Negri Ada

Le solitarie

Pubblicato il: 8 Gennaio 2021

La casa editrice FVE Editori nasce in un anno molto difficile, come quello appena trascorso, presentandosi al mondo editoriale italiano con un piccolo scrigno di tesori: tre titoli che celebrano autori già noti con opere tuttavia inedite o senza dubbio da recuperare. Valentina Ferri, ideatrice della “mappa” letteraria da offrire alle stampe, sceglie, accanto a Marinetti e Tedeschi Treves, la Ada Negri della prima raccolta pubblicata di prose, Le solitarie, apparsa nel 1917. Il motto della neonata editrice – “wear your book” – affascina il lettore contemporaneo con letture straordinariamente moderne nonostante il secolo orami trascorso dalla loro prima composizione.

Nella prefazione alla raccolta di Ada Negri, Laura Omodei spiega in modo dettagliato il rapporto tra l’Autrice e il suo tempo storico, sociale e culturale, le influenze di un’epoca in cui la questione femminile è appena all’abbozzo, i richiami al verismo in una scrittura che resta però “colta, elegante, chiara”. Né retorica, né cruda: la rappresentazione della condizione femminile dei ceti operai e medio-borghesi, come l’autrice li vedeva (e li aveva vissuti) nella provincia lombarda di inizio Novecento.

Diciotto ritratti distinti sulla base della provenienza sociale delle protagoniste: le prime nove sono ragazze e donne del popolo e del ceto operaio (serve, operaie, impiegatucce, maestre); le restanti nove rappresentano la piccola borghesia di chi si è arricchito, di chi – magari con fatica – ha imboccato la scala dell’ascesa sociale. Una distinzione anche stilistica che “racconta” in terza persona le donne del popolo, mentre fa parlare in “confessione” e in prima persona quelle di ceto diverso.

Ma le donne sono prima di tutto e sopra ogni altra cosa donne: figlie, fidanzate, amanti, mogli, madri. Sempre dipendenti dal potere maschile (sia il padre, il marito o il padrone) che possa sostentare loro e i figli, un potere che però non garantisce nulla e tuttavia incatena. Emblematico il racconto di apertura, “Il posto dei vecchi”, nel quale Ada Negri senz’altro tratteggia la protagonista pensando alla madre: il marito di lei è un ubriacone, inutile a famiglia e società e perciò giustamente destinato a una fine precoce. La donna, rimasta vedova, va a lavorare in un opificio contentandosi di una misera paga per sfamare i figli.

Il potere del maschio è quello del marito brutale, dell’amante vigliacco, dell’uomo violento. Ma è sottinteso nei padri opprimenti, nei coniugi litigiosi, in quelli totalmente assenti ma mai imprescindibili. Un potere che porta una delle protagoniste ad augurarsi che il figlio che porta nel grembo (frutto tra l’altro di una relazione extraconiugale) sia un maschio: “È troppo orribile nascere donna, portare in noi per tutta la vita, male inguaribile, la fatalità della nostra debolezza” (p. 120).

La debolezza innata (fatale, appunto) è tuttavia accettata. La donna cerca una vita migliore, un’esistenza meno grigia, condizioni meno drammatiche, può inventarsi una vita “altra”, ma resta fedele al ruolo. Non c’è in questo momento la ribellione a una disuguaglianza imposta, ma la triste constatazione della propria condizione di inferiorità. Spesso la fabbrica torna nei racconti, posto di lavoro faticoso, che si prende anni, forze, energie, desideri e aspirazioni. Non troviamo tuttavia nelle prose la stessa veemente denuncia che anni prima la Negri riversava in poesie dagli accenti proletari, alla ricerca quasi spasmodica di un riscatto sociale. C’è una specie di mesta rassegnazione: ci si potrà prendere un amante per vincere la noia, ci si potrà costruire attorno un castello di fantasmi e di desideri, sperare in tempi migliori, si potrà, certo, ma intanto la vita passa e – operaia o borghese – ogni donna guarderà passare quell’esistenza, spesso quietamente, raramente prendendo decisioni (che poi si pagano, sempre e comunque) contrarie a quanto la società si aspetta.

