Cellotto Alberto

Abbiamo fatto una gran perdita

Pubblicato il: 9 luglio 2018

Se sentivate la mancanza di un romanzo epistolare, allora Abbiamo fatto una gran perdita di Alberto Cellotto (Oèdipus edizioni, 2018) è la lettura che fa per voi. Aggiungo che anche per gli altri lettori, a prescindere, sarebbe un incontro interessante che offre diversi spunti di riflessione sul male di vivere nell’odierna società. Sul solco della migliore tradizione delle nostre patrie lettere, dal foscoliano Ortis a Lettere di una novizia di Guido Piovene, Abbiamo fatto una gran perdita non sviluppa un vero e proprio intreccio ma ci fornisce alcune informazioni su Martino Dossi, quarantenne che – nell’era della precarietà – si è licenziato (o è stato licenziato?) e intraprende un viaggio in auto in solitaria su e giù per lo stivale. Il programma è piuttosto vago, e viene ogni volta modificato in corso d’opera.

Chi è Martino Dossi? È la voce che dice “io” e si racconta in questo testo per mezzo di una quarantina di lettere rivolte ad amici, conoscenti, colleghi ed ex-colleghi di lavoro, vicini di casa o incontri casuali. Lettere che non riuscirà mai a spedire ma che verranno raccolte e pubblicate dalla moglie Ester. Siamo perplessi, all’inizio, disorientati di fronte ai diversi destinatari, a questa voce che ci si rivela fin da subito in profondità, rivoltando come fosse un guanto il proprio animo, la sua weltanschauung piuttosto che riferimenti strumentali precisi – che coleranno lenti, nel corso delle pagine, col contagocce. Una chiave di lettura potrebbe risiedere nell’esergo del libro se, come afferma la moglie, «Anche se Martino scherzava spesso che nei libri di oggi ci sono troppe epigrafi e io sono d’accordo, ho inserito quella frase di Rilke che aveva annotato sul retro di un biglietto da visita finito nella tasca della giacca». Rilke sosteneva ch’è un atto di violenza inaudita cominciare qualcosa, che non era in grado di cominciare ma ch’era meglio saltare a piè pari quello che dovrebbe esser l’inizio. E il romanzo epistolare è proprio questo: siamo catapultati dentro Martino in medias res, quasi a rimarcarci che ogni momento della nostra vita può costituire una partenza, un nuovo inizio.

Abbiamo fatto una gran perdita è di sicuro un paradigma della fuga, ma non solo. L’idea embrionale di Martino è quella di prendersi un periodo “sabbatico”, di lasciarsi alle spalle la palude del quotidiano nella quale siamo impelagati, con i suoi riti spesso svuotati di significato e le sue responsabilità ma anche la società moderna, percepita come: «[…] l’assalto di stronzate ci ha invaso ogni angolo dei giorni ed è soffocante». Non è mai un J’accuse, anche se la critica è talvolta spietata: «Ci deve essere pure un altro modo, altri canali d’aria per tornare poveri senza ansie e, di lì, meno cafoni». È, piuttosto, un bisogno di movimento, non solo fisico, un tornare ricettivi e analitici. Ecco perché abbandonare Treviso e il Veneto, dove Martino vive, e spostarsi nelle Marche, in Toscana, nel Molise, nel Lazio e giù a picco fino a Catania, perché come scrive a Irene: «L’esistenza, appena ti fermi, risulta atroce […]». L’intimità spesso arruffata delle quasi anodine camere d’albergo diviene un fondale, una quinta teatrale indefinita, minimale coreografia – e così vale per le presenze multiformi dei destinatari di lettere e cartoline, fantasmi come le città attraversate – sulla quale si staglia l’unico luogo di questo romanzo: l’anima del suo protagonista. Non è un caso che la scrittura di queste missive giunga a Martino (in apparenza) inaspettata, come altrettanto poco casuale risulta l’evidenza (e la mancanza di volontà) di inserirle in una busta, di affrancarle e spedirle.

