Gomiti Sergio

L’ Isolotto. Una comunità tra Vangelo e diritto canonico

Pubblicato il: 18 ottobre 2015

Sono passati oltre quarant’anni dal processo a carico dei rappresentanti della comunità dell’Isolotto, ma probabilmente il tempo trascorso non ha ancora permesso una valutazione serena dell’esperienza pastorale di Don Mazzi e c’è da pensare che rimangano tuttora intatti molti dei pregiudizi che hanno colpito la comunità nella controversia con la Curia di Firenze. Proprio per questa ragione, in qualche modo per permettere che i pregiudizi lascino il passo ai giudizi, Sergio Gomiti, uno dei preti protagonisti della vicenda, ha inteso proporci una cronistoria di quanto accadde tra il 1957 e il 1999, in particolare attraverso i materiali presenti nell’archivio della Comunità: documenti di pastorale, liturgia, catechesi, omelie, percorsi di vita, ciclostilati, lettere, fotografie, bobine audiovisive, trascrizioni dalle assemblee, articoli di quotidiani e riviste; e molto altro. L’intento è evidente: mediante una sorta di “autobiografia comunitaria” raccontare una realtà che, sempre a detta di Gomiti, per anni è stata volutamente fraintesa. È vero che l’esperimento dell’Isolotto, che per Don Mazzi e i suoi voleva dire la possibilità di attuare i principi della Chiesa postconciliare, si era accompagnato, ad esempio, al cosiddetto “manifesto dei quarantadue”, ma fu presto evidente che certe iniziative sarebbero state pesantemente ostacolate dalla Curia di Florit. Gomiti sostanzialmente ci vuol dire che la polemica scatenata contro i preti dell’Isolotto, con tutti i pretesti processuali e di carattere politico che ne scaturirono, è stata funzionale ad impedire che questa singolare esperienza collettiva potesse fare altri proseliti. A quel tempo le parole di Don Mazzi potevano davvero essere interpretate come sovversive, soprattutto se rileggiamo una lettera scritta dai sacerdoti dell’Isolotto: “Si è iniziato un dibattito sulla necessità che la teologia esca dal campo dell’astrazione e dell’indottrinamento ed entri nel vivo dei problemi concreti della società e della persona, offrendo il suo contributo non dall’alto, ma dal di dentro dell’esperienza umana” (pp.53). Erano anni di forte contrapposizione ideologica, di guerra fredda e certe iniziative che non intendevano supportare le politiche di governo, potevano facilmente essere interpretate come frutto malato del famigerato “cattocomunismo”. È anche vero, come più volte rilevato, che l’atteggiamento comunitario della gestione parrocchiale e delle funzioni religiose poteva aver creato del disagio nei fedeli “che erano stati abituati fin da piccoli ad una partecipazione della messa in silenzio” […] “quasi fosse loro impedito di parlare con Dio e di pregarlo personalmente” (pp.39). Un’interpretazione probabilmente equilibrata di quanto stava accadendo la diede mons. Baldassarri, Arcivescovo di Ravenna, che pure non era ostile a Don Mazzi e ai suoi: “Per me, lei lo sa, l’esperienza dell’Isolotto è valida; ha le sue frange non necessarie, un po’ anarcoidi ed ha l’inevitabile strumentalizzazione esterna […] L’esperienza quindi dell’Isolotto deve rimanere integra nella sua sostanza” (da una lettera 16.12.1968). La lettura della documentazione presente nel libro di Gomiti effettivamente potrà far pensare a qualche ingenuità, a un eccesso di quell’assemblearismo inconcludente che ha caratterizzato gli anni settanta, ma niente di così “eretico” che giustificasse l’ostilità di Florit; tanto che, fatto il danno, lo stesso cardinale fu poi trasferito da Firenze a Venezia. Gomiti, in argomento, è molto esplicito: “All’Isolotto non si è trattato di eresia ma solamente di un atteggiamento pastorale nella conduzione della parrocchia che il card. Florit, che non fu certo un paladino del Concilio Vaticano II, non era in grado di condividere” (pp.219). In altri termini, per usare le parole di Enzo Mazzi al processo del 1971: “Il contrasto non era fra me e Florit, ma fra il popolo e la gerarchia” (pp.298). Un contrasto quindi che nasce da lontano: in una Comunità che si voleva edificata su un fondamento di fraternità, accoglienza reciproca, partecipazione di tutti per tutti, il riferimento a dogmi o a teoremi dottrinali era ridotto ai minimi termini, si voleva superare lo steccato tra credenti e non credenti, si diceva che la nuova famiglia dei sacerdoti sarebbe stata “la gente”; ed oltretutto Don Mazzi e i sacerdoti vicini alla Comunità, pensando così di far venire meno una sorta di “do ut des”, fin da allora rifiutavano le “tariffe” sia per la messa che per tutti gli altri sacramenti, con offerte raccolte solo la domenica. Tutto questo in un quartiere periferico, che era stato costruito nel 1954 privo dei più elementari servizi, di negozi, di scuole, di strade, e che accoglieva molti sfollati, toscani provenienti dalla provincia (Casentino, Valdarno, Mugello), profughi istriani e cittadini del Sud Italia. Un contesto nel quale evidentemente fu poi facile strumentalizzare le iniziative di Don Mazzi, per lo più demonizzandole. Da qui le tensioni con una Curia conservatrice e probabilmente animata da spirito preconciliare, le incursioni di provocatori politici (si veda la vicenda che vide protagonista il dott. Alfonso Ughi), i momenti di tensione che sfociarono nel pretesto di una denuncia a carico di Don Mazzi e dei suoi collaboratori.

