Takita Yojiro

Departures

Pubblicato il: 20 Aprile 2010

Per una volta coraggiosa e inusuale fu la scelta dell’Academy Awards, quando poco più di un anno fa decise di premiare con l’Oscar per il miglior film straniero il giapponese Okuribito – divenuto poi Departures, anche sul nostro mercato -, scalzando così dalle posizioni acquisite il favoritissimo Valzer con Bashir e la Palma d’Oro Entre les murs (La classe). Una vera e propria sorpresa, soprattutto per il tema trattato dall’opera di Yojiro Takita, evidente già dal titolo, che vista la cornice nella quale competeva difficilmente poteva riferirsi a un qualsivoglia horror o divertissement a base di cadaveri o fantasmi. Departures, ovvero i defunti, i dipartiti, coloro che in tutte le religioni, pur nelle loro differenze, a Oriente come a Occidente, hanno sorpassato la soglia della vita terrena per avventurarsi in un viaggio a noi mortali sconosciuto e inconoscibile. Per prepararsi al viaggio, nella tradizione giapponese, in modo assolutamente trans-religioso, colui che definiamo becchino può diventare un vero e proprio artista del trucco e della vestizione delle salme, nonché una sorta di maestro di cerimonia: il rito della disposizione, la cura nel nokanshi, è un delicato e a suo modo riconciliante estremo saluto da parte di familiari e amici a chi muore, a tutti coloro che si accingono a quello che in molte dottrine – soprattutto quelle monoteiste e occidentali, mentre al contrario quelle orientali, come buddismo e induismo, contemplano un percorso karmico fatto di ciclicità e innumerevoli trasmigrazioni – e tradizioni è considerato l’ultimo viaggio dell’anima. Tema scomodo, difficile e antinarrativo in un mondo di celluloide che va configurandosi sempre più a immagine di quello televisivo fatto di lustrini, paillettes e falsificazione-rimozione della realtà. Tema che Takita e lo sceneggiatore Koyama adattano da un racconto di Shinmon Aoki in modo incantevole, mescolando solennità e leggerezza, misurando l’emotività e confinando le lacrime, appena appena sfuggite al protagonista, solo al riconciliante e simbolico epilogo.

Dopo lo scioglimento dell’orchestra, Daigo, un violoncellista senza particolari qualità, è costretto ad abbandonare Tokyo e a tornare al paesino d’origine, nella prefettura di Yamagata, dove c’è ancora la casa in cui vivevano i genitori. Porta con sé anche la giovane moglie, che lo segue per amore, pur non facendogli pesare la sua scelta. Daigo risponde a uno strano annuncio di lavoro, da cui si evince, pur nebulosamente, che la materia siano i viaggi. Certo l’ex violoncellista non si aspetta che si tratti proprio dell’ultimo viaggio, ma la paga è buona e le alternative non ci sono. Decide di tacere la cosa a tutti, soprattutto alla moglie, perché aver a che fare con i morti, in un paese sempre più occidentalizzato come il Giappone, è imbarazzante e squalificante come può esserlo alle nostre latitudini. Eppure quel rito, quella solennità, quei volti così riconoscenti dei familiari, quella grazia infinita e quella comunione che proprio in queste circostanze Daigo ritrova con la vita, gli fanno vincere la diffidenza e le evidenti difficoltà incontrate da puro neofita del settore. Piano piano Daigo, dopo una prima e immediata tentazione di fuga, comincia ad amare il suo lavoro e ad essere riconoscente a colui che glielo ha insegnato, il suo principale Sasaki, fino idealmente ad adottarlo come il padre che in fondo non aveva mai avuto, fuggito quando egli era ancora un bambino con un’altra donna. Non lo aveva mai perdonato né mai cercato, ma manteneva comunque un vincolo simbolico legato al violoncello e al linguaggio delle pietre, le due uniche eredità paterne. Nel momento in cui la moglie viene a conoscenza del suo lavoro, però, Daigo è posto di fronte a una scelta difficile: rimettere in discussione il proprio rapporto o perdere l’inatteso equilibrio trovato proprio grazie alla inusuale professione intrapresa. Il destino è in attesa, e ha il volto di un passato con cui Daigo deve inevitabilmente fare i conti.