«Limbo è pensare e guardare una pioggia […] e frapporla tra le altre piogge di una vita. Limbo è cercare la solitudine e trovarla e poi capire che diventa forse insopportabile, ma tornare a cercarla. Limbo è il silenzio, quelle poche volte che c’è davvero.» Collocarsi in un “limbo” è per Martino riscoprire il silenzio là dove si è sempre sommersi dal clamore del mondo. È un percorso doloroso, perché la solitudine diviene intollerabile, eppure l’unico modo di immaginare la propria vita al di fuori di un lavoro che non si è mai amato, di una donna e tre figli; qualcosa di diverso dall’assecondare il pensiero di provarle tutte per restare un «pressapochista dell’infinito». Il riconoscere di essere uno, non zero e non mille. Quell’uno di cui vagheggia Martino è un individuarsi nella parola, inscindibile dal suo essere definitiva e insieme adamantina. Di parole sono permeate le sue lettere, e la forma di quelle parole è lo stile utilizzato dal suo autore, Alberto Cellotto, avvezzo alla forma poetica ma qui al suo esordio in prosa; una scrittura, la sua, sapientemente levigata e pregna di significati che si apre sovente in squarci di grande lirismo. Ecco perché questo romanzo epistolare è anche una meditazione e un apologo sul rispecchiamento (e conseguente ritrovamento) dell’io nella scrittura (certo: anche nella scrittura epistolare).

Le lettere di Martino pongono domande ma non esigono la premura e possibili risposte dai suoi interlocutori. La dolcezza indolente e l’estrema, disincantata sincerità dell’uomo-Martino risalta nella sua stessa ammissione: «Non voglio avvincere o convincere. Mi basterebbe aver posto una buona domanda, oggi per domani. Ma quale?». È la mission della buona Letteratura, con la L maiuscola, e in questo ci viene in soccorso la bella copertina di Jimmy Rivoltella, al secolo Claudio Lorenzoni, che con il suo collage su tela “Il mago di Oz” mette in scena un personaggio visto di fianco, la testa all’insù, affaccendato su un congegno che sembra “sparare” (o accogliere?) palle d’argento. Ci piace pensare che quelle sfere argentate possano essere le lettere/domande appallottolate che Martino indirizza a un mondo ignaro, dopo un mirabile epilogo in Val di Chiana, dove il nostro si libera da “quell’abdicazione al sublime” di zanzottiana memoria che deplorava come miseria dello spirito in una generazione, la sua, ormai priva di maestri: «Qui sono equidistante dalla malinconia e dalla nostalgia. Appena giunto in questa città è stato come sentirmi arrivato a danzare al centro del labirinto». In questo stato di grazia diviene folle anche il continuo esercizio di immaginare un futuro. Rimane la sola, superiore coscienza di esser Uno e di «sfregare quest’uno come una pietra focaia, farlo risplendere affinché incendi quel suo pezzo di prato già arido, dove permane la volontà di vivere». Per noi che restiamo, invece, l’amara constatazione: Abbiamo fatto una gran perdita.

Edizione esaminata e brevi note

Alberto Cellotto (Treviso, 1978) ha pubblicato, in poesia, Vicine scadenze (Zona, 2004), Grave (Zona, 2008), Pertiche (La Vita Felice, 2012), Traviso (Prufrock spa, 2014) e la plaquette illustrata da Nicolò Pellizzon I piani eterni (La collana Isola, 2014). Ha tradotto testi di Gore Vidal, Stewart O’Nan e Frank Norris. Il libro epistolare Abbiamo fatto una gran perdita è la sua prima opera narrativa.

Alberto Cellotto, “Abbiamo fatto una gran perdita”, Oèdipus edizioni, prima edizione: febbraio 2018.

Alberto Carollo, per Lankenauta, luglio 2018.