Solitarie, sì, le diciotto protagoniste, ma in senso metaforico. Perché di fatto quasi nessuna di queste figure femminili vive sola, anche se molto spesso la condizione familiare o sociale non è che una gabbia stretta. Per alcune anime si prefigura una liberazione: sarà un luogo, o un uomo diverso, un lavoro che finalmente rende giustizia (l’ultimo racconto, “Il denaro”, sia per lunghezza che per contenuto narrativo costituisce un po’ l’epilogo di tutta la raccolta, con un vero capovolgimento di condizione della protagonista, Veronetta, forse la più autentica alter ego dell’Autrice fra le tante donne dietro cui si celano episodi autobiografici). Per altre invece la liberazione è una sola, ed è tragica e definitiva: follia, fuga, morte.

Ada Negri aderì al socialismo, ne comprese le potenzialità di egualitarismo e di dignità ai lavoratori: per la prima volta, nella sua epoca, le donne si affrancavano dall’unica possibile condizione di figlie-mogli-madri eternamente legate alla casa e alle sue necessità (anche sotto forma di lavoro presso terzi, come serve o domestiche), ma non c’era ancora, all’inizio del ventesimo secolo, un’emancipazione dal ruolo primigenio e il lavoro in fabbrica spesso era solo una diversa forma di schiavitù, dove al padre o al marito si sostituiva semplicemente il padrone. Il lavoro stesso non diveniva che assai raramente una forma di indipendenza economica finalizzata all’autonomia, più spesso era l’unico modo per procacciare di che vivere alla famiglia, un mezzo per “mandare avanti” i figli, permettendo loro la vita che non si era avuta per sé.

Alcune delle vite narrate sono estremamente tristi, viste un secolo dopo, ma è ancora presto per certe battaglie e soprattutto per certe vittorie. La donna che cerca aiuto nella struttura per ragazze madri e che non vi andrà mai (la direttrice lo capisce subito) è l’emblema di un mondo femminile che non sa ancora salvarsi, di donne animate dalla sincera paura di restare sole, di doversela cavare in un mondo maschilista e poco caritatevole con chi esce dai binari sociali prestabiliti.

Eppure è da questo abbozzo che sgorgherà, qualche decennio più tardi, una nuova consapevolezza femminile di sé, dei ruoli, della società. Saranno anni difficili ed entusiasmanti che le protagoniste dei racconti di Ada Negri avrebbero, ormai vecchie, guardato scuotendo la testa.

Edizione esaminata e brevi note

Ada Negri (1870-1945), poetessa e scrittrice italiana. Nel 1888 iniziò a insegnare ed è a questo periodo che risalgono le poesia poi pubblicate nella sua prima silloge del 1892, Fatalità. Ne seguirono altre (Tempeste, Maternità, Il libro di Mara, I canti dell’isola, Vespertino e altre pubblicate postume), che la videro anche vincitrice di premi letterari e le diedero una certa notorietà. Pubblicò anche prose (Le Solitarie, Stella mattutina, Le strade, Sorelle per citarne alcune). Si trasferì a Milano, dove venne in contatto con il partito socialista che però poi abbandonò entrando nel circolo degli intellettuali vicini al fascismo. Elogiata da Mussolini, vinse nel 1931 il premio a lui intestato e nel 1940 venne ammessa – prima donna – all’Accademia d’Italia. Le Solitarie è la prima raccolta di prose pubblicata nel 1917. [dalla voce a cura di R. Dedola sul Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 78 (2013)]

Ada Negri, Le solitarie, Fveditori, Milano, 2020, 241 p.

 

Ilde Menis, gennaio 2021