Kang Hyok

Paradiso n. 3

Pubblicato il: 28 dicembre 2014

Ci rendiamo conto che la parola “leggere” e l’On. Antonio Razzi probabilmente non viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, ma sarebbe interessante conoscere la sua opinione riguardo “Paradiso n. 3”. E’ noto che il nostro forzista più ruspante ha grande considerazione del regime nordcoreano di Kim Jong-un, come se da quelle parti ci fosse una sorta di Svizzera in terra asiatica. Una storia molto diversa, molto poco svizzera, coerente semmai con quanto affermato dalle Organizzazioni internazionali per i diritti umani e da testimoni oculari forse più lucidi dell’On. Razzi, la leggiamo in “Paradiso n. 3 “, racconto autobiografico del giovane Hyok Kang e quadro di terrificante vita quotidiana, quella che si svolgeva nel villaggio di Unsong, quando Kim-il-Sung era “Il Cervello Perfetto”, “Il Sole”. Altra storia rispetto Pyongyang, la capitale dove “vivevano tutti i privilegiati di Stato e gli appartenenti alle categorie sociali più elevate” (pag.117): un comunismo che crea discriminazioni tra classi, con tanto di dinastia regnante e di culto della personalità nei confronti del “Caro Leader”, appare quanto meno singolare. Ma – ripetiamolo – per quanto raccontato da Hyok Kang, con la collaborazione del giornalista francese Philippe Grangereau, gli aggettivi adatti alla Corea del Nord sono altri, tipo terrificante oppure grottesco. Un  racconto che va giudicato per il suo valore di testimonianza, unica nel suo genere, e non tanto per il suo valore letterario, certo non memorabile, pur avendo apprezzato la schiettezza delle parole di Kang nel confessare i suoi tanti errori. Ingenuità peraltro del tutto inevitabili in una Corea del Nord rurale dove si viveva incastrati in un micidiale ingranaggio di propaganda, corruzione e mistificazione: ovvero quando la realtà di una follia collettiva supera di gran lunga le più cupe profezie orwelliane. Difficile anche soltanto sintetizzare i contenuti di “Paradiso n. 3”: non c’è pagina che lasci scampo al lettore, ognuna col suo carico da novanta di situazioni grottesche e di maniacale repressione. Conviene lasciare la parola allo stesso Hyok Kang e a quello che aveva vissuto da bambino. Ad esempio riguardo la libertà di circolazione nel suo strano “paradiso”: “Tanti non avevano in tasca neppure il permesso di viaggio, che in Corea del Nord è indispensabile per uscire fuori dal distretto di residenza. E’ molto difficile ottenere il permesso, a meno che non si sganci una bustarella all’addetto dell’ufficio apposito” (pag. 23). Per non parlare del sistema giudiziario ed educativo, al netto dei famigerati campi di lavoro (differenziati tra “campi di controllo”, “campi di rieducazione”, “campi della frontiera cino-coreana” secondo quanto riportato in appendice dal rapporto del Comitato ONU per i diritti umani nella Corea del Nord-ottobre 2003): “E’ stato nel recinto della fabbrica di mattoni che ho visto la prima esecuzione della mia vita, avevo nove anni. Il tipo era stato condannato a morte perché aveva rubato del filo di rame dai tralicci elettrici, per poi rivenderlo in Cina […] Quando si annunciava un’esecuzione, tutti si precipitavano […] Quando si toglieva il drappo, l’esecuzione poteva cominciare. Questa è concepita come una rappresentazione in tre atti […] Dopo essere stato legato nel sacco, il corpo era gettato nel cassone di un camion o di un carro; poi era abbandonato da qualche parte in montagna, senza essere inumato, per farlo divorare dai cani” (pag. 25). Anche il sistema scolastico lasciava alquanto a desiderare, prostrati di fronte alle immagini del “Caro Leader”, con gli scolari intenti a imparare il più profondo disprezzo nei confronti degli imperialisti “dal naso lungo”: “Due materie, su cui sgobbavamo ogni giorno erano veramente fondamentali: Epoca dell’Infanzia (I) ed Epoca dell’Infanzia (II). Il primo corso verteva sull’infanzia di Kim Il-Sung e il secondo su quello di suo figlio Kim Jong-Il. Ci facevano imparare a memoria tutti i dettagli della vita di quei due grandi uomini” (pag. 64). Un grottesco che imperversava ovunque: “Eravamo molto vicini alla frontiera cinese, era possibile captare i canali di Pechino. Era ultraproibito, ma noi lo facevano lo stesso, la notte, con le tende chiuse […] Una delle cose più sorprendenti per noi era vedere gli attori che si baciavano sulla bocca. Non c’era niente di tutto questo nei nostri film di cameratismo rivoluzionario! Da noi le scene più calde non andavano al di là di un abbraccio, qualche volta con l’aggiunta di una pacca sulla spalla che il lavoratore modello dava all’operaia meritevole” (pag. 64).

