Jodorowsky Alejandro

Poesia senza fine

Pubblicato il: 27 settembre 2018

Lavoro da un po’ all’idea di una cineterapia efficace, per catalogare i film in base a quesiti emotivi di peso. Non parlo ovviamente di quelli semplici da identificare, rapidi da trovare quanto una parola chiave su Google. Piuttosto di necessità che richiedono più di un clic.

Avrei sicuramente apprezzato il suggerimento di vedere ‘Edward Mani di Forbice’, per cogliere nell’ accanito odio verso un essere quasi uguale ma non del tutto, una lezione impareggiabile sul valore della tolleranza. O penso anche a quanto ‘Le Invasioni Barbariche’ sia riuscito a farmi comprendere che, dietro le critiche di un padre inarrivabile, può celarsi semplicemente l’incapacità di riconoscere una fragilità inconfessabile, come un abbraccio.

La cinema terapia soccorre.

Vedi una storia che può essere simile alla tua e quindi apprendi. Capisci di non essere il solo a passare attraverso, lutti, separazioni, depressioni croniche. E quindi puoi avere la fortuna di incontrare il FILM, quello adatto al tuo momento-bisogno.

‘Poesia senza fine’ di Alejandro Jodorowsky è arrivato nel mio momento-bisogno.

Ha un taglio fortemente biografico e la voce autentica e potente riesci subito a sentirla. Assisti incuriosito per capire come il protagonista può essere sopravvissuto alle prove tremende che gli son state assegnate.

L’impellenza del regista di esprimere la sua arte è stata non di poco osteggiata.

L’adolescenza di Alejandro, nel Cile del ’50, lo ha visto imprigionato in una realtà soffocante. La madre è, nell’attualità filmica, una donna straniata che si ostina a imbellettare il suo scricchiolante focolare, stucchevole come i canti e le torte che dispensa. Il padre, abilissimo commerciante, è di una moralità esigua; affettivamente assente, interessato unicamente a forgiarlo con la forza, per renderlo un suo doppio.

La vocazione alla poesia non può essere accettata in un ambiente tanto ostile, orchestrato da rapporti familiari falsi e opprimenti.

Alejandro si ribellerà e andrà incontro alla scoperta di sé e del suo talento. Le evoluzioni e le transizioni dal giovane incerto all’adulto consapevole, vengono registrate talmente bene da invitarci a snodare con lui le fila di un travaglio che connoterà tutta la sua esistenza.

‘Poesia senza fine’ è un film esistenziale, che eccede per urlarci la verità della sua trasposizione. Con uno stile allegorico, fatto di immagini simboliche, di volti stuccati, maschere viventi che incarnano moltitudini di uomini-schiavi, senza volontà.

La cura dei personaggi e la rappresentazione dei suoi attori è archetipizzata e teatrale; non è la via della naturalezza quella ricercata dal regista ma piuttosto la forza e la caratterizzazione, per incuriosirci senza disattenzioni o cali d’interesse, stamparci in testa il ricordo di ogni singolo fotogramma, parossistico e quindi indelebile.

L’interprete adulto di Alejandro Jodorowsky è il figlio Adan, che ha una soave sensibilità; la sua mimica è lieve, sognante, fanciullesca ma non priva di intensità; veste la profonda verosimiglianza di chi è poesia anche nelle pieghe del proprio volto. Di un carisma palpabile.

Il coro del cast che ruota intorno a lui, si inserisce perfettamente in questa ricostruzione da fiaba crudele, con strascichi felliniani fatti di nane, clown dai grandi piedi e donne dai seni di latte. Plauso e spazio critico occorre concedere agli attori che interpretano Sara e Jaime, i genitori di Alejandro, che dimostrano un’incisività difficile da raggiungere con un copione così impegnativo. Insostituibili per il peso narrativo e psicologico dei due personaggi.

Brontis Jodorowsky (altro figlio del regista) e Pamela Flores, riescono a svelare il dedalo affettivo di Alejandro, percorso e necessariamente oltrepassato in quell’ottica di libertà e di presa di posizione dagli spettri parentali che egli dovrà affrontare per garantirsi l’ingresso nell’età adulta. La castrazione espressiva trova origine nella soggiogata passività materna. Il figlio, emulo involontario della procreatrice, rischia di essere schiacciato dallo stesso destino di una madre drammaticamente vittima. Sara, cerca ostinatamente il consenso della anziana matriarca e dei fratelli, che la beffeggiano persino nell’unica arte che le permette di esprimersi, ossia la cucina. Comunica in tutti i modi l’affetto ma la sua presenza viene ridicolizzata, appiattita perché patologica, asservita al desiderio degli altri, priva di personalità. Il rapporto col marito esprime servilismo, nella tolleranza di un uomo volgare, violento, privo di attenzioni per il figlio e per lei, che dietro alla corazza di una guepiere, si offre sacrificale al piacere di Jaime.

Alejandro si adatta ai modelli comportamentali che gli vengono proposti. Si trova pertanto figlio, a tutti gli effetti, di un copione patetico che non gli consente di ascoltarsi. Non sa di cosa vuol vivere, non riesce a capire persino la natura delle sue pulsioni, ossessionato com’è da un padre che lo apostrofa come frocio senza carattere.

Comprenderà allora che la rottura del cordone ombelicale (rappresentata vividamente dai colpi d’ascia inferti all’albero materno), è l’unica seppur radicale via per rompere quei legacci che lo imbrigliano.

Jodowrosky elegge l’arte ad elemento catartico, rispetto ai legami condizionanti dell’uomo.

La famiglia viene vivisezionata, denunciando il suo sottovalutato potere paralizzante. Il regista, che ha approfondito anche in veste di scrittore la tematica, si sofferma sulla forza ereditaria dei ruoli, che ci fanno imitare, spesso del tutto inconsciamente, atteggiamenti, sentimenti e persino inibizioni, iscritte nel DNA.

Alejandro riscriverà la sua storia, ma il cammino non sarà semplice né indolore. L’impronta genetica tenterà di riproporgli un futuro limitante. L’amore che, dopo la poesia, è il passaggio obbligato per abbandonare il sé adolescente, vorrebbe inghiottirlo una seconda volta.

Si invaghirà di Stella (che interpreta la Flores per rendere ancor più chiaro l’accostamento con Sara), esatto opposto della madre; una figura forte, truce e sanguigna che minaccia un ritorno alla manipolazione. Tenterà di incastrarlo in un amore gerarchico, fatto di regole e ammonizioni, un sentimento tossico e malato. Gli sarà chiesto di obbedire e regredirà (la scena del suo tentato strupro sventato da Stella ne è la prova). Nuovamente ribelle, con il congedo da Stella, riprenderà a riconoscersi e ad incamminarsi.

In Jodorowsky c’è una cristallina chiarezza nel definire i termini dell’unica e autentica realizzazione umana.

La conoscenza delle proprie origini e lo scavo delle sue dinamiche determinanti, il distacco da esse che può consentire all’ Io di scoprirsi per amarsi e amare.

In un bellissimo confronto fra l’Alejandro adulto ed il canuto, interpretato dallo stesso regista, le battute ci scuotono. La vita è un invito alla Rinascita, è un appello a non aver paura per l’ineluttabile incombenza del dolore, che la natura avvicenda all’amore in un fluire eterno. Come nel tragico carnevale che ci travolge nelle ultime battute.

Si balla nel sangue e nella morte, in una tragicomica rappresentazione in cui il poeta è l’unico angelo dalle piume bianche, chiamato a spiccare il volo per l’ennesima volta. Un ottuso regime autoritario o forse soltanto la costante e insoluta ricerca di senso lo faranno ripartire con la sua valigia carica di sogni in difesa della libertà che lo ha animato.

Film di un altissimo livello culturale e sociale.

Narrativamente sui generis ed ostico, in alcuni momenti, ma di una originalità, raffinatezza ed intensità rara nella cinematografia internazionale.

Quel momento-bisogno che dovevo soddisfare era talmente articolato che solo un film come questo poteva venirmi incontro.

Ringrazio per l’ennesima volta il cinema e chi sa consigliarlo.

 

Giovanni Capizzi

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Jodorowsky Alejandro

Sceneggiatura: Jodorowsky Alejandro

Direttore della fotografia: Doyle Christopher

Montaggio: Monthieux Maryline

Interpreti principali: Jodorowsky Adan, Jodorowsky Brontis, Flores Pamela, Jodorowsky Alejandro

Musica originale: Jodorowsky Adan

Costumi: Montandon-Jodorowsky Pascale

Produzione: Aeschlimann Eric, Guerrero Yamamoto Xavier

Origine: Cile, Francia, (2016)

Durata: 128 min.

Approfondimenti: https://www.mymovies.it/film/2016/poesiasinfin/ 

                            https://www.youtube.com/watch?v=DrI7CI3MEvo