Cinquini Fabrizio

Dottor Cannabis

Pubblicato il: 26 maggio 2016

Chiariamo subito: “Dottor Cannabis”, ovvero l’autobiografia del dottor Cinquini, più volte arrestato per violazione della legge Fini-Giovanardi, non è affatto la storia di un Howard Marks – Mr. Nice all’italiana. Alla luce di quanto sta accadendo nei paesi europei che hanno riconsiderato le politiche proibizioniste, e anche in Italia dopo che la Corte Costituzionale (12 febbraio 2014) ha dichiarato illegittima la famigerata legge Fini – Giovanardi (L. 21 febbraio 2006 n. 49), probabilmente la vicenda del medico chirurgo versiliese potrà essere riletta con meno pregiudizi. Nel frattempo, proprio quando Cinquini continuava ad avere guai con la giustizia, la questione dell’uso terapeutico della canapa è entrata, come si suol dire, nel “dibattito pubblico” e non è rimasta circoscritta soltanto all’iniziativa del singolo, con tutto quello che ne poteva conseguire in merito alle sanzioni penali: pensiamo, ad esempio, alla legge della Regione Toscana n. 18 del 2012 (prima norma italiana dedicata ai farmaci cannabinoidi a carico del sistema sanitario regionale).

In questo libro a cura di Matteo Provvidenza (in appendice una breve storia dell’uso terapeutico della canapa e delle politiche di legalizzazione volte a contrastare la criminalità organizzata), Cinquini “Dottor Cannabis” racconta, spesso con fare divertito, i suoi trascorsi di adolescente anarchico ma refrattario ad alcol e droghe pesanti, in qualche modo protetto dal suo amore “per le donne, dalla Genetica, la Fisica, la Matematica, la Poesia, e da vari tipi di Letteratura […] impegnato nella pratica delle arti marziali, poker, biliardo, corse clandestine sui motorini truccati” (pp.16); e poi di studente intellettualmente vivace e indisciplinato che, ben determinato conseguire il titolo accademico dopo i primi guai con la giustizia, fece in modo non avvicinarsi per lungo tempo a “cannabis, tabacco e caffè” (pp.54). Conseguita brillantemente la laurea il futuro “Dottor Cannabis” si ritrova alle prese col servizio militare nelle vesti di ufficiale medico – una situazione non del tutto scontata per un personaggio anarcoide come Cinquini – e ha modo di sperimentare, a fini terapeutici, le proprietà dei cannabinoidi. Da allora l’attività medica del dottore avrà sempre più a che fare con una coltivazione ragionata di diversi ceppi di cannabis medicale, alla luce del sole e con tutti i conseguenti guai giudiziari. L’autobiografia prosegue, infatti, col racconto delle numerose disavventure carcerarie che hanno coinvolto Cinquini, fino a ritrovarlo ingabbiato nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino (dove è stato giudicato sano di mente). Vicende a rigore molto drammatiche, sopratutto se si hanno presenti le condizioni delle nostre carceri, ma in qualche modo alleggerite e rese in parte grottesche grazie allo stile schietto e provocatorio del nostro autore.

Un approccio eterodosso alla professione che si evidenzia anche nell’interesse per la cosiddetta medicina olistica. A riguardo abbiamo letto alcune riflessioni molto intelligenti del “fanatico devoto della Medicina Ayurvedica”, che sintetizzano con efficacia il controverso rapporto tra due mondi e due modi di intendere il rapporto col malato: “Il pensiero occidentale, con la sua mania del dividere, ha portato all’attuale situazione, dove un esercito di specialisti si esprime ognuno nel suo microcosmico orto di conoscenza, incapace di sviluppare una visione globale del malato. Il pensiero orientale, invece, con la sua mania dell’unire ha sì fatto sviluppare una classe di clinici in grado di avere una visione olistica del paziente, a scapito di un più scarso progresso nella Chirurgia specialistica e in altri settori che, grazie alla politica di frammentazione del sapere e delle competenze, hanno invece raggiunto, nei nostri lidi, risultati straordinari” (pp.84).

In altri termini si comprende che le convinzioni antiproibizioniste di Cinquini non nascono soltanto da un’indole libertaria ma sono indissolubilmente legate a valutazioni deontologiche e scientifiche che ridimensionano il “discutibile approccio che la comunità industriale farmaceutica” continua “a mantenere sullo studio e sulla produzione dei farmaci” (pp.87). Il metodo di medico attento all’ascolto del malato ha quindi consolidato l’amore del “Dottor Cannabis” per le “piante sacre”, tanto da sentirsi spesso in uno stato d’animo da studente al primo giorno di scuola “che ha ancora tutto da imparare da madre Natura” (pp.89).

Edizione esaminata e brevi note

Fabrizio Cinquini, chirurgo vascolare noto a livello nazionale e internazionale nell’assistere i suoi pazienti attraverso cure alternative olistiche naturali. Ha svolto la sua professione oltre che in Europa, in Africa, Russia e Stati Uniti. Per le sue convinzioni antiproibizioniste ha pagato con la carcerazione, gli arresti domiciliari e il manicomio criminale, dove è stato giudicato sano di mente. E’ autore di video di chirurgia didattica in ambito neuro chirurgico e vascolare. Padre fondatore della rivista Dolce vita, è al centro di numerosi blog d’informazione medica indipendente. Promotore di svariate mostre eco tecnologiche sulla canapa medicale e industriale ed ispiratore dell’idea di produzione di canapa terapeutica tramite le istituzioni militari, progetto parzialmente accolto dalla regione Toscana e dal Ministero della Difesa.

Fabrizio Cinquini, “Dottor Cannabis. La storia di un medico antiproibizionista”, Dissensi Edizioni, Viareggio 2016, pp. 197. A cura di Matteo Provvidenza. Introduzione di Gianluca Ferrara.

Luca Menichetti. Lankenauta maggio 2016