Avati Pupi

Il signor Diavolo

Pubblicato il: 24 Agosto 2019

Prolifico come pochi altri registi italiani, Pupi Avati decide di tornare all’horror gotico in salsa padana dopo lunghissimo tempo. Con Il signor Diavolo, appena uscito nelle sale, il regista bolognese recupera le atmosfere tenebrose del memorabile La casa dalle finestre che ridono (1976), ma anche dei meno celebrati e comunque affascinanti Zeder (1983) e L’arcano incantatore (1996), tutti e tre ambientati in Emilia Romagna. Questo suo ultimo film è girato invece nella campagna veneta dei primi anni cinquanta, territorio elettoralmente dominato dalla Democrazia Cristiana, nel quale la chiesa cattolica era l’istituzione più influente sulla popolazione locale. Tratto dall’omonimo romanzo pubblicato lo scorso anno dallo stesso Avati per Guanda, Il signor Diavolo ci immerge sin dalle prime sequenze in una storia dai risvolti sinistri e destabilizzanti, recuperando quelle paure ancestrali, legate ad una tradizione arcaica e popolare, che la velocità, l’impermeabilità a quasi ogni tipo di immagine e le infinite connessioni del mondo globale non sembrano aver del tutto cancellato.

Siamo in Veneto, nell’autunno del 1952, dove è in corso l’istruttoria di un processo per l’omicidio di un adolescente deforme e dall’oscuro passato, compiuto da un quasi coetaneo. La sconcertante giustificazione del ragazzino, per un simile atto, è di aver ucciso il diavolo. Il tutto avviene a ridosso delle elezioni politiche, e la madre del ragazzo ucciso è una influente signora locale che giura vendetta (elettorale) contro la chiesa e conseguentemente contro la DC. A Roma, preoccupatissimo dai risvolti politici della situazione, un sottosegretario del Ministero di Grazia e Giustizia invia in gran segreto, e sotto copertura, un giovane funzionario ad indagare. Felice del compito assegnatogli, perché fino a quel momento mai preso in considerazione dalle alte sfere del partito, il giovane funzionario parte per Venezia ricostruendo l’inquietante accaduto attraverso la lettura del faldone secretato affidatogli dal ministero. La storia in sé è già un rompicapo ripercorrendola attraverso le carte, ma quando arriva in loco si rende conto che la questione è ancora più ricca di lati oscuri. Bruciato quasi subito l’anonimato, viene immediatamente richiamato a Roma dal sottosegretario, ma sceglie incautamente di far luce sulla vicenda.

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Dal terrificante incipit all’ambiguo e raggelante epilogo, Il signor Diavolo ha il pregio di non perdere mai, nonostante l’andamento ragionato e quasi meditativo, quell’aura malefica e straniante che lo caratterizza per tutta la sua contenuta durata. Poco meno di un’ora e mezza di rumori sinistri – accattivante anche la colonna sonora che richiama le migliori di genere dei Settanta -, di iconografie sacre che assumono valenze terrifiche, di anfratti claustrofobici in cui imprigionare paure e fobie degli spettatori. Una ballata macabra che procede per immagini lasciando alle parole giusto il minimo sindacale. Ed è una scelta azzeccata quella che compie Avati, ovvero non perdersi in prolissità, inutili verbosità e lungaggini, evitando abilmente lo “spiegone” per dare preponderanza ai volti. Quei volti, scelti con accuratezza maniacale, ai quali lui e pochissimi altri registi italiani – in ciò Avati è maestro quanto lo era il compianto Pier Paolo Pasolini – sono riusciti a dare efficace caratterizzazione anche in assenza di parole.