Gran parte del libro di Gomiti – ripetiamolo – va interpretato come un’approfondita raccolta di documenti originali presenti nell’Archivio della Comunità dell’Isolotto (riconosciuto nel 2004 “di particolare interesse storico” dal Ministero per i beni e le Attività Culturali); e, difatti, molte pagine sono dedicate al processo, iniziato il 3 maggio 1971, per “turpiloquio” e per “istigazione a delinquere e turbativa di funzione religiosa” a carico di otto persone (tre persone della Comunità, due sacerdoti fiorentini, un sacerdote di Milano, uno di Torino e uno di Verona solidali con la Comunità). Il processo vide alla sbarra anche altri 410 imputati (“reato di turbamento di funzioni religiose del culto cattolico”), poi tutti assolti, ma fu molto indicativo per come vide la luce (qui tornano protagoniste le manovre della Curia e le iniziative del già citato dott. Ughi) e per come fu condotto. Pensiamo, ad esempio, alle carte processuali in cui si legge del giudice istruttore presso il Tribunale civile e penale di Firenze “contro Scemi Pierina e altri imputati”. Come disse il Prof. Mantovani del collegio della difesa: “Che tutto il processo porti l’etichetta ‘Scemi ed altri’, sia dovuta ad un cancelliere, sia dovuto a chissà chi, è un altro fatto traumatizzante, perché almeno la dignità doveva essere rispettata. Almeno questo” (pp.307). Molte difatti sono le pagine che riportano gli interrogatori, le parole pronunciate durante le udienze, in particolare le arringhe degli illustri difensori (tra i tanti ricordiamo, oltre al già citato Mantovani, Alessandro Traversi, Pasquale Filastò e Paolo Barile). Altrettanto significative le parole di Lelio Basso, altro illustre avvocato del collegio di difesa, ricordato anche in virtù della sua solida cultura nel campo teologico: “Il ruolo dell’autorità è di preservare la coesione del gruppo, non di cercare a disperderlo, a frantumarlo. E prima del Concilio, per motivi storici, l’autorità aveva preso nella Chiesa il ruolo centrale. Nella Costituzione Lumen Gentium essa è chiaramente subordinata al gruppo” (pp.314). Parole che riecheggiano quanto detto dal gesuita padre Luis Alonso Schoekel, professore al Pontificio Istituto Biblico, nel 1967 durante il corso di aggiornamento per il clero: “La Chiesa è sempre santa e sempre peccatrice […] Chi può negare che abbiamo fatto una Chiesa dove chi conta è l’autorità, mentre il popolo non conta niente?” (pp.42). Negli anni che seguirono il processo e relativa assoluzione degli imputati molte cose sono cambiate, sono stati più distesi i rapporti col card. Piovanelli, amico personale di Don Mazzi, anche se non mancarono equivoci, forse atteggiamenti fin troppo prudenti e non sempre chiari (almeno così lamenta Sergio Gomiti), ma è un dato di fatto che l’eco delle polemiche scaturite a cavallo degli anni sessanta- settanta ancora si fa sentire. E, come leggiamo nella prefazione a cura della “Comunità dell’Isolotto”, anche a distanza di tanti anni è perfettamente comprensibile la conseguente urgenza “di affermare la realtà dei fatti”.

Edizione esaminata e brevi note

Sergio Gomiti, è stato vicario cooperatore alla parrocchia dell’Isolotto (Firenze) con don Enzo Mazzi dal 1957 al 1965 ed è poi divenuto parroco della parrocchia della Pentecoste alla Casella a Ponte a Greve dal ’65 al ’68, coltivando in entrambi i luoghi gli orizzonti del Concilio Vaticano II. Dopo la rimozione da parroco di don Mazzi (’68) si è dimesso da parroco per solidarietà con don Mazzi e da allora vive l’esperienza della Comunità dell’Isolotto e delle Comunità di base italiane. Ha lavorato per molti anni alla Biblioteca Nazionale di Firenze e ha curato fin dagli inizi la realizzazione dell’Archivio storico della Comunità dell’Isolotto, riconosciuto nel maggio 2004 di “particolare interesse storico” dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Sergio Gomiti, “L’ Isolotto. Una comunità tra Vangelo e diritto canonico”, Il Pozzo di Giacobbe (collana Oi Christianoi), Trapani 2015, pp. 328. Prefazione a cura della Comunità dell’Isolotto.

Il sito della Comunità dell’Isolotto.

Luca Menichetti, Lankelot, ottobre 2015