Pauwels Jacques R.

La grande guerra di classe

Pubblicato il: 3 dicembre 2017

La casa editrice Zambon – possiamo leggerlo nel suo sito web – si è presentata contestando “la logica perversa dettata dalle cosiddette ricerche di mercato” ed inoltre “la sistematica disinformazione e dell’altrettanto sistematico indottrinamento reazionario” dei lettori italiani. Questo ha voluto dire un catalogo incentrato su opere di Ludo Martens, Paolo Borgognone, Alan Hart, James Petras, Diego Siragusa, Enrico Vigna e molti altri che, da un lato, vengono considerati paladini della cosiddetta controinformazione; e dall’altro – il lato decisamente meno “antagonista” – vengono accusati di produrre proprio quella disinformazione che invece dicono di combattere. Ora, non vogliamo entrare nel merito di discussioni su sionismo, complottismo o quant’altro. Non c’è comunque da meravigliarsi se, con un catalogo del genere, la Zambon sia diventata una casa editrice molto gradita a lettori con idee radicali, ed invece guardata con grande sospetto da tutti gli altri. Detto questo, giusto per sgombrare il campo da equivoci, dobbiamo aggiungere che, secondo noi, il libro di Jacques R. Pauwels, “La grande guerra di classe” potrà essere apprezzato – almeno in gran parte – sia dagli aficionados, sia da coloro che, fino ad ora, si sono ben guardati dal tenere tra le mani un’opera pubblicata dalla Zambon.

La “Grande guerra” del titolo è infatti la Prima guerra Mondiale che lo storico belga osserva da una prospettiva tutt’altro che inedita ma con coerenza, estesamente – parliamo di oltre cinquecento pagine –  e con un linguaggio accessibile, sostanzialmente divulgativo. Della guerra 1914 – 1918 (e forse 1914-1945 e oltre) vengono presi in considerazione non soltanto i combattimenti tra la Triplice intesa e gli Imperi centrali  ma anche e soprattutto una genesi del conflitto maturata da diversi anni: nessuna casualità, semmai, secondo l’interpretazione di R. Pauwels, una sostanziale lotta di classe che ha posto le premesse di uno spaventoso massacro. Nessuna reale lotta tra democrazia e autocrazia, tra modernità e feudalesimo. Al netto della propaganda le cosiddette élite europee, nobiltà, proprietari terrieri, alta borghesia, si stavano preparando da tempo e per dei fini tutt’altro che dignitosi: “solo una guerra poteva mettere la parola fine in modo definitivo ai rischi della democratizzazione e soprattutto al pericolo di una rivoluzione” (pp.14); per non parlare del fatto che dalle conquiste territoriali “nobiltà e anche la  borghesia industriale e finanziaria si attendevano grandi vantaggi” (pp.15). Va detto che l’autore parte da molto lontano, in particolare dalle rivoluzioni del 1789, 1830 e 1848, compresa una lettura del romanticismo tutt’altro che positiva. Radici lontane che comunque portano ad un esito a dir poco letale proprio perché, secondo Pauwels, di fatto “la Grande Guerra fu una sorta di progetto contro-rivoluzionario e anti-socialista” (pp.62). Concetto ripetuto più volte: “La guerra accolta a braccia aperte era naturalmente una guerra tra stati, una guerra verticale, ma c’era contemporaneamente una guerra orizzontale, vale a dire una guerra tra le classi all’interno dello stesso paese belligerante” (pp.157). Da questo punto di vista le pagine di Pauwels rappresentano un campionario di innumerevoli umiliazioni, soprusi e violenze inflitte ai soldati semplici, autentica carne da macello, dagli ufficiali, per lo più appartenenti alle cosiddette classi dominanti. Un’interpretazione della Grande Guerra come guerra di classe che si è chiaramente nutrita con analisi di storici di area marxista – molto citato il nostro Losurdo – ; ma nell’opera vengono menzionati anche autori “conservatori” come Niall Ferguson che pure hanno dovuto dare conto di alcune verità spiacevoli. Ad esempio il fatto che “il paese [ndr: la Gran Bretagna] entrato in guerra per difendere la libertà, stava perdendo le proprie libertà”, fino ad ammettere – parole di Ferguson – che uno dei principali obiettivi del governo fu “la repressione di ogni forma di dissenso rispetto all’opinione ufficiale dello stato” (pp.189). Niente a che vedere con altri storici che sembrano aver interpretato gli avvenimenti post bellici in senso totalmente contrario a Pauwles, non contemplando la cosiddetta guerra di classe ma valorizzando semmai  la reazione al nascente bolscevismo: “Il fenomeno del fascismo, pertanto, non è nato come reazione alla Rivoluzione russa, come pretendono Nolte ed altri storici, ma, in realtà nel contesto della Prima guerra mondiale” (pp.322).