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Un’opera di estrema profondità, di estetizzante bellezza, che ha il merito più unico che raro di parlarci di morte con spensieratezza e, in alcuni frangenti, con una leggerezza quasi ilare (vedere il curioso ed emblematico incipit, ma non soltanto), con una solennità senza peso né zavorre che invita davvero alla riflessione-immedesimazione fino a provare una giusta e salutare sensazione di pace, una volta usciti dalla sala. Un’eleganza formale che, mai come in questo caso, è pura sostanza; un film uguale a nessun altro, che ha davvero, come raramente accade, soltanto pregi, salvo detestare il genere (ma è una pellicola incasellabile in un genere? C’è da chiedersi) o, a voler trovare la pagliuzza (per qualcuno il rito con cui chiude l’opera poteva essere prevedibile), stigmatizzare negativamente l’epilogo edificante. Bisogna andare oltre, decisamente, e guardare all’insieme, al piccolo miracolo di un film il quale riesce a universalizzare empaticamente il tema della morte, rappresentato in modo da essere interiorizzato e accettato, così come presentato, da qualsiasi fede-confessione religiosa e da qualunque spettatore abituato ad andare oltre al semplice e spensierato intrattenimento. Departures è una pellicola che parla a tutti, che trasporta il simbolo e il rito nella vita quotidiana e lo rende comprensibile e decifrabile a qualsiasi latitudine e da qualsiasi tipo di sensibilità. In questo è un’opera molto laica e al contempo spirituale nel senso più puro del termine, senza bisogno di appellarsi agli spiritualismi, che parla di viaggio dell’anima attraverso la cura dei corpi – le estremità che coincidono: tema principe della letteratura del grande romanziere giapponese Yukio Mishima, mutuato soprattutto dalla dottrina scintoista -, tralasciando le implicazioni religiose e soffermandosi invece sul valore estetico dei gesti e sul significato dei simboli. Una trasmissione culturale che continua, nonostante i mutamenti radicali del Giappone – come scriveva lo storico delle religioni Eliade, il simbolo e il rito, manifestazioni del sacro nella storia, si perpetuano, si rigenerano, hanno una dimensione ciclica e atemporale.

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La regia di Takita è semplice ma accurata, evita inutili virtuosismi e si sofferma sulle intense sequenze della vestizione e del trucco dei corpi, sovente contrappuntate dall’intenso tema musicale del miyazakiano Hisaishi, ancora una volta al suo meglio, che torna sulle suggestive immagini di chiusura e si libera totalmente sui titoli di coda. La prova di Masahiro Motoki, il protagonista, è davvero straordinaria: raramente incontrerete un corpo che vi parla come il suo, una misura e un rigore nei momenti di solennità – sia nel suonare il violoncello che nella vestizione dei corpi – che diventano cifra estetica evidente, senza dimenticare il duplice registro recitativo (brillante e drammatico) su cui viene costruito il suo personaggio. Ottima anche la prova di Yamazaki Tsutomu, nei panni di Sasaki, il quale sovverte l’immagine letteraria e universalmente percepita del becchino con grazia, leggerezza e giusta misura, tornando curiosamente alle atmosfere di celebrazione dei defunti dopo The Funeral di Juzo Itami.

Arrivato in Italia in pochissime sale dopo essere stato presentato in anteprima europea al Far East Film Festival e grazie a un benemerito distributore friulano, Departures è stato uno dei maggiori successi nelle sale giapponesi tra il 2008 e il 2009, guadagnando oltre 40 milioni di dollari. Il regista, Yojiro Takita, è molto noto in madrepatria ma pressoché sconosciuto nel Bel Paese, tanto che questo è il suo primo film esportato anche da noi. Inutile che vi dica di affrettarvi a correre in sala, anche perché davvero è un’opera che non trova facili similitudini di genere: una pellicola in cui la morte è solo l’innesco per parlare di quell’amore immortale a noi più prossimo, indissolubile, senza tempo; quello per le nostre madri e i nostri padri, per le nostre mogli, i nostri mariti, i nostri figli, i nostri amici più cari, i nostri tanti compagni di viaggio e tutti coloro che sono scomparsi solo fisicamente ma che restano vivi nell’emozione, nel ricordo, nelle preghiere, nei gesti, in quello che eravamo, in quello che siamo, in quello che saremo. Nei territori imperscrutabili dell’inconscio, nella vita dell’anima.

Federico Magi, aprile 2010.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Yojiro Takita. Soggetto: tratto da un racconto di Shinmon Aoki. Sceneggiatura: Kundo Koyama. Direttore della fotografia: Takeshi Hamada. Montaggio: Akimasa Kawashima. Scenografia: Fumio Ogawa. Interpreti principali: Masahiro Motoki, Ryoko Hirosue, Tsutomu Yamazaki, Kimiko Yo, Tetta Sugimoto, Kazuko Yoshiyuki, Takashi Sasano, Toru Minegishi, Yukiko Tachibana, Tatsuo Yamada.  Musica originale: Joe Hisaishi. Produzione: Amuse Soft Entertainment, Asahi Shimbunsha, Dentsu, Mainichi Hoso, Sedic, Shochiku Company, Shogakukan, Tokio Broadcasting System. Titolo originale: “Okuribito”. Origine: Giappone, 2008. Durata: 131 minuti.