Pecora Gaetano

La scuola laica. Gaetano Salvemini contro i clericali

Pubblicato il: 27 settembre 2015

Come ci viene subito ricordato nella quarta di copertina di “La scuola laica”, Gaetano Salvemini, forse più noto come storico e politico, in realtà volle essere ricordato innanzitutto come educatore; e non a caso “le sue pagine più belle restano forse quelle che egli scrisse sulla scuola, che per lui – naturalmente – doveva essere laica”. Gaetano Pecora, una volta delimitato il campo d’indagine del pensiero salveminiano, si è, infatti, dedicato ad interpretare correttamente il termine “laico” che, come sappiamo, si presta a definizioni delle più disparate. Fin dal 1907, proprio in occasione del congresso degli insegnanti medi di Napoli, Salvemini non ebbe remore ad individuare nella libera concorrenza il fondamento della scuola laica. Potremmo dire una scuola che da un lato non assegna allo Stato il monopolio dell’educazione e dall’altro nemmeno esclude i sacerdoti e i religiosi dal corpo degli insegnanti pubblici; ovvero scuola laica e perciò scuola libera, “indipendente da tutte le chiese e da tutti i partiti politici” (pp.14), anche se sicuramente non neutrale: un indirizzo educativo sarebbe stato possibile solo riconoscendo una sorta di diritto all’ignoranza dell’adolescente, nel senso di marcare la distanza dal nozionismo e dal sapere enciclopedico, ma puntando semmai ad insegnare un metodo e “il gusto dell’iniziativa personale” (pp19). In altri termini: “scuola laica che per Salvemini o è scuola della concorrenza fra idee opposte o non è” (pp.31). E’ evidente che il valore delle tesi dell’intellettuale pugliese, un socialista eterodosso che in realtà si nutriva di argomenti democratico-liberali, si può cogliere soprattutto in rapporto alle contraddizioni del cosiddetto mondo liberale (si pensi a quanto scrisse Salvemini in merito alle pastette del “partito clericale” nel Consiglio Superiore della Pubblica Amministrazione); e da questo punto Gaetano Pecora ci ha proposto un’analisi davvero puntuale delle pagine di Salvemini, oltretutto con un linguaggio molto disinvolto, quasi narrativo, immaginifico, sicuramente che ha poco a che fare con il consueto e impersonale stile accademico.

Ne scaturisce il racconto di polemiche sanguinose – a quanto pare Salvemini si esaltava e dava il meglio di sé quando c’era da dare battaglia – sia contro le chiusure dei cosiddetti clericali sia contro i dogmi degli intolleranti di ogni credo e non credo: “tutti e due, clericali e massoni, incrudelivano contro le idee e gli istituti liberali avvampati dal medesimo odio catilinario” (pp.72).

Libertà ed indipendenza che ancora una volta deve essere correttamente intesa. Salvemini, come ci ricorda Pecora, ammetteva l’esistenza delle scuole private, avrebbe lasciato loro libertà di pensiero e di parola (“chi ha miglior filo, tesserà migliore tela”), e “tutto avrebbero potuto fare”, salvo alcune precise condizioni: che gli insegnanti scelti liberamente dalle scuole private non pretendessero poi di essere immessi nelle scuole governative senza concorso e che gli alunni delle scuole private – come quelli delle governative – passassero esami di stato innanzi a commissioni formate da insegnanti governativi. A questo “centro strategico di tutta l’impostazione laica” si accompagnavano alcune conseguenze: le scuole private, dotate di grande autonomia ed indipendenza, non avrebbero potuto però rilasciare certificati di studio aventi valore legale: “gli attestati di capacità con forza di legge dovevano rimanere una funzione esclusiva del diritto pubblico” (pp.78). Oltretutto il corretto inquadramento di certi concetti, o quanto meno una loro precisazione, diventa importante perché gli strali polemici di Salvemini, come del resto abbiamo già intuito, si rivolsero anche verso coloro che, probabilmente con scarsa coerenza, si definivano laici: “c’erano due tipi di laici tra i quali si era scavata profonda la trincea del disaccordo. C’erano i laici per i quali l’indipendenza era solo un episodio della laicità, che, proprio perché soltanto episodio, le permetteva di svolgersi proprio come se non esistesse o non fosse necessario che esistesse. E c’erano laici, Salvemini per primo, che nell’indipendenza ci vivevano in mezzo; per i quali, diremo così, l’indipendenza era il centro della loro ruota sicché qualunque cosa essi muovessero per la laicità, partiva necessariamente da lì” (pp.50). Figuriamoci poi il confronto tra Salvemini e Gentile, colleghi che pure si stimavano nonostante la loro sempre più profonda distanza ideologica: “la libertà di Gentile è non solo monca (rispetto a quella di Salvemini) ma è pure caduca e transeunte; è insomma un momento, un mezzo per conseguire un fine (quello dell’unità) che la oltrepassa e che nell’intrinseco la contraddice” (pp.111).