La paura del diavolo è un incubo primordiale buono per tutte le stagioni, ma calato nel contesto di un’Italia democristiana da pochi anni uscita dalla guerra, in un territorio (il Polesine) fortemente ricettivo come quello rurale intriso di dottrina clericale, ignoranza e superstizione, ha sempre la sua efficace suggestione narrativa. In questo senso, pur se ad opposte latitudini geografiche e in un differente quadro temporale, l’opera in questione accosta per più di qualche vaga assonanza contenutistica il mai troppo considerato, eppur rimarchevole nel suo genere, Non si sevizia un paperino (che si svolge nella Lucania degli anni settanta) del sottovalutato e sovente vituperato (dalla critica più che dal pubblico) Lucio Fulci. Anche nel thriller del defunto regista romano – il suo migliore – le implicazioni legate alla fede, alla superstizione e al contesto politico e sociale sono elementi decisivi per dirimere un rebus inquietante che si dipana in un climax tetro e malsano. L’idea di accentuare visivamente l’aspetto religioso, attraverso un tripudio di croci e di simboli (di croci di Cristo se ne vedono ovunque, dal ministero fino all’ospedale), ben restituisce l’atmosfera del tempo che Avati ci sta raccontando, ma la potente suggestione che riesce a far interiorizzare allo spettatore va ben oltre la radiografia per immagini del periodo, per invece scavare ancora una volta nell’inconscio del sé fanciullo alle prese col dilemma innescato dal mistero della fede, perduto nel limbo delle molteplici questioni che investono gli enigmi della pedagogia cattolica.

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E se Avati usa gli stereotipi, come connotare il male di deformità, lo fa in un primo momento per esplicitare senza possibilità di fraintendimento i confini del discorso narrativo. Ma a conti fatti potrebbe essere tutto un inganno – e probabilmente lo è -, visto il finale scioccante e denso di punti interrogativi. Il regista bolognese infatti sembra giocare con gli elementi di genere e divertirsi parecchio nel raccontarci questa storia, a dispetto della gravità degli eventi; sembra voler tornare al tempo del suo cinema più ispirato, quello fatto appunto di suggestioni suoni e volti che ci raccontano fiabe da incubo. Un omaggio al gotico puro che fa il verso non soltanto alle sue opere del passato, ma a tutto l’horror d’autore e d’atmosfera,  nel confezionare il quale gli artisti italiani furono maestri, ormai fagocitato dall’attuale iperrealismo e dalle visioni cruente che aumentano il disgusto ed edulcorano gli effetti catartici della paura. Nell’immaginare questa sorta di ritorno alle origini sceglie non a caso alcuni protagonisti a lui cari, emblematici del suo cinema dei Settanta, come Gianni Cavina e Lino Capolicchio (nei panni del sacrestano e del parroco), e recupera da qualche soffitta di celluloide il volto un tempo aggraziato di Chiara Caselli, tenebrosa dama in nero in questo suo ultimo film, affidando cammei significativi a due caratteristi d’eccezione, come Alessandro Haber e Andrea Roncato. Ma i veri protagonisti sono Filippo Franchini, che interpreta il giovanissimo omicida, efficace ed indecifrabile fino alla fine, e Gabriele Lo Giudice, il funzionario che si perde nel vortice di eventi che lo sovrastano irrimediabilmente. Deforme quanto basta per suscitare repulsione (una dentatura feroce e improbabile), il truccatissimo Lorenzo Salvatori, nei panni del supposto signor Diavolo.

Ma perché, “Il signor Diavolo”? Perché questo titolo? Perché chiamarlo signore? Ce lo spiega il piccolo omicida, nella prima parte del film, asserendo che in chiesa gli hanno insegnato a trattare l’incarnazione del male con un certo distacco, con rispetto e deferenza. Quella “giusta distanza” che il mondo clericale intimava ai bambini quando si parlava di Belzebù, nel catechismo della Chiesa Cattolica. Non troppo vicino per non cadere in tentazione. Ma mai troppo distante per evitare un pericolo ben maggiore, quello di metterne in dubbio l’esistenza.

Federico Magi, agosto 2019.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Pupi Avati. Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Pupi Avati. Sceneggiatura: Antonio Avati, Pupi Avati, Tommaso Avati. Direttore della fotografia: Cesare Bastelli. Montaggio: Ivan Zuccon. Interpreti principali: Gabriele Lo Giudice, Filippo Franchini, Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Chiara Caselli, Lorenzo Salvatori, Massimo Bonetti, Cesare S. Cremonini, Alessandro Haber, Andrea Roncato, Eva Antonia Grimaldi, Claut Riccardo, Fabio Ferrari. Musica originale: Amedeo Tommasi. Scenografia: Giuliano Pannuti. Costumi: Maria Fassari. Effetti speciali: Sergio Stivaletti. Produzione: Antonio Avati, DueA Film, RAI Cinema. Origine: Italia, 2019. Durata: 86 minuti.