Borghese Isabella

Gli amori infelici non finiscono mai

Pubblicato il: 20 ottobre 2014

Prosopagnosia. Più che lecito chiedersi cosa sia. Trascrivo la definizione riportata nelle note de “Gli amori infelici non finiscono mai” di Isabella Borghese: “Con il termine prosopagnosia (dal greco proposon: faccia e agnosia: mancanza di conoscenza) ci si riferisce al disturbo del riconoscimento di volti“. Chi è affetto da tale disturbo, quindi, non è in grado di riconoscere e ricordare i volti delle persone, anche quelli più familiari. Ed è proprio la Prosopagnosia uno degli elementi cardine del secondo romanzo di Isabella Borghese poiché il protagonista maschile, a causa di un incidente, viene colpito da tale inabilità. Tornato a casa il nostro “Uomo senza Volto” (o senza volti) non riconosce più neppure Clorinda, la donna che dice di essere sua moglie e che sa di non amare più da tempo. “E’ stato il giorno che sono andato via da casa, da mia moglie, lo stesso in cui ho messo piede nel mio nuovo appartamento. Ho smesso di mostrare la lingua per prendermi cura del mio viso in modo diverso: barba e capelli dal barbiere. In compenso a casa mi accade di incontrare un uomo che qualche volta passa davanti agli specchi. Succedere ora che vivo anche con Iulia, una signora che mi aiuta in qualche faccenda personale e domestica. Se non fossi certo di essere l’unico uomo in casa scambierei qualche convenevole con costui“.

L’altra voce narrante de “Gli amori infelici non finiscono mai” appartiene ad una giovane donna che si chiama Eszter perché sua madre era “una lettrice appassionata di Márai. Lo leggeva tanto e con tale passione da decidere che dovevo portare il nome della “protagonista” di un suo romanzo“. La conosciamo durante i suoi viaggi sul 60, uno dei tanti bus che percorrono Roma. Un mezzo pubblico affollato, soffocante, lento, rumoroso e caotico come tutti i bus che viaggiano nelle grandi metropoli. Una sorta di microcosmo popolato da personaggi surreali e stravaganti e a cui Eszter sembra essersi affezionata. Passeggeri che diventano presenze quotidiane ed irresistibili. C’è l’Uomo del Suicidio Premeditato che proclama a tutti e a gran voce che si ammazzerà il 19 settembre. C’è Signora Impertinenza, una ragazzina truccata come una trentenne e con l’espressione maliziosa. E Signora Povertà con le unghie nere e un carrello della spesa pieno di oggetti improbabili che porta con sé quando va a chiedere l’elemosina. È un bus in cui salgono e scendono piccoli fiumi umani, in cui ci si spintona, ci si offende, ci si soccorre e in cui appaiono strani biglietti parlanti capaci di materializzarsi dal nulla quando sale il controllore.

La storia che ci racconta Eszter non è solo quella grottesca ed assurda che si svolge sul 60 perché Eszter, che vuole fare la scrittrice e si mantiene lavorando come cameriera, ha vissuto un grande amore: Lajos. Coincidenza voluta e confessata visto che ne “L’altra Eszter” di Márai il personaggio maschile si chiama proprio Lajos. Eszter diventa l’amante di Lajos perché lui è già sposato. Nonostante ciò i due vivono una relazione importante e profondissima che, però, si interrompe bruscamente. Così Eszter si ritrova praticamente ogni giorno su quel bus numero 60 e raggiunge la libreria davanti alla quale osserva, da un po’ di tempo, la presenza dell’Uomo senza Volto che vende ai passanti il romanzo di Gisella Montàr, una scrittrice che vuole far conoscere a quanti più lettori possibile.

Non voglio svelare null’altro della trama de “Gli amori infelici non finiscono mai”. Mi limito a dire che la storia scritta dalla Borghese si legge tutto sommato piacevolmente. Si potrebbe non condividere la compresenza di situazioni narrative molto diverse e quasi in contrasto. Mi riferisco, in particolare, ai capitoli dedicati ai viaggi di Eszter sul bus 60 che rappresentano momenti in cui il racconto eccede fino ad approdare al paradosso e all’onirico. Non conosco le ragioni che abbiano indotto Isabella Borghese a voler avvicinare e mescolare contenuti così disparati ma l’effetto potrebbe rivelarsi spiazzante, contorto se non addirittura poco coerente. Pur non rivelando nulla dell’epilogo, devo riconoscere che è la parte che mi ha lasciato più perplessa e costernata. Sono onesta: non mi è piaciuto affatto. L’ho trovato decisamente stucchevole e per niente all’altezza del resto del romanzo. Troppo patetico, troppo annunciato, troppo teatrale. Avrei preferito che la storia fosse stata lasciata aperta e che non avesse avuto alcuna fine, proprio come gli amori infelici citati nel titolo (estratto anch’esso da “L’eredità di Eszter” di Sándor Márai).

Edizione esaminata e brevi note

Isabella Borghese è nata a Roma. Lavora come giornalista e ufficio stampa. Cura la rubrica “Libri & Conflitti” per il sito Controlacrisi.org. E’ l’autrice di “Minimal hotel” (18:30 edizioni), “Minimal autogrill” (18:30 edizioni), “Sovvertire il diluvio” (18:30 edizioni) e del reportage “Da ex fabbrica occupata a “città” multietnica. Scrive anche per Art a part of Culture. “Dalla sua parte” (Edizioni Ensemble, 2013) è il suo primo romanzo a cui ha fatto seguito, nel 2014, “Gli amori infelici non finiscono mai” (Giulio Perrone Editore).

Isabella Borghese, “Gli amori infelici non finiscono mai“, Giulio Perrone Editore, Roma, 2014.

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