Ponzi Maurizio

Io, Chiara e lo Scuro

Pubblicato il: 22 ottobre 2007

Singolare la carriera di Francesco Nuti, attore e regista toscano classe 1955, uno di quelli che può ben affermare di esser passato dalle stelle alle stalle, come si usa dire in certi casi. In realtà il personaggio Nuti è un po’ più complesso di questa affermazione di comodo, perché a differenza di altri artisti che pur sono riusciti a trovare improvvisa fortuna e successivo oblio, il comico toscano non è stato una meteora. Per circa un decennio ha dettato legge al botteghino, con commedie sentimentali mai inclini al turpiloquio e al pecoreccio, aggraziate da una certa eleganza formale e di contenuti. È il caso di Io, Chiara e lo Scuro di Maurizio Ponzi, film uscito nel 1982, suo anno d’esordio sul grande schermo. In effetti, nel 1982, escono tre pellicole che vedono Nuti protagonista: oltre a quella citata, Ad Ovest di paperino – in cui lavora e allo stesso tempo conclude il suo rapporto artistico con i Giancattivi, trio cabarettistico formato da Nuti, Benvenuti e Athina Cenci – e Madonna che silenzio c’è stasera, sempre diretto da Ponzi. L’anno dopo si chiuderà la trilogia Nuti-Ponzi, con Son contento, agrodolce riflessione sui paradossi della vita dell’attore comico. Se escludiamo il film con i Giancattivi, opera divertente e niente di più, tra le tre pellicole della trilogia c’è una piccola perla di genere del cinema italiano dei grigi anni Ottanta, ed è appunto Io, Chiara e lo Scuro, opera in cui il comico toscano palesa, pur non essendo ancora dietro alla macchina da presa (ma co-autore del soggetto e della sceneggiatura), la sua personale poetica cinematografica, quella che troverà il suo apice – a mio personalissimo avviso, e pur non essendo un film comico, uno di quelli per cui oggi Nuti è maggiormente ricordato – con il malinconico e lirico Tutta colpa del paradiso, in assoluto una delle migliori pellicole italiane degli anni Ottanta. Io, Chiara e lo Scuro, ad ogni buon conto, svelò subito due grandi passioni dell’artista toscano: il biliardo e le donne, queste ultime sempre co-protagoniste attive nelle sue opere, non semplici bombolette d’ornamento, come spesso accadeva e ancora accade.

Francesco, detto il Toscano, è un ottimo giocatore di biliardo, affatto noto nell’ambiente. Una sera decide di sfidare il più grande, lo Scuro; inizialmente è ignorato dal campione, che si persuade a sfidarlo solo dopo averne osservato le gesta sul panno verde, proponendo una quota di centomila a partita. Francesco, semplice addetto alla reception d’un albergo, per nulla facoltoso, opta per un caffè come posta simbolica. La sfida si fa, Francesco vince, ma sarà la sua condanna. Costretto a dare la rivincita, il giovane perde progressivamente cifre notevoli, sottraendo i soldi dalle cassette di sicurezza dei residenti dell’albergo, per estinguere i debiti contratti. Lo aiuta l’incontro fortuito con Chiara, una sassofonista, inizialmente diffidente, compagna di rientri notturni in autobus. Dopo i primi avvicinamenti scatta la curiosità, e infine l’amore. Ma i debiti? Francesco è pronto alla galera, prima o poi ci si accorgerà delle cassette svuotate. L’unica possibilità è il torneo di biliardo a Chianciano, che mette in palio 15 milioni, a cui comunque partecipa anche lo Scuro. Francesco dubita di sé, sa che la competizione per denaro lo indebolisce (non a caso vince con lo Scuro la prima partita, quando la posta è un caffè), che lo Scuro è forte, che l’impresa ha scarse possibilità di riuscita. Si convince a partecipare per l’atto d’amore compiuto da Chiara, che ha venduto il suo sassofono per pagare albergo, viaggio e iscrizione: oramai si è in gioco. Per vincere i soldi, per battere lo Scuro, per dimostrare a Chiara di valere… per sfidare se stesso, i propri limiti. Francesco ne uscirà vincitore, ma per vie traverse, per sentieri tortuosi. Non diversi da quelli con cui aveva trovato l’amore.

Ecco il cinema di Nuti, signori: lieve, sentimentale, a tratti elegante, a misura di spettatore. Difficile che possa far schifo a qualcuno, parliamoci chiaro, al massimo può non entusiasmare. Non è commedia né boccaccesca né grossolana, ma allo stesso tempo non è troppo sofisticata ed è accessibile ad ogni tipo di spettatore. Qui non è regista, è vero, ma come ripeto ci sono tutte le tematiche del suo cinema d’autore, palesi e ben amalgamate: un impasto godibile e credibile, al servizio d’un personaggio che, nelle successive opere, pur cambiando tempi, spazi e luoghi della narrazione, non perderà mai quell’espressione stralunata, allo stesso tempo comica e malinconica che tanti italiani hanno amato (e ancora amano). E infatti Nuti ha il pregio di riempire lo schermo in maniera affatto invadente, conservando quel garbo che, ad esempio, il pur geniale conterraneo Benigni non ha e non potrà mai avere. Comicità differenti, è vero, distanze che si sono fatte abissali nell’ultimo quindicennio: Benigni è finito alle stelle (l’Oscar), Nuti alle stalle (gli insuccessi commerciali, a partire dal tribolatissimo Occhiopinocchio, opera in cui l’attore di Prato si giocò soldi e credibilità, la crisi d’ispirazione, l’alcol e tutto ciò che ne conseguì). Eppure, so che in molti mi darete del folle, Nuti avrebbe potuto essere oltre Benigni, essendo naturalmente altro; avrebbe potuto, con diversa fortuna e – probabilmente – capacità d’autogestione, riproporre, evidentemente riaggiornato, il suo cinema al culmine dei Novanta e al decennio successivo. Cosi non è avvenuto e, ahimé, probabilmente mai avverrà, ma riapprocciarsi (o scoprire, perché no) a opere come Io, Chiara e lo Scuro ci lascia un senso di nostalgia per un cinema che non ha avuto epigoni convincenti: nonostante Pieraccioni strizzi l’occhio a Nuti, per certi versi, e nonostante incassi notevoli, la qualità del cinema dell’ex Giancattivo è palesemente superiore a quella, decisamente monotematica e monocorde del Ciclone dei Novanta.

Con Io, Chiara e lo Scuro si delinea marcatamente il classico personaggio che Nuti incarnerà nelle pellicole successive: clownesco e stralunato, non privo di quei nonsense che alimentano una verve eternamente portata al dialogo surreale. Come surreali sono i personaggi di contorno, sovente gli stessi (chi non conosce, oramai, Novello Novelli), incasellati ad arte per alimentare quella sensazione di leggerezza che ha portato le sue commedie a tracciare sentieri che, in Italia, tutto sommato, non sono più stati battuti. Nemmeno da Nuti stesso, nelle opache prove della fine degli anni Novanta. L’attore toscano ha il pregio d’un volto che comunica, che riempie i silenzi, che annulla i tempi morti. Ecco che, già da quest’opera, pur affidata a Ponzi, si può notare la ricerca di una costruzione narrativa che rifugge i tempi frenetici cari a tanti altri tipi di commedia, privilegiando al contrario un’interiorizzazione che cerca e trova empatia da parte dello spettatore.

Io, Chiara e lo Scuro è anche una pellicola che, volente o nolente, fa il verso a Lo spaccone (1961), dimensionando la sfida entro un confine più emotivo ed empatico rispetto alla nota opera che vide protagonista Paul Newman, tanto da costituire un piccolo cult per gli italici appassionati di biliardo. L’uomo da battare, difatti, è Marcello Lotti (lo Scuro), che interpreta se stesso, essendo all’epoca campione in carica della specialità su cui si misurano i due contendenti nella finzione cinematografica. Lo stesso Nuti era un gran giocatore, non a caso molti dei colpi mostrati sono effettivamente i suoi.

Quest’opera inconsueta, diretta da Ponzi con sapienza, cosi da favorire i giusti tempi comici, creò la ribalta ideale per Nuti il quale, grazie alla sua performance, riuscì a conquistare l’ambito David di Donatello come attore protagonista. Stesso riconoscimento per la brava Giuliana De Sio, spalla perfetta, anch’ella affatto bisognosa di troppe parole per convincere: e pensare che al suo posto doveva esserci la cantante, allora notissima in Italia, Donatella Rettore (la quale, trovando il copione poco interessante, rifiutò la proposta). Forse non piacerà eccessivamente a chi trova noioso il biliardo, ma Io, Chiara e lo scuro resta, ancora oggi, una mosca bianca nel panorama della commedia degli anni considerati bui del nostro cinema, al pari di un altro paio di opere che videro Nuti protagonista. Bene dunque recuperarla, riproporla all’attenzione di un’industria di celluloide, quella italiana attuale, in crisi totale e permanente, per assenza di storie interessanti e personaggi di spessore. Ebbe anche un seguito, Casablanca Casablanca (1985), stavolta diretto da Nuti, peraltro meno  riuscito ma comunque gradevole, sempre con Lotti e la De Sio. Senza dimenticare l’amato panno verde, ancora una volta protagonista non accreditato.

Federico Magi, ottobre 2007.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Maurizio Ponzi. Soggetto: Maurizio Ponzi, Francesco Nuti. Sceneggiatura: Maurizio Ponzi, Francesco Nuti, Enrico Oldoini, Franco Ferrini. Direttore della fotografia: Carlo Cerchio. Montaggio: Sergio Montanari. Scenografia: Guido Josia. Interpreti principali: Francesco Nuti, Giuliana De Sio, Novello Novelli, Alessandro Petrocelli, Marcello Lotti, Renato Cecchetto, Claudio Spadaro, Pierangelo Pozzato, Carlo Neri, Stefano Cuneo, Claudio Casale. Musica originale: Carlo Maria Cordio. Produzione:  Mera International Film.  Origine: Italia, 1982. Durata: 103 minuti.