Ricapito Francesco

Reportage dalla Georgia (Sakartvelo) – Parte 2

Pubblicato il: 20 giugno 2015

Mappa GeorgiaTbilisi, giovedì 5 marzo 2015

Usciti dall’ostello ci dirigiamo verso la principale attrazione turistica di Tbilisi, la città vecchia. Per arrivarci passiamo davanti al palazzo del parlamento e da bravi studenti di relazioni internazionali notiamo che di fronte al palazzo svettano la bandiera georgiana e pure quella dell’Unione Europea. La Georgia ha firmato qualche trattato di collaborazione con la UE, ma non ne è membro ufficiale e quindi restiamo leggermente sorpresi nel vedere quella bandiera davanti al parlamento. Sembra una cosa da nulla in realtà indica in modo chiaro che la Georgia si sente un paese europeo e che effettivamente vorrebbe un giorno fare parte della UE, una meta difficile da raggiungere dal momento che tra la UE e la Georgia si trova la Turchia, la cui domanda di adesione alla UE è in sospeso da ormai più di vent’anni. La città di Tbilisi sorge su un territorio prevalentemente collinare ed è attraversata dal fiume Mtkvari. I primi insediamenti in questa zona risalgono al IV secolo a.C, nel V secolo d.C. la città venne dichiarata capitale del regno di Kartli dal re Vakhtang Gorgasali (Kartli è il nome della regione in cui si trova Tbilisi). Un fatto curioso è che il nome del paese in georgiano è Sakartvelo, che non assomiglia per nulla al nome Georgia. Sakartvelo letteralmente significa “terra degli abitanti di Kartli”, il termine Georgia invece sembra derivi dalla parola che usavano gli arabi e i persiani per definire i georgiani, la quale era gurg gurg, un’espressione che venne poi modificata dai pellegrini e dai crociati appunto in Georgia per via del fatto che gli abitanti della regione erano particolarmente devoti a San Giorgio. Quest’antica devozione fa ancora parte della tradizione locale come testimonia la grande colonna sormontata da una statua di San Giorgio che uccide il drago che si trova in Piazza della Libertà, una delle piazze principali di Tbilisi.

La città nel corso della sua storia ha visto alternarsi molti invasori tra cui gli arabi, i persiani, i mongoli e ovviamente i russi. La Georgia venne annessa dall’Impero Russo nel 1800 e divenne poi parte dell’URSS. Durante il periodo sovietico Tbilisi conobbe una certa espansione e verso la fine degli anni Ottanta divenne uno dei centri urbani che più si opponevano al regime di Mosca. Nel 1991 la Georgia dichiarò la sua indipendenza ma per tutti gli anni Novanta fu oppressa da numerosi problemi interni. Nel 2003 il presidente in carica, Eduard Shevardnadze fu costretto alla fuga dai contestatori scesi in piazza. Le successive elezioni videro la vittoria di Michail Saakashvili, giovane e carismatico avvocato il quale attuò un’importante serie di riforme, una su tutte quella del corpo di polizia che era da tutti considerato corrotto e inaffidabile. Nel 2008 le politiche pro-occidente di Saakashvili dovettero confrontarsi con le due regioni separatiste dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia del nord. Nell’agosto 2008 si ebbe un vero e proprio conflitto con la Russia, che terminò con un cessate il fuoco negoziato con l’aiuto della Francia. La comunità internazionale continua ad attribuire la sovranità di queste due regioni alla Georgia, ma la situazione di fatto è che queste sono oggi controllate da forze russe che hanno ben poche intenzioni di ridarle alla Georgia. Oggi Tbilisi ha circa un milione e mezzo di abitanti, praticamente un quarto della popolazione nazionale, e sta cercando di affermarsi come meta turistica per i turisti soprattutto europei. L’apertura delle politiche di visto e i prezzi relativamente bassi hanno fatto sì che negli ultimi anni il turismo sia cresciuto esponenzialmente e ci sono tutti gli elementi per credere che questo settore continuerà a crescere pure in futuro. La città vecchia di Tbilisi sorge ai piedi della vecchia fortezza di Nerikala, costruita su uno dei due versanti della valle su cui sorge la città. Quasi tutti gli edifici risalgono a dopo il 1795 quando la città venne praticamente rasa al suolo dai persiani. Camminando per i suoi vicoli e le sue stradine è possibile vedere una gran quantità di vecchie case con affascinanti balconi e terrazze in legno che spesso non sembrano essere molto stabili.

Oltre alle case si possono vedere numerose chiese in stile caucasico e anche una sinagoga. La Georgia fu uno dei primi luoghi di espansione del cristianesimo, che divenne la religione ufficiale del regno nel 327 grazie alla predicazione di Santa Nino, ancora una delle figure più venerate in Georgia. La chiesa georgiana è un’entità autonoma, il suo nome ufficiale è Chiesa apostolica autocefala ortodossa georgiana e a guidarla c’è il patriarca Elia II. Camminiamo per un po’ tra le viuzze della città vecchia perdendoci e ritrovandoci a fasi alterne. Alla fine troviamo una strada che ci porta in alto fino all’entrata della fortezza le cui mura imponenti svettano su tutta la città. All’interno delle rovine di trova una piccola chiesa e, se si prosegue lungo le mura, si arriva ad una grande statua di alluminio alta venti metri raffigurante una donna che regge in una mano una spada e nell’altra una coppa di vino. Si tratta della madre Georgia e ben rappresenta questo popolo, da sempre gentile e benevolo verso gli ospiti, ma allo stesso tempo fiero combattente dei nemici e degli invasori.

