Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Week End nel Cuore del Caucaso, Laza e Xinaliq – Parte 2

Pubblicato il: 3 novembre 2014

Azerbaigian mappa

Baku, 20 ottobre 2014

Quando ci svegliamo il fuoco nella stufa ormai si è spento da tempo, fa freddo nella stanza, ma sotto i nostri pesanti piumoni si sta discretamente al caldo. Con la dovuta calma troviamo il coraggio di uscire dal letto e di vestirci. Ismail, il tassista che ieri ci ha portato fin qui a Laza, dovrebbe venire a prenderci verso le nove per portarci a Quba, il centro urbano più grosso della zona. Da qui vogliamo trovare un modo per arrivare fino a Xinaliq, un paese che si trova a circa un’ora di strada da Quba: abbarbicato in mezzo ai monti è celebre per essere uno dei luoghi più suggestivi di tutto l’Azerbaigian. Esco di casa per andare a sciacquarmi il viso nel rubinetto del cortile, l’acqua arriva direttamente dalla fonte ed è ghiacciata, me ne spruzzo un po’ in faccia e mi sento subito più sveglio: nemmeno un buon caffè è così efficace. La buona fortuna è ancora dalla nostra parte, il tempo è stupendo e il cielo è terso. Mentre mi asciugo Ismail arriva, è in anticipo di almeno mezz’ora, ma non è di fretta e quindi andiamo tutti all’interno dove il padrone di casa ci offre l’ennesimo tè. A quanto pare la colazione prevede solo quest’ultimo. Giusto per avere qualcosa da mettere sotto i denti provo allora a seguire le usanze locali riguardanti lo zucchero nel tè: in Azerbaijan si usa lo zucchero in zollette, zollette che tra l’altro sono particolarmente dure. Un occidentale normalmente prenderebbe una o due zollette e le metterebbe nel bicchiere per poi mescolare con un cucchiaino. Qui invece s’intinge la zolletta nel tè per pochi secondi e poi la si mette in bocca. Quando la zolletta si è ammorbidita, si beve qualche sorso di tè. Si potrebbe pensare che il risultato sia un tè esageratamente dolce, in verità con il tè tradizionale, che è un tè nero, si ottiene un sapore eccellente. Per quanto poco dietetico, questo metodo si rivela molto utile per sopperire alla mancanza della colazione. Finito il tè decidiamo di partire. Paghiamo il nostro ospite, salutiamo e, con una leggera tristezza, lasciamo questo piccolo villaggio perso tra i monti. Ismail è ansioso di sapere se ci siamo trovati bene dal suo amico e quali sono i nostri piani per oggi. S. gli dice che intendiamo trovare un taxi che possa portarci fino a Xinaliq e che ci può lasciare in centro a Quba. Ismail annuisce e continua a guidare. Dopo un po’ S. cede al sonno e si riaddormenta. In circa quaranta minuti arriviamo alla nostra meta, Quba, e Ismail ci lascia davanti ad un piccolo parco. Ci saluta calorosamente e si raccomanda di chiamarlo se dovessimo avere problemi. Decidiamo di sederci in un bar per raccogliere le idee e mangiare qualcosa. Dobbiamo comunque aspettare almeno un’altra mezz’ora: B., una ragazza lituana che è nel nostro stesso programma di scambio, ci deve raggiungere oggi da Baku. Ha preso la marshrutka delle otto e sta arrivando. Non è potuta partire con noi ieri perché aveva lezione. La nostra idea era che nel centro di Quba non sarebbe stato difficile trovare tassisti che potessero portarci a Xinaliq, tuttavia in giro non c’è molta gente. Per fortuna abbiamo un piano alternativo: in un momento ispirato, mi sono fatto lasciare, da altri studenti che hanno già percorso un itinerario simile al nostro, il numero di telefono del tassista che li ha accompagnati a Xinaliq. Lo chiamiamo e ci accordiamo: in mezz’ora può venirci a prendere, per venti manat (venti euro) a testa ci può portare a Xinaliq e riportare a Quba il giorno dopo. Inoltre ci dice che può farci dormire a casa dei suoi genitori per altri venti manat a testa. Accettiamo senza pensarci due volte. Nel frattempo Ismail è ritornato, S. si è dimenticata i guanti in macchina e lui è tornato indietro per ridarglieli. Vedendoci ancora là si siede con noi e, preoccupato, s’informa sulla nostra situazione. Gli diciamo che va tutto bene ma è evidente che non si fida e decide allora di aspettare con noi l’arrivo dell’altro tassista, che arriva puntuale. Il suo nome è Aiden: è un uomo sui trentacinque anni, non molto alto ma dal fisico robusto, capelli corti e sguardo duro. Al contrario di Ismail è piuttosto taciturno. Ora Ismail sembra più tranquillo e ci lascia con lui. Decidiamo di andare alla stazione dei bus a prendere B., appena arrivata. Riunita la compagnia, Aiden parte a tutta velocità verso le montagne. La nostra vettura è una Lada 4×4.

La Lada è una casa automobilistica russa che in molti paesi ex sovietici produce e vende ancora modelli dall’aspetto decisamente antiquato, ma che continuano ad essere vendute in quanto facili da riparare. Il design di queste auto evidentemente non è cambiato molto negli ultimi vent’anni, la carrozzeria squadrata è ben diversa dalle linee curve e aerodinamiche a cui siamo abituati oggi. Qui in Azerbaigian è di gran lunga la marca più venduta e le versioni 4×4 sono molto popolari sui monti, come la Panda 4×4 sulle nostre Alpi. La Lada di Aiden avrà almeno vent’anni ma si vede che è fatta per i terreni più accidentati e che è una macchina affidabile. L’unico elemento molto fastidioso è l’insistente odore di benzina che avvertiamo ogni volta che Aiden accelera. La strada che porta a Xinaliq è lunga circa sessantacinque chilometri ed è una delle più spettacolari di tutto il paese. Dapprima attraversa una foresta sorprendentemente fitta che si fa sempre più rada man mano che si sale. Gli alberi terminano dopo esser passati per una piccola gola scavata dal piccolo fiume che corre sul fondovalle e che la strada costeggia. Sorpassiamo un canyon scavato da un affluente del fiume sulla destra ed entriamo così in un’altra valle dove il paesaggio cambia radicalmente: le montagne ai lati della valle non sono molto alte, ma davanti a noi, in lontananza, vediamo vette innevate.

La vegetazione è quasi del tutto assente, si nota solo un sottile manto erboso, che dona una leggera sfumatura verde ad un paesaggio che altrimenti apparirebbe solo roccioso. Non si vedono villaggi, gli unici segni di presenza umana sono la strada e i fili elettrici sorretti da pali di legno che corrono vicino alla carreggiata. Riusciamo a scattare qualche foto sebbene Aiden abbia uno stile di guida da rally: spinge la macchina oltre i settanta orari