Vanderbeke Birgit

Vedo una cosa che tu non vedi

Pubblicato il: 20 luglio 2013

Andare via. E’ un proposito che facciamo in tanti, anche più volte al giorno. Poi però ci sono gli impegni. Magari il lavoro, magari un figlio, magari un marito o decine di altre ragioni (o solo alibi?). Andare via. E’ quello che desidera la protagonista del romanzo della Vanderbeke, unica voce narrante e suo palese alter ego. “Inizialmente sono rimasta e ho pensato, un giorno andrò via, intanto il bambino continuava a crescere, e io ero ancora lì, e un giorno ho pensato, se non ti sbrighi ad andar via, va a finire che rimani qui e poi ti prende la tristezza, e allora sono andata via, mentre tutti sono rimasti lì dov’erano“. In principio andare via ha rappresentato un trasferimento dall’est all’ovest. Poi, però, è arrivato un andare via vero “perché andare via per davvero significava oltre il confine“.

Lei lavora in una radio, prepara programmi che raccontino ai bambini i grandi artisti. Il suo bambino frequenta la scuola elementare con la maestra Gaby e non sa ancora le tabelline. Un marito c’è ma lavora negli Stati Uniti: distingue opere d’arte vere da opere d’arte false. C’è anche una madre (e nonna) che non nasconde quasi mai i suoi disappunti e continua a deplorare che il nipotino non si allacci le scarpe e buchi i jeans con la penna. Quando la voce narrante decide di andare via, ed andare via sul serio, quindi fuori confine, telefona ad amici e conoscenti per informarli: “Gli uni dissero, mi mancherai. Non era vero, ma era carino. Gli altri dissero, beata te, e anche questo non era vero, alcuni però lo pensavano veramente, e allora la frase assumeva un che di sinistro“. Ma alla fine andare via ha ragioni che si capiscono solo dopo, quando andare si trasforma in arrivare altrove. “A volte ho l’impressione di essere andata via perché le cose che avrei preferito non vedere erano sempre di più, e io passavo sempre più tempo a far finta di non averle viste“.

Arrivati oltre il confine c’è una lingua diversa, una casa che scricchiola a prescindere, un cane nuovo di zecca (proprio come il bambino desidera), la gatta che porta in bocca un topo e un’altra gatta, mezza muso e mezza pelo, che decide di vivere nei paraggi. Certo non c’era più una città di appartamenti in condominio, comode strade e piazze illuminate, ma c’è un bosco, un fiume e persino un uccello che forse è un martin pescatore. Ci sono zanzare, cicale e parecchie formiche ma anche un sacco di cielo e stelle così grandi e luccicanti che, da sole, spiegano le notti di Van Gogh. I vicini hanno abitudini che paiono, almeno inizialmente, un po’ bizzarre. Ma le abitudini sono abitudini ovunque, basta prenderci confidenza. Il piccolo paese si anima di fiere e di sagre, i negozianti non sono mai anonimi e imparano presto gusti e preferenze. La stagione delle piogge aggredisce oltre misura ma un muro di pietre ben assestate può fare la differenza così come imparare a scavare dei piccoli rigagnoli per far scorrere via l’acqua.

Andare via rappresenta sempre una nuova vita. Una lingua che si capisce spontaneamente tra bambini o una porzione di libertà che non si sapeva neppure di possedere. Andare via prevede conoscenze nuove e nuove paure. Eppure si fa. La Vanderbeke è andata via realmente per cui sa di cosa parla e in queste pagine, suppongo, descriva esattamente quanto ha vissuto. Nei primi anni ’90, poco dopo la caduta del famoso muro, ha lasciato la Germania per trasferirsi nel sud della Francia, dove vive tuttora. Lo stesso viaggio compiuto dalla protagonista di “Vedo una cosa che tu non vedi”. La sua scrittura è come un’interminabile catena, quasi una tiritera. Posso immaginare che un lettore medio si affatichi un po’ nel seguirla. In certi momenti potrebbe addirittura annoiare o a infastidire. Personalmente credo che questo libro racconti una storia molto semplice utilizzando uno stile un po’ troppo complesso. Un contrasto che in certi istanti stride e non convince pienamente. In ogni caso “Vedo una cosa che tu non vedi” è un libro che trasuda ottimismo anche se, in fondo, racconta solo un desiderio realizzato, un mutamento vitale che troppi vorrebbero senza mai trovare il coraggio sufficiente per fare qualcosa. Il passaggio dalla vita di città ad una vita immersa nella natura ha molti vantaggi, evidentemente, ma non è mai facile né gratis.

Edizione esaminata e brevi note

Birgit Vanderbeke è nata nel circondario rurale di Dahme, Brandeburgo, nell’agosto del 1956. La sua famiglia si è trasferita all’inizio degli anni ’60 a Francoforte sul Meno, proprio dove Birgit ha studiato legge e, più tardi, lingue germaniche e romanze. Dal 1993 la Vanderbeke lavora come scrittrice e ha scelto di abitare nel sud della Francia. In Italia sono stati pubblicati diversi dei suoi libri: “La cena delle cozze” per Feltrinelli; “Alberta riceve un amante” e “Vedo una cosa che tu non vedi” per Marsilio; “Abbastanza bene” per Le Vespe; “Sweet Sixteen”, “Alle spalle”, “La straordinaria carriera della signora Choi” e “Si può fare” per Del Vecchio Editore.

Birgit Vanderbeke, “Vedo una cosa che tu non vedi”, Marsilio, Venezia, 2001. Traduzione di Sarina Reina. Titolo originale: “Ich sehe was, was Du nicht siehst” (1999).

Pagine Internet su Birgit Vanderbeke: Wikipedia (en) / Igrs (en) / Scheda Del Vecchio Editore