Una moderna ovovia arriva vicino alla statua partendo dalle vicinanze del fiume e offre una spettacolare visuale sulla città. Noi però rimandiamo il giro in ovovia a più tardi e facciamo una piacevole passeggiata nel vicino giardino botanico, il quale è ben tenuto e offre un’efficace via di fuga dalla città. Quando ci decidiamo a prendere l’ovovia, questa ci lascia agli argini del fiume, in una delle zone più moderne della città: qui infatti svettano tre edifici di aspetto ultramoderno che sono stati costruiti negli ultimi anni. Il più notevole è sicuramente il Ponte della Pace: costruito nel 2010 e progettato dall’architetto italiano Michele De Lucchi, questo ponte pedonale dalle forme molto sinuose ed eleganti è stato soprannominato dagli abitanti di Tbilisi “ponte Always”. Always è una famosa marca di assorbenti esterni femminili e il soprannome viene dal fatto che effettivamente il ponte ricorda un assorbente.

Oltre al ponte ci sono pure due grandi strutture tubolari che penso servano come scale per raggiungere la strada sovrastante, ma che al momento sono ancora chiuse al pubblico. Risalendo verso l’altro versante della valle raggiungiamo la Cattedrale di Tsminda Sameba, ossia della Santa Trinità. Si tratta della chiesa più grande della Georgia ed è di recente costruzione. I lavori infatti sono stati completati nel 2004. La chiesa in sé voleva essere una simbolica affermazione del ritorno della Georgia alle sue origini religiose dopo il periodo sovietico in cui naturalmente ogni culto era stato duramente represso. Lo stile è quello classico delle altre chiese georgiane, ma questa in particolare è costruita per esaltare le linee verticali e sembra quasi un incrocio tra una torre di guardia rinforzata con protezioni laterali e una torta nuziale. Intorno alla chiesa c’è un grande spiazzo ben tenuto con olivi e altre piante. Davanti alla facciata si trova una specie di viale con colonne ai lati. Sono presenti pure due pali sormontati dalla bandiera georgiana: fa un po’ strano vedere delle bandiere vicino ad una chiesa ma questo dimostra come qui la religione rappresenti qualcosa di più importante di un semplice culto, fa parte dell’identità nazionale, un’identità nazionale che qui ha avuto bisogno di essere ribadita e reinstallata dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Ci lasciamo alle spalle la cattedrale e scendiamo di nuovo verso il fiume per raggiungere l’ultima meta della nostra giornata: la chiesa di Metekhi, la quale si trova sopra una sporgenza rocciosa che dà proprio sul fiume. Nelle vicinanze si trova una statua equestre del re Vakhtang Gorgasali. La chiesa risale al 1289 ma durante i secoli è stata ricostruita più volte. Come ho già avuto modo di notare, questa chiesa è considerata molto importante per gli abitanti di Tbilisi, non è infatti raro vedere persone che, quando ci passano davanti, si fanno tre volte il segno della croce. Torniamo in ostello per riposarci un po’ e per una doccia. Abbiamo deciso di andare al risparmio e di dormire in una camerata da dieci pagando meno di dieci euro a notte. I letti sono puliti e in camera vediamo altri zaini ma non i loro proprietari, sappiamo solo che nella stanza di fianco c’è un gruppo della Repubblica Ceca, che non sembra avere molta voglia di socializzare. La sera abbiamo appuntamento con un mio amico georgiano che ho conosciuto durante il periodo in cui ho lavorato come animatore in Egitto due anni fa e con cui sono rimasto in contatto. Si chiama Davit e ben rappresenta l’ospitalità e la vivacità per cui i georgiani sono famosi. Ci troviamo in Piazza della Libertà e con la sua macchina ci porta a mangiare in un ristorante tipico poco fuori Tbilisi con dei suoi amici. Quando entriamo nel locale resto un po’ confuso perché sia gli arredamenti che i vestiti dei camerieri ricordano palesemente uno stile bavarese. Davit mi rassicura che questo è un posto tradizionale autentico, detto ciò ci sediamo e lasciamo che Davit e gli altri ordinino per noi. La lingua georgiana ha un suono parecchio strano per chi non la conosce, non è spiacevole da ascoltare, si sentono molte “g” e molte “r” e, almeno per me, non ricorda nessun’altra lingua che abbia avuto occasione di udire. Il cibo e i banchetti sono due parti fondamentali della cultura georgiana, il paese infatti ha una tradizione culinaria molto antica e i suoi piatti non hanno nulla da invidiare a cucine ben più famose come quella cinese o messicana, o anche la nostra. Anche l’alcool è consumato liberamente ed in quantità piuttosto elevate. Ad onor del vero, la Georgia è sempre stata una terra di produzione vinicola e i suoi vini sono sempre stati molto apprezzati dai dominatori russi o sovietici. Oltre al vino è molto diffusa anche la chacha, una specie di distillato d’uva dal sapore simile a quello della nostra grappa. Ho ricevuto molti racconti di stranieri che si sono ritrovati a partecipare a banchetti tradizionali georgiani e mi hanno raccontato che in genere viene nominato un “mastro dei brindisi”: costui ha il compito di proporre brindisi più o meno elaborati in onore di tutto quello che gli passa in mente. Ritrovarsi ubriachi dopo un pasto in Georgia è a quanto pare molto facile e abbastanza comune. Nel nostro caso non si tratta di un banchetto vero e proprio ma vedo subito che sul tavolo, oltre a dei normali calici per vino o per l’acqua, ci sono pure dei bicchieri più piccoli che chiaramente servono per qualcos’altro. Ecco infatti che dopo pochi minuti arriva una cameriera con una piccola caraffa piena di chacha. Lo stupore per la chacha si accompagna a quello per lo smisurato seno della cameriera da cui non riesco proprio a staccare gli occhi. Anche in Azerbaigian mi è capitato di vedere persone pasteggiare con la vodka e deduco quindi che si tratti di una tradizione piuttosto diffusa nei paesi post-sovietici. Davit s’incarica di fare il primo brindisi e lo dedica all’amicizia che ha fatto in modo che potessimo rivederci ancora dopo due anni. Quasi commosso alzo il mio bicchierino e brindiamo tutti insieme. Fortunatamente il cibo comincia ad arrivare prima che Davit dichiari altri brindisi, la chacha è buona, ma a stomaco vuoto non perdona. Oltre alla chacha e a dell’acqua arriva pure una bevanda che dicono essere una specie di limonata. Il sapore è incredibilmente dolce, troppo dolce per me, ma a quanto pare si tratta di una delle bevande preferite dai georgiani durante i pasti. La prima portata sono dei khachapuri. Definito spesso come “la pizza georgiana”, si tratta di focacce al formaggio che non mancano mai in ogni banchetto e che rappresentano uno spuntino ideale a tutte le ore. La varietà più famosa è detta acharuli, ha la forma di una barchetta riempita di formaggio fuso e sormontata da un uovo.

