Giuttari Michele

Confesso che ho indagato

Pubblicato il: 15 maggio 2015

“Prima di abbandonare Reggio Calabria, nell’agosto 1988, la rivista ‘Polizia moderna’ mi chiede di scrivere un articolo sui sequestri di persona. Mi dedico alla stesura durante un fine settimana, al mare. Ma quando lo invio a Roma, dopo qualche giorno, ricevo la telefonata del direttore che, pur congratulandosi per il mio lavoro, mi comunica che in quella forma non lo può pubblicare. «Ti avevo chiesto un articolo, Michele, non un racconto!» è la sua giustificazione” (pp. 81). Così Giuttari ricorda uno dei suoi primi approcci con l’editoria: una scrittura che a quanto pare non era stata considerata consona alla rivista, mentre anni dopo, probabilmente con stile immutato, il presunto difetto è diventato un pregio. E così oggi abbiamo potuto leggere la biografia professionale dell’ex commissario Michele Giuttari proprio come si legge un romanzo. C’è da dire che le vicissitudini raccontate in “Confesso che ho indagato” sono di per sé romanzesche e di conseguenza l’autore ha avuto gioco facile a proporci un libro che, con stile asciutto, tipico del noir, sfugge allo schema della semplice biografia o addirittura della saggistica.

Il racconto di oltre trent’anni di carriera nella polizia di Stato (per la precisione “trentadue anni in polizia, più otto mesi e quindici giorni vissuti intensamente solo ed esclusivamente nel settore investigativo, caso più unico che raro” – pp. 10) comincia nel 1978 in Sardegna, “tra disamistadee sequestri”, per poi proseguire nella Calabria degli anni ‘80, dove Giuttari, ancora alle prese con clamorosi casi di sequestro (vedi, tra i tanti, il caso De Feo e il rapimento Casella), ha potuto perfezionare le sue capacità investigative operando immerso in un clima di omertà e minacce, oltretutto con la presenza di una ’ndrangheta che diventava di giorno in giorno la mafia italiana più ricca e pericolosa. Dopo la parentesi a Cosenza, in sostituzione del compianto Nicola Calipari, Giuttari ricorda il suo passaggio alla Dia, distaccamento di Firenze: è il 1993, con la probabile trattativa stato-mafia in corso, e proprio il 27 maggio di quell’anno i corleonesi verseranno sangue innocente in via dei Georgofili. In questo contesto, tragico e ancora oscuro, collaborerà con l’ottimo Gabriele Chelazzi, magistrato integerrimo e, come sempre accade, lasciato fin troppo solo. Poco dopo l’inizio di una vicenda di cui Giuttari ancora porta i segni e indissolubili rancori: l’incarico al Gides (Gruppo investigativo delitti seriali) e quindi il compito di investigare su Pacciani e su quello che veniva chiamato il “Mostro di Firenze”.

Molto di quanto l’autore racconta nel libro l’avevamo già letto in “Compagni di sangue” (scritto insieme a Carlo Lucarelli e pubblicato per la prima volta nel 1998), ma ancora una volta si rimane sconcertati dall’approssimazione delle indagini condotte prima dell’arrivo di Giuttari a Firenze. Come si rimane sconcertati dall’ostinazione dei media e dei complottisti nel sostenere la tesi del serial killer solitario e della cosiddetta “pista sarda”. Tutte ipotesi che tutt’ora godono di buona stampa e che il commissario, forte del sostegno di Pierluigi Vigna, respingerà sempre con forza; mentre invece, grazie ad una riconsiderazione delle prove e di indizi fino ad ora trascurati, sulla scena del crimine appariva sempre più probabile non soltanto la presenza di una manovalanza criminale, identificabile con un gruppo di assassini seriali, violenti e sessualmente disturbati, ma anche l’esistenza di un secondo livello, quello del mandante o dei mandanti. Fu infatti Giuttari a riproporre la tesi –  peraltro già avanzata a seguito di perizie medico legali –  che Pacciani non poteva aver fatto tutto da solo e a sospettare che anche “i compagni di merende”, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, altro non fossero che burattini, assoldati per ottenere i macabri feticci, manovrati da una regia oscura che aveva molto a che fare con esoterismo, sette e satanismo. In merito le ingenti somme possedute da Pacciani e Vanni – un contadino e un ex postino – mai giustificate, parecchi sospetti li procurarono, anche se pochi lo ricordano: “Scopriamo infatti che Pacciani è proprietario di due case […] Le ha acquistate entrambe con denaro contante […] Non solo, nel mese di dicembre 1982 aveva acquistato una Ford Fiesta 9000 pagandola sempre in contanti 6 milioni di lire. Troppi Beni! Troppo contante! E guarda caso negli anni dei delitti […] Mi torna in mente la dichiarazione di Lotti secondo cui un dottore pagava Pacciani per ottenere i feticci delle povere vittime” (pp. 266). Il “dottore”, come sappiamo dalle indagini fu individuato nel medico perugino Narducci, apparentemente morto suicida, la cui vicenda viene ricordata per lo scambio dei cadaveri e per un contesto particolarmente inquietante: “Massimo Spagnoli, fratello del suocero di Narducci, dichiara di aver insistito inutilmente in quei giorni con il fratello perchè fosse eseguita l’autopsia. Poi aveva appreso che c’era stato un inguacchio massonico. La moglie gli aveva infatti spiegato che Ugo Narducci, padre del defunto, si era rivolto ad Augusto De Megni, che a sua volta aveva interpellato il questore Trio, anche lui massone, che si era dato da fare per chiudere in fretta gli accertamenti senza che fosse effettuata l’autopsia e per far considerare la morte accidentale o come suicidio. All’epoca si era molto parlato del fatto che Ugo Narducci non aveva voluto l’autopsia per coprire il coinvolgimento del figlio in una storia terribile avvenuta a Firenze dove si diceva fosse stato scoperto in un appartamento tenuto in locazione da Francesco un repertorio di boccette con resti di cadavere. Poi tutto questo fu collegato ai delitti del cosiddetto Mostro di Firenze” (pp. 311). Anche le dichiarazioni sibilline dell’ avvocato Fioravanti, ex legale di Pacciani tutt’ora trincerato dietro il segreto professionale, non risultano rassicuranti: “Oggi sono sicuro, rivedendo tutto in maniera retrospettiva, che le indagini sulla morte del Narducci furono bloccate dall’alto sia a Firenze sia a Perugia, a Firenze forse anche per un intervento esterno” (pp. 314).

