Cadoni Alessandro

Il segno della contaminazione

Pubblicato il: 30 Marzo 2016

Parlare ancora di Pasolini nel 2016 può essere molto rischioso. Prima di tutto perché ci si può imbattere nello spettro dell’agiografia, una trappola che inghiotte con disarmante facilità a causa della personalità così ingombrante di Pasolini, col suo piglio rivoluzionario oggi in via di beatificazione. Ma questo è un fenomeno che generalmente resta in superficie, tra le penne dei gazzettieri che delirano di settima arte. Un altro rischio è quello di non avere niente di nuovo da dire e – cosa ancor peggiore – essere incapaci di nasconderlo. Perché Pasolini è stato principalmente una palestra per chi ha avuto qualche aspirazione alla critica, una via molto semplice dato che lui stesso aveva l’abitudine di auto analizzarsi costantemente, spianando la strada a molti giovani esegeti cinefili. Diciamolo, è molto più semplice interrogarsi su un film di Pasolini che spaccarsi la testa con Straub e Huillet. E c’è una speciale predilezione per i film, poi, perché sono un buon compromesso: non durano neanche tanto. Stare dietro alle Le ceneri di Gramsci invece può far scricchiolare le articolazioni e spuntare i capelli bianchi. E allora, questo Alessandro Cadoni, l’ennesimo appassionato di cinema, cosa fa? Un’altra testi di laurea sui film di Pasolini? Ancora?

Cadoni è un letterato che si occupa di cinema. E lo fa con la moderazione obbligata del chirurgo in sala, con l’autocontrollo affilato del tecnico di laboratorio. Che non significa mancanza di umanità, di buongusto e di senso estetico. Lo scopo di Alessandro Cadoni è recuperare una delle bussole più importanti e celate di cui lo stesso Pasolini si serviva per percorrere il suo viaggio professionale e che ogni tanto ritorna a galla manifestamente in qualche suo scritto (nei ricordi con Fellini, nelle recensioni a Volponi) e indirettamente in tutta la sua opera. Ed è Auerbach, e in particolare il suo testo Mimesis, a guidarci tra le opere del corsaro bolognese. Improvvisamente non è più Pasolini, il suo cinema, a diventare oggetto di studio quanto la riesumazione di questo anello mancante. Unione sì, ma fra che cosa? Non tra Pasolini e il cinema, quanto tra P.P.P. e se stesso. Mimesis è un classico della letteratura comparata, dove l’autore teorizza il concetto di “stile misto”, da sempre presente in letteratura, che diventa per il giovane Pasolini un’ossessione che chiamerà con altri nomi (magma, dominato da sineciosi): questa contaminazione di stili sta alla base della sperimentazione linguistica pasoliniana, il quale come sappiamo non si limita a un plurilinguismo letterario, ma giunge alla drastica scelta (per uno scrittore) di passare dall’astrazione verbale alla figurazione visiva. Il fatto è che Cadoni gioca bene le sue carte. E imbastisce su questa base di partenza (quanto quel libro ha davvero inciso nella mente di P.P.P.?) un testo critico anch’esso magmatico, torrenziale, stratificato, dove per ogni effetto viene diagnosticata una causa specifica con tutta la documentazione clinica del caso. Partendo da questo chiaro incipit (magma e mescolanza di stili) per prima cosa Cadoni si premura di avvalorare le sue tesi andando a recuperare, con piglio filologico, tutte le possibili “ammissioni di colpa” di Pasolini riguardo l’influenza dello stilcritico Auerbach, e una volta messa in luce la verosimile autenticità di questa tesi, l’analisi può avere inizio. Non si tratta dell’autopsia di Pasolini, quanto di un paziente lavorio di decostruzione, meglio: di dissociazione. Una dissociazione non di tipo psichiatrico ma biologico, chimico: una scomposizione molecolare per il riconoscimento degli elementi essenziali con cui Pasolini ha sistemato la tavolozza prima di imbrattare la tela. Ecco che Cadoni va alla carica separando pittura, musica (e silenzi), testo scritto (sceneggiatura, saggi) sciogliendo la matassa con sicurezza perché accompagnato e sostenuto sempre dalla stessa fonte: P. P. P. Le pagine sul rapporto con Longhi sono da ricordare, in special modo la sovrapposizione tra Pier Paolo e Michelangelo Merisi (accostamento rivendicato con ferocia anche dal buon Federico Zeri nei primi anni Novanta, quando pure si lamentava con disappunto e sorpresa della svista, nella deposizione del Vangelo secondo Matteo, riguardo al pulmino che passa in mezzo all’inquadratura) come da ricordare è l’analisi pittorica della composizione del fotogramma in Accattone con i suoi echi, appunto, caravaggeschi. Tralasciando il fulcro dell’analisi di Cadoni, che ruota sapientemente attorno all’affiancamento orizzontale in contrasto con quello verticale degli elementi eterogenei e le sue ripercussioni nei risultati ottenuti dallo scrittore, ciò che caratterizza la qualità del lavoro di critica comparata va forse al di là dello stesso contenuto: in altre parole ciò che rende questo saggio su Pasolini degno di essere letto è forse davvero la sua capacità rifrangente, corale, polivalente, di parlare anche di qualcos’altro: ciò che viene affermato sulla natura del saggio in Pasolini è universale e investe lo stesso saggio di Cadoni. Non c’è autoreferenzialità, neppure una volta la penna del critico sassarese esce dal seminato e questo suo, davvero, chirurgico incedere che non risparmia nessun aspetto della formazione, della psicologia, delle influenze, dell’opera di P. ha come esito un’analisi a trecentosessanta gradi di una mente pensante e delle sue complesse ma riconoscibili trasmissioni nervose. La contaminazione va ricercata non decontaminando ma facendosi contagiare, sporcandosi le mani nelle viscere dell’untore. Pasolini si lasciava infettare criticamente (basti confrontare il dialogo tra Cosa sono le nuvole? e Shakespeare, fra le pagine più dense e notevoli del lavoro di Cadoni, seconde solo all’analisi del ruolo di Bach in P.) rubando talvolta anche ai suoi esegeti, Contini su tutti, le formule per comprendere il reale e manifestarlo nei suoi saggi audiovisivi.

Non è un libro esaustivo perché, come insegna Musil, nessun saggio pretende di esserlo. E però è un testo che indaga un autore onnipresente e ingombrante, lo affronta con una professionalità difficile da trovare nel mercato editoriale contemporaneo e con uno stile piacevolmente accessibile.

In coda al libro, che già presenta al suo interno numerosi frames, un apparato iconografico imprescindibile rigorosamente in bianco e nero, nella migliore tradizione longhiana.

 

Edizione esaminata e brevi note

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Alessandro Cadoni (Sassari, 1979) docente e scrittore italiano.

Alessandro Cadoni, “Il segno della contaminazione. Il film tra critica e letteratura in Pasolini”, Milano Udine, Mimesis, 2015. Prefazione di Hervé Joubert-Laurencin.

Erminio Fischetti in Mangialibri

Dario Ciulla in Nucleoartzine

Luca Martello, marzo 2016.