Il bigottismo di Stato appare però un peccato veniale rispetto il clima di reciproco sospetto costruito dal regime grazie ad un pervasivo sistema di delazione e di spionaggio, presente fin dalla scuola primaria: “Per sganciare buoni voti, il professore ci consigliava di denunciare almeno due o tre compagni. Quindi, ogni lunedì mattina, si svolgeva lo stesso rituale: ogni alunno doveva leggere in classe, a voce alta, la sua scheda dell’integrità della vita quotidiana. Gli scolari presi di mira dalla denunce dovevano alzarsi, chinare il capo, con il mento infossato nel petto, e ammettere le loro colpe, perché non si usa respingere le accuse per le quali si è incriminati” (pag. 80). Tra l’altro soltanto disegnare il volto del “Caro Leader”, oppure non cantare le canzoncine di propaganda, risultava pericolosissimo, col rischio di venire internati in un campo di lavoro, portandosi dietro tutta la famiglia, oppure di venire giustiziati. Anche il doposcuola lavorativo non viene descritto come il massimo della goduria: “Durante le vacanze invernali c’era anche da recuperare una quota di merda. Bisognava tirarsi dietro fino a scuola sei carrette piene di materia fecale, da prendere nelle latrine pubbliche o provate. Ma attenzione, non ci si poteva accontentare di un qualsiasi tipo di escrementi! Ci volevano escrementi umani, perché solo questi potevano essere definiti concime, secondo i nostri professori” (pag. 75). La vita scorre via così, tra la mitizzazione forzata dell’onnipresente Kim-il-Sung, divinità socialista fatta persona, i principi della Juche, l’ordinaria corruzione e una miseria alla quale sfuggivano di diritto i pasciuti funzionari di partito; fino alla devastante carestia del 1993-1998, responsabile di almeno tre milioni di morti secondo diverse ONG. Da questo momento il racconto di Hyok Kang si fa ancora più crudo, tra quanto subìto dal padre (già fuggitivo in Cina) nei campi di rieducazione, alle prese con sevizie e lerciume, corruzione crescente, la disperata ricerca di cibo, il ridursi a mangiare corvi, topi, cortecce di albero bollite, bambini che cercano per terra chicchi di riso, una classe dimezzata a causa delle morti per fame, episodi di cannibalismo; mentre intanto gli aiuti internazionali venivano imboscati dai sempre pasciuti funzionari di partito.

A quel punto nell’indottrinato Hyok Kang comincia sorgere qualche dubbio sulla bontà di quel paradiso in terra, forse anche ascoltando i racconti del padre, di origine giapponese e con conoscenze in Cina. Ormai allo stremo la famiglia di Kang decide la fuga e, dopo mesi vissuti col terrore di essere arrestati e rispediti in paradiso, vivendo tra Manciuria, Vietnam, Laos e Cambogia, grazie a tante mazzette dispensate a destra e a manca, finalmente l’arrivo in Corea del Sud, sempre descritta dal regime di Kim-il-Sung come l’inferno. Chiaramente niente di tutto questo, niente di infernale, semmai uno stato moderno, con molte contraddizioni, dove Hyok Kang scopre libri di storia completamente diversi rispetto quelli sui quali aveva studiato, inventati di sana pianta per fare di Kim-il-Sung un supereroe invincibile; ma soprattutto un paese in cui il nostro giovanissimo rifugiato non ha avuto vita facile, sentendosi discriminato per la sua origine nordista: “come non sentirmi umiliato in questa Corea del Sud moderna e influente, che ci ha senza dubbio accolti, ma che ci guarda come esseri inferiori? Qualsiasi cosa io abbia vissuto in precedenza, quali siano stati i pericoli, l’accecamento, l’imbestialimento, il terrore permanente, la fame, la malattia, le persecuzioni, questi pezzi di vita mi appartengono e resteranno sempre impressi in me” (pag. 196).  Antonio Razzi – l’abbiamo anticipato – la pensa diversamente. Così nel 2014 sul suo paese d’elezione: “Io lo ripeto sempre: non sentite le cazzate che dicono, andate e vedere e poi parlate”. Effettivamente dovremmo inviarlo non come onorevole italiano ospite di Kim Jong-un (“Mi è sembrato un ragazzo molto semplice e molto alla mano”), ma, anche se a carestia finita, da semplice coreano in quel di Unsong. Poi ne riparliamo.

Edizione esaminata e brevi note

Hyok Kang,è nato a Unsong, in Corea del Nord. All’età di dodici anni è scappato con i suoi genitori in Cina, attraversando le acque gelate del fiume Tumen. Ha vissuto in Manciuria, nascondendosi dalla polizia impegnata in una caccia senza quartiere ai clandestini nordcoreani. Dopo una lunga e pericolosa fuga attraverso il Vietnam, il Laos, la Cambogia e la Thailandia, ha raggiunto la Corea del Sud. Paradiso n° 3 è stato pubblicato in USA, Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Giappone, Canada e Australia.

Hyok Kang,“ Paradiso N. 3”, Piemme (collana Piemme voci), Casale Monferrato 2014, pag. 210. Traduzione di Maria Teresa Crisci. Introduzione di Philippe Grangereau.

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2014