Del resto la fine di Pacciani, ufficialmente morto per cause naturali, non aveva affatto convinto il commissario. Troppi elementi non tornavano. Il quadro, almeno come descritto da Giuttari, poi si fa ancora più fosco con i depistaggi mediatici e con la scoperta di un’intercettazione tra il procuratore capo Ubaldo Nannucci e il giornalista Mario Spezi, nemico giurato di Giuttari e in prima linea a perorare la pista sarda. Ed è proprio con Nannucci, nuovo procuratore di Firenze, intenzionato a derubricare l’ipotesi dei mandanti come “illazioni”, che Giuttari passerà dei guai giudiziari; dai quali peraltro è uscito indenne soltanto recentemente. Tutta l’odissea giudiziaria nasce dalla collaborazione col pm di Perugia Mignini, intenzionato invece ad investigare sui mandanti e sui misteri della morte di Narducci; ed inoltre con la rivelazione di un colloquio tra lo stesso Giuttari e il pm Canessa riguardo il blocco delle indagini ad opera di Nannucci: “Canessa condivide in pieno il mio stato d’animo e mi spiega che, secondo lui, il vero motivo della decisione di Nannucci è un altro: tra i personaggi posti all’attenzione delle indagini ci sarebbero conoscenze del procuratore […] Queste le parole di Canessa: «Un’altra cosa che è sempre brutta…sia pure dopo aver scritto questo, mi dice: quella era compagnia di scuola… quell’altro ci ha fatto il liceo …il fratello era in classe al liceo…capiscimi» [… ] Canessa conclude: «Hai capito! Un uomo libero non ti delude! Questo non è libero! »..” (pp. 336). Da qui in avanti le denunce, i processi e l’incredibile sequestro di atti che facevano ancora parte di un’indagine in corso. Il racconto di Giuttari, soprattutto da questo momento, denuncia molta amarezza e un profondo rancore nei confronti di uomini di Stato che, secondo lui, non si sono affatto comportati come tali: personaggi che hanno preferito accontentarsi di mezze verità, tanto da evitare indagini scomode che potevano investire indiziati facoltosi e intoccabili. Giuttari ammette che lo sconforto per le sue vicissitudini è stato ancora  più profondo pensando ai quei funzionari di polizia accusati di reati gravissimi per la mattanza del G8 genovese e che invece l’hanno sostanzialmente fatta franca. Ma gli anni passano, i reati vanno in prescrizione e, una volta assolto con formula dubitativa il farmacista Calamandrei, scomparsi personaggi chiave come Salvatore Indovino, è probabile che le tante morti legate ai “compagni di merende” o ai loro burattinai rimarranno per sempre senza colpevole. Un epilogo di cui sembra rendersi conto lo stesso Giuttari che pure è sempre stato un funzionario consapevole delle sue doti professionali, rigoroso, ostinato fino all’autolesionismo. Di certo, anche se la via giudiziaria per inchiodare i mandanti degli omicidi seriali è ormai compromessa, Giuttari, come ha fatto con questo libro, di sicuro non smetterà di raccontare cosa è accaduto: ovvero quando “la giustizia ha voltato le spalle alla giustizia”.

Edizione esaminata e brevi note

Michele Giuttari, (1950) ha ricoperto incarichi alle Squadre Mobili di Reggio Calabria e Cosenza e alla Direzione Investigativa Antimafia di Napoli e Firenze. Come capo della Squadra Mobile di Firenze, ha diretto le indagini sul Mostro. Tra i suoi libri ricordiamo: Scarabeo (2004), Il mostro. Anatomia di un’indagine (2006), Le rose nere di Firenze (2010), I sogni cattivi di Firenze (2012) e Il cuore oscuro di Firenze (2013).

Michele Giuttari, “Confesso che ho indagato”, Rizzoli (collana Narrativa italiana), Milano 2015, pag. 368.

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2015