Secondo lo storico belga il ruolo delle élite è stato infatti essenziale anche riguardo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, dando così una lettura decisamente più realistica delle decisioni del tempo: mentre nei licei, e non solo, ancora si fa riferimento all’affondamento del Lusitania – evidente pretesto per concretizzare quanto deciso precedentemente -, più credibili, tanto più a fronte di una opinione pubblica americana manipolabile, disinteressata e in gran parte simpatizzante per gli antenati tedeschi, risultano motivazioni di tipo economico-finanziario: “nel 1917, anche questa élite [ndr: americana], al pari di quelle europee nel 1914, pensava di potersi aspettare vantaggi considerevoli da una guerra contro la Germania e credeva allo stesso tempo di poter scongiurare in questo modo anche un grande problema che la minacciava” (pp.429). Ovvero, secondo quanto affermato dai critici radicali di Wilson, anche “assicurare che i massicci crediti di guerra americani a Gran Bretagna e Francia sarebbero stati rimborsati” (pp.434). Opera, come dicevamo, che, secondo noi, affronta l’argomento lotta di classe con coerenza e con uno stile poco accademico: frequentemente sono riportati brani poetici di autori pacifisti, canzoni del tempo contro la guerra, memorie di soldati che non riuscivano più a sostenere le umiliazioni loro inflitte dagli ufficiali; e molti altri documenti che testimoniano la disillusione di coloro che furono mandati al fronte con la promessa di una facile vittoria, la macelleria in corso, l’odio profondo per i superiori e la contestuale voglia di fraternizzare tra i militari degli schieramenti avversi.

Certo è che il libro, trattando oltretutto di sentimenti estremamente diffusi tra i militi ma non generalizzati (correttamente  Pauwels dà anche conto delle motivatissime squadre d’assalto e del “socialismo di trincea”) presenta qualche imprecisione o brano che meriterebbe approfondimenti. Ad esempio leggiamo della guerra tra “Gran Bretagna e Russia del 1878” (pp.44), conflitto in cui fu evidente il ruolo dell’impero zarista ma che noi conosciamo in realtà come seconda guerra anglo-afghana. Oppure la figura del generale Robert Nivelle, promosso  comandante dell’esercito francese al posto di Joffre: l’ufficiale viene presentato – probabilmente facendo riferimento ad una fonte di data anteriore al 1916 – come un uomo di aspetto “elegante, alto,” nonché “giovane”; mentre al tempo il generale, nato nel 1857, aveva quasi sessant’anni. Lacune che non ci sembrano condizionare la qualità dell’opera, almeno fino alla parte terza, le ultime quaranta pagine. R. Pauwels ha infatti voluto proseguire con lo stesso schema analitico usato per raccontare le premesse e lo svolgimento della Prima guerra mondiale. In questo modo sia la seconda Guerra Mondiale, sia la Guerra fredda sono state ancora una volta lette secondo il modello della lotta di classe, magari così gratificando i più affezionati lettori della casa editrice, meno gli altri. Sostanzialmente le conquiste sociali del secondo dopoguerra sono state interpretate come rimedio per evitare la diffusione di idee comuniste e di nuovi tentativi rivoluzionari, al modello sovietico sono riservate poche parole dal sapore assolutorio del tipo “non fu esente da errori”; e d’altra parte l’autore si scaglia contro i crimini occidentali perpetrati durante gli anni della guerra fredda e contro noti intellettuali e politici che hanno perorato la causa occidentale. Insomma, un epilogo che, secondo noi, fa di  R. Pauwels un polemista antioccidentale arrabbiato piuttosto che lo storico, seppur schierato, che avevamo letto in precedenza. Va anche detto che niente è scontato in questa breve terza parte del libro. Leggiamo ad esempio che “Eltsin e in seguito Putin, hanno riaggiustato l’orologio all’epoca precedente il 1917 […] il paese è una grande potenza ma è governata in modo autocratico e la democrazia è fuori gioco” (pp.526). Da questo punto di vista Pauwels si dimostra molto più ortodosso rispetto altri antagonisti contemporanei e, tra l’altro, presenti anche nel catalogo Zambon: pensiamo ad esempio a Borgognone che è spesso citato come intellettuale filo-putiniano.

Ci sembra comunque che la tesi centrale proposta dallo storico belga sia stata supportata da solidi elementi, anche documentali, al di là del credo politico dell’autore e da analisi estremamente discutibili, soprattutto quelle che investono il periodo della guerra fredda. In sostanza le élite che, da una parte e dall’altra, avevano voluto la guerra anche come antidoto alla rivoluzione e ad una maggiore democratizzazione, che avevano manipolato i loro sudditi, non hanno vinto su tutta la linea: gli effetti del conflitto, almeno per la nobiltà e per la classe dirigente legata ad un’idea di società feudale  (non per quella parte della borghesia industriale che si è invece arricchita), si sono rivelati a dir poco controproducenti. La realtà della guerra, non più condotta con la cavalleria e con strumenti medievali, ma con la più letale e moderna tecnologia, ha provocato disillusione prima, poi rabbia e quindi ha contributo a partorire quella rivoluzione, almeno in Russia, che era tanto temuta. Al punto di voler sacrificare, senza porsi problemi morali, la vita di milioni di sudditi, ancora lontani dall’essere considerati cittadini.

Edizione esaminata e brevi note

Jacques R. Pauwels, nato in Belgio, vive in Canada dal 1969. Dopo avere ottenuto un PhD in Storia e Scienze Politiche, ha insegnato Storia dell’Europa nelle Università di Toronto, York e Waterloo. È autore di diverse opere sulla storia del XIX secolo, tra cui Il Mito della Guerra Buona sul ruolo degli Stati Uniti e dei paesi alleati nella Seconda Guerra Mondiale.

Jacques R. Pauwels, “La grande guerra di classe”, Zambon editore, Milano 2017, pp. 560. Traduzione di Silvio Calzavarini.

Luca Menichetti. Lankenauta, dicembre 2017