Mari Michele

Io venìa pien d’angoscia a rimirarti

Pubblicato il: 28 ottobre 2012

Ricordo che qualche anno fa, anche in letteratura, è comparso un fenomeno che poi avrebbe fatto molto discutere: il cosiddetto mush up, mediato dal linguaggio musicale, e che significa mixare il testo di un brano con la musica di un altro. Applicato alla letteratura ha voluto dire soprattutto prendere spunto da un testo letterario classico e inserirvi elementi tipici del genere horror e fantastico. E’ la prima cosa che ho pensato leggendo le prime pagine del romanzo di Michele Mari e alcuni autorevoli commenti in merito alla sua opera. Ricordando oltretutto che l’autore è riconosciuto come cultore di fantascienza e tutt’altro che alieno da tematiche horror. L’idea di un vero e proprio “mush up” si viene a ridimensionare di pagina in pagina, ma non per questo si direbbe una totale sciocchezza se facessimo del divertissement di Mari (pubblicato per la prima volta nel 1990) una sorta di precursore di un fenomeno letterario che ha però assunto da subito caratteri ben più commerciali e furbastri.

“Io venìa pien d’angoscia a rimirarti” non consente spoiler e comunque ben poche anticipazioni, pena venir meno il gioco letterario, e non solo, imbastito da Michele Mari. Possiamo svelare però che, scritto in un italiano arcaico (giochi linguistici che rendono l’opera del tutto peculiare), è costruito come un falso diario, opera del giovane Orazio Carlo, fratello minore di un certo Tardegardo (uno dei tanti suoi nomi e probabilmente non quello più conosciuto dai posteri). Questi, il fratello maggiore quattordicenne, è un autentico genio in erba, erudito impressionante,  che si massacra con uno studio “matto e disperatissimo”. Il padre, un bel soggetto di reazionario, si chiama Monaldo. La madre, manesca, inflessibile, è Adelaide. Di contorno troviamo la sorellina Paolina, detta Pilla, fattori, preti e cacciatori di lupi. Il giovane Orazio annota nel suo diario tutta la sua preoccupazione per la salute e l’equilibrio nervoso del suo coltissimo fratello maggiore, che negli ultimi tempi appare sempre più inquieto. Inquietudine che si amplifica quando vengono trovate alcune pecore sgozzate in un podere di Monaldo. La caccia al probabile lupo viene affidata a due personaggi di aspetto temibile, Scajaccia e Rado, mentre poco distante Tadegardo è tutto preso dallo studio sulla Luna e ad un saggio sugli errori popolari.

Orazio racconta alcuni episodi che lo turbano. Prima, complice la sorella minore, scoprono Tadegardo, sempre considerato di debole costituzione, che durante la notte si dedica con accanimento alla ginnastica nelle scuderie del palazzo. E poi ancora qualcosa di molto strano: i fratelli praticavano il gioco di scovare i ritratti degli antenati e poi paragonarli ad un animale. In quei giorni nei quali si parlava tanto di quel misterioso animale dedito a sgozzare le pecore, Orazio e Paolina, di fronte ad un imbarazzato Tadegardo, trovano il ritratto di un tal Sigismondo, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, e lo riconoscono subito come un “lupo”. Da qui si apre una storia parallela, sempre raccontata da Orazio, su questo misterioso antenato condannato a morte da un giudice fanatico e spietato persecutore di licantropi. Una memoria volutamente cancellata, ritrovata dal giovane Tadegardo e spiata da Orazio, consultando gli scritti del fratello maggiore, che fa pensare ad un albero genealogico che poteva aver a che fare proprio con i lupi. E intanto, mentre Tadegardo continua a studiare la Luna, Scajaccia e Rado che pure erano entrati nel palazzo di Monaldo e nei pressi della biblioteca dove si trovava il giovane poeta, spariscono nel nulla. Le pagine del diario di Orazio, sempre con quel linguaggio arcaicizzante e un sottile umorismo, ci regalano degli indizi che ci fanno pensare a Tadegardo sotto una luce diversa, come se ne avessimo già sentito parlare in altra sede: “Sul declinar del meriggio Tardegardo chiuse i suoi libri ed avviossi per la solita passeggiata sul colle […]”. Ci viene in mente Monaldo, lo studio matto e disperatissimo, appunto l’ermo colle, una certa Silvia e infine, piuttosto che Tadegardo, un nome più familiare: Giacomo. Romanzo breve, giocato sul tema del doppio, dove evocazioni letterarie piuttosto intuibili anche senza nominare il più noto nome e cognome del giovane poeta, si accompagnano ad elementi e racconti di sangue, al mito dell’uomo lupo, alle pulsioni ancestrali, nascoste, ma presenti anche nei più insospettabili. Nessun epilogo autenticamente “horror”, tale appunto da assimilare “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti” ad un mush up, ma tutto giocato su una voluta ambiguità che premia l’eleganza della scrittura e della costruzione letteraria.

Edizione esaminata e brevi note

Michele Mari, (Milano, 1955) figlio del designer e artista Enzo Mari, insegna letteratura Italiana all’Università Statale di Milano. Dal 1992 risiede a Roma. Tra i suoi libri  «Di bestia in bestia» (Longanesi 1989), «Io venìa pien d’angoscia a rimirarti» (Longanesi 1990; Marsilio 1998), «La stiva e l’abisso» (Bompiani 1992; Einaudi 2002), «Euridice aveva un cane» (Bompiani 1993; Einaudi 2004), «Filologia dell’anfibio» (Bompiani 1995; Laterza 2009), «Tu, sanguinosa infanzia» (Mondadori 1997; Einaudi 2009), «Rondini sul filo» (Mondadori 1999), «I sepolcri illustrati» (Portofranco 2000), «Tutto il ferro della torre Eiffel» (Einaudi 2002), «I demoni e la pasta sfoglia» (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro 2010), «Cento poesie d’amore a Ladyhawke» (Einaudi 2007), «Verderame» (Einaudi 2007), «Milano fantasma» (edt 2008, in collaborazione con Velasco Vitali), «Rosso Floyd» (Einaudi 2010) e «Fantasmagonia» (Einaudi 2012). Con Roberto Conz, Amedeo Savoia e Nicola Straffelini ha messo in scena l’atto unico «Ballata triste di una tromba». Per Rizzoli ha appena tradotto «L’Isola del Tesoro» di Stevenson e «Ritorno all’Isola del Tesoro» di Andrew Motion.

Michele Mari, “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti”, Cavallo di Ferro, Roma 2012, pp. 140, € 12,90.

Luca Menichetti. Lankelot, ottobre 2012