da Ruben Luna, vivono male, malissimo, sono patetici e frustrati, letteralmente ingabbiati in una realtà infelice (“era in gabbia. La vita gli sembrava prossima alla fine. Tra quattro giorni avrebbe compiuto trent’anni”); ma, secondo noi, Leonard Gardner proprio perché ha raccontato queste storie proletarie e dei bassifondi con disinvoltura, con sguardo partecipe e senza cedere a superflui sentimentalismi, è riuscito a mantenere fino all’ultima pagina un che di vitale e coinvolgente, pur descrivendo personaggi destinati probabilmente a una bruttissima fine. Da questo punto di vista anche la critica accademica ha dovuto prendere atto della qualità dei dialoghi presenti in “Fat city” – e difatti ricordiamo che Gardner si è fatto conoscere sostanzialmente come sceneggiatore – autentico punto di forza del romanzo. Franchini ha scritto appunto di dialoghi “che non scartano mai dal livello della prosaicità quotidiana, eppure, quando si tratta di lasciare intravedere una tristezza, una disperazione o un abisso di qualsiasi genere, non vengono mai meno alla loro funzione di fragile schermo trasparente per dire una cosa e significarne un’altra” (pp.198). E’ probabile che gli stessi dialoghi, magari letti con maggiore superficialità, abbiano contribuito a fare di “Fat city” una cosiddetta opera di culto. Di sicuro molto si potrà ricordare degli scambi tra Tully, Munger e i loro disastrati compagni, tutto appropriato per essere riprodotto sul grande schermo (e difatti è del 1972 il film di John Huston tratto dal romanzo): “- Ernie, riavrai il tuo naso come nuovo, non preoccuparti. Guarda il mio. Diresti mai che me l’hanno rotto? – Si” (pp.53). Non è necessario evocare i siparietti tra Enea Guarnacci e Artemio Altidori [ndr: “I mostri”] per ammettere che anche nella “Città amara” dell’americano Gardner le inadeguatezze e le disgrazie dei proletari del ring hanno a che fare con momenti a dir poco grotteschi. Ma di sicuro chi voglia dare un giudizio corretto sul romanzo, non potrà limitare gli aggettivi: speranza, disillusione, ostinazione, ottimismo, disperazione e ridicolo, tutto fa parte del mondo dei boxeur di Stockton.

Edizione esaminata e brevi note

Leonard Gardner, scrittore statunitense, è nato a Stockton in California nel 1934. I suoi articoli sono apparsi su molte riviste tra cui «Esquire» e «The Paris Review». Ha scritto numerose sceneggiature per la TV tra cui la serie NYPD Blue. Attualmente vive a Marin County, nel nord della California. “Città amara” è il suo unico romanzo.

Leonard Gardner, “Città amara”, Fazi (collana Le strade), Roma 2015, pag. 203. Traduzione di Stefano Tummolini

Luca Menichetti. Lankelot, ottobre 2015