Comunque sia, pur prendendo atto di un pensiero in gran parte coerente per anni e anni, l’attenta analisi di Gaetano Pecora ha evidenziato anche alcune contraddizioni presenti nel sulfureo polemista: “di Salvemini ce ne sono due: quello formale della laicità come mera procedura, e quello materiale della laicità ripiena di un certo contenuto. A noi interessa il secondo Salvemini che, invece di essere sussidiario al primo, a poco a poco lo sopraffà e gli si sostituisce; con la conseguenza che c’è un Salvemini dichiarato ed esplicito, che esplicitamente cioè apre la scuola a tutti (compresi i peggiori nemici dell’ordine laico-liberale), e poi ce n’è uno nascosto e quasi reticente che per la continuità stessa dei suoi assunti deve piano piano rimontare a ritroso la prima corrente e polemicamente contraddirla di faccia” (pp.157). Incoerenze che non offuscano uno degli aspetti peculiari di Salvemini, ovvero “il solco di divisione” che lo allontanava sia da Gentile che dai clericali: gli uni escludevano comandando mentre l’intellettuale pugliese intendeva escludere con la forza della proibizione. Una differenza non da poco: col comando si costringe “a una e a una azione soltanto (lo studio); col divieto, invece, gliele lascio tutte; tutte le azioni consegno alla sua discrezionalità […] le ruote della libertà girano più veloci con i divieti che con i comandi” (pp.159). Del resto il pensiero del laico Salvemini, che niente aveva da spartire col giacobinismo, a conclusione del saggio di Pecora, viene egregiamente sintetizzato con le parole di Ernesto Rossi in polemica con Rodolfo Mondolfo: alla contrapposizione tra scuola privata “di parte” e scuola pubblica “neutrale ed aperta a tutte le correnti”, Rossi replicava che “la scuola pubblica è sempre stata, anche nei regimi liberali, una scuola di parte, indirizzata a foraggiare la mentalità dei ragazzi secondo la ideologia fatta propria dalla classe governante […] Siam sempre lì. Chi fa oggetto di tutte le sue ricerche i valori assoluti e si abitua a ragionare per universali, difficilmente riesce poi a capire che nella vita pratica è sempre questione di più o di meno, di limiti posti in un punto o in un altro” (pp.177). C’è solo da prendere atto: anche in questo caso l’anticlericale Ernesto Rossi era in piena comunione di idee con Salvemini.

Edizione esaminata e brevi note

Gaetano Pecora,insegna Storia delle dottrine politiche all’Università del Sannio e alla Luiss. È socio fondatore della Fondazione Rossi-Salvemini. Tra i suoi numerosi saggi ricordiamo: “Uomini della democrazia”, con prefazione di Norberto Bobbio (1987, 2007); “Il pensiero politico di Kelsen” (1995); “La libertà dei moderni” (2004, 2011); “Il pensiero politico di Gaetano Filangieri” (2009).

Gaetano Pecora,“La scuola laica. Gaetano Salvemini contro i clericali”, Donzelli (collana Saggine), Roma 2015, pp. XI-210.

Luca Menichetti. Lankelot, settembre 2015