Machado Ana Maria

Infamia

Pubblicato il: 22 maggio 2014

“Frammenti. Almeno, era quello che sembrava. E se così non fosse? La grafia non era nitida. Spazi, linee discontinue, caratteri poco chiari. Senza punteggiatura né accenti […] Riconosceva la grafia inclinata della figlia sull’etichetta che identificava la cartellina. Una forma concreta per confermare la sopravvivenza lì. Accanto a lui. Indizio fisico della sua presenza” (pag. 9). Così inizia “Infamia” di Ana Maria Machado: frasi frammentate che lasciano però subito spazio ad uno stile molto più articolato e dove le riflessioni in terza persona dei protagonisti rivestono un ruolo fondamentale. La scena si apre in una Rio de Janeiro dei giorni nostri con quella cartellina verde in mano a Manuel Serafim Soares de Vilhena, anziano ambasciatore in pensione che sta trascorrendo giornate monotone nell’attesa di un’operazione di cataratta: adesso quelle carte appartenute probabilmente alla figlia Cecília, morta anni prima in circostanze mai del tutto chiarite, mettono in crisi alcune apparenti certezze e aprono inquietanti interrogativi; non ultimo come comportarsi con i familiari. Interrogativi ed anche possibili calunnie difficili da gestire, mentre sempre con l’infamia avrà presto a che fare anche il padre di Jorge, fisioterapista al servizio di Manuel Serafim: Custódio, modesto impiegato ministeriale alle soglie della pensione, dopo la nomina di un nuovo direttore, si accorge di gravi anomalie nella gestione delle forniture del suo ufficio e, convinto di averci visto giusto proprio in virtù dell’ostilità dei colleghi, decide di denunciare la cosa ad un giornalista, sperando di mantenere l’anonimato. Da qui un’inchiesta, un servizio televisivo nel quale però viene riconosciuto e, a causa di voci senza fondamento, il sospetto di colleghi e amici che abbia partecipato lui stesso agli episodi di corruzione: il paradosso dell’onesto al quale vengono attribuite le colpe di chi ha denunciato. Due vicende che quindi scorrono parallele senza intrecciarsi veramente se non per la presenza di Jorge ed altri personaggi che vivono vicino a Manuel Serafim e Custódio e che diventano spettatori dei drammi legati alla calunnia. Rapporti familiari che si rovinano, una menzogna che ne produce un’altra in un crescendo senza fine, cattiverie fino ad allora represse che si scatenano, tradimenti inaspettati, certezze che vengono meno: tutti meccanismi che si riproducono, indipendentemente dalla classe sociale del calunniato (e difatti si confrontano a distanza il facoltoso Manuel Serafim e il modesto Custódio) e mostrano come difficilmente se ne possa uscire. Pur in presenza di qualche spiegazione plausibile nel caso della morte di Cecília e di una possibile via di uscita per Custódio, nel romanzo di Ana Maria Machado l’epilogo delle vicende ci appare non definitivo, in qualche modo aperto ed in fondo coerente con gli effetti imprevedibili, anche a distanza di tempo, di calunnie che ricordano, trasportate nel Brasile dei giorni nostri, l’aria di Don Basilio; senza però alcuno spirito comico.

L’intento di raccontare l’infamia quale oggetto di indagine quasi esclusivo del romanzo, da un lato ha permesso ad Ana Maria Machado di concentrare la propria abilità di narratrice sulle meschinità, i dubbi, i sospetti dei falsi amici e sull’introspezione e le inquietudini del calunniato e di coloro che ne subiscono gli effetti; dall’altro lato proprio questa esclusività e spirito quasi programmatico ha forse a volte appesantito la narrazione soprattutto con i dialoghi tendenti al filosofico tra Manuel Serafim e i suoi ospiti. Pregi e difetti di un romanzo dove trama, vicende quotidiane, considerazioni morali, il desiderio di tornare a dei valori universali, sono un tutt’uno, e dove l’approfondimento del tema dell’ingiustizia si conferma come uno degli elementi peculiari delle letterature latino americane. Lo spirito etico e non semplicemente kafkiano delle pagine di Ana Maria Machado lo cogliamo anche grazie ai racconti degli episodi biblici di Giuseppe e i suoi fratelli e di Daniele. Il tema della calunnia, pur così universalizzato, ci appare però strettamente legato alla realtà brasiliana: “la cosa più interessante sarebbe, alla fine del lavoro, riuscire a verificare se esiste un modello brasiliano per le falsità. E in caso positivo quale potrebbe essere” (pag. 103). E difatti non mancano espliciti riferimenti storici con quanto accaduto a Artur Bernardes ed anni dopo con le invenzioni dei golpisti. Quel tanto da rendere meno probabili e scontati paragoni con le macchine del fango prodotte nella nostra Italia, che non hanno nulla a che fare con un giornalismo d’inchiesta, minoritario ma pur sempre presente, onesto e giustamente aggressivo. Da notare infine come “Infamia” sia il primo libro di Ana Maria Machado tradotto e pubblicato in Italia. Al di là dei limiti rilevati del romanzo, meglio tardi che mai.

Edizione esaminata e brevi note

Ana Maria Machado, (Rio de Janeiro, 1941) scrittrice brasiliana. Presidente dell’Academia Brasileira de Letras, è autrice di numerosi romanzi e libri per l’infanzia; in 40 anni di carriera ha pubblicato più di 100 opere ed è stata tradotta in 18 Paesi, totalizzando più di 19 milioni di copie vendute nel mondo. Pittrice, professoressa e poi giornalista, ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il Prêmio Jabuti de Literatura nel 1978, l’Hans Christian Andersen nel 2000 per la letteratura infantile, il Machado de Assis nel 2001 e il Passo Fundo Zaffari & Bourbon de Literatura ad agosto 2013 con Infamia, primo libro della scrittrice a essere tradotto e pubblicato in Italia.

Ana Maria Machado, “Infamia”, Exòrma edizioni, Roma 2014, pag. 336. Traduzione di Giulia Manera

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2014