In genere viene servita insieme a due pezzetti di burro ancora visibili mentre si sciolgono nel formaggio. Non è proprio un’ottima scelta per chi è a dieta ma il sapore, dato principalmente dal formaggio molto fresco, è veramente ottimo e particolare. Dopo il khachapuri arrivano i khinkali: si tratta di grandi ravioli ripieni di carne serviti senza nessun condimento particolare. Li ho già assaggiati a Baku ma solo ora mi spiegano qual è il modo corretto per mangiarli. Innanzitutto bisogna aggiungerci una spolverata di pepe, poi li si prende con entrambe le mani ai lati e li si morde alla base. A questo punto bisogna inclinarli per berne il brodino che si trova all’interno, solo a quel punto si può mangiare il resto. Il piccolo picciolo che rappresenta la punta del raviolo è più spesso e duro e in genere i georgiani lo lasciano nel piatto. I khikali sono piuttosto sostanziosi ma sono talmente buoni che io e Luca ne divoriamo almeno otto a testa, naturalmente accompagnati da un paio di bicchierini di chacha con brindisi dedicati di nuovo all’amicizia e alla Georgia. Noi saremmo già sazi ,ma arriva pure una porzione di maiale grigliato che vista la nostra astinenza da questo tipo di carne (in Azerbaigian è difficile da trovare) non riusciamo a rifiutare. Pure questa è ottima e percepiamo che per condirla sono state usate delle spezie che non riusciamo ad identificare. Satolli come pitoni digeriamo con un altro paio di bicchierini di chacha. Gli amici di Davit parlano un po’ di inglese e riusciamo così ad avere qualche interessante conversazione. Una di queste naturalmente verte sulle due regioni separatiste dell’Abkhazia del nord e dell’Ossezia del sud. Tutti ci dicono che quelle regioni appartengono storicamente alla Georgia ma che, allo stesso tempo, non provano un odio smisurato per la Russia per l’invasione. Non voglio trarre giudizi affrettati, ma per ora mi sembra di capire che i georgiani siano un popolo abbastanza ragionevole, risoluto e fiero, qualcosa che non mi aspettavo dopo aver visto il grado di odio che esiste in Azerbaigian verso l’Armenia. Quando sentiamo di poterci alzare decidiamo di uscire, scopro allora che Davit ha già pagato per tutti. Ormai ho imparato che nel Caucaso l’ospite è veramente importante e sacro ma cerco comunque di insistere per pagare la nostra parte. Naturalmente non ho successo. Ci salutiamo e torniamo in ostello dove per via degli effetti del tanto cibo e della chacha combinati insieme collassiamo brutalmente nei nostri letti e dormiamo di gusto fino alla mattina dopo.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Tbilisi

https://it.wikipedia.org/wiki/Khachapuri

Francesco Ricapito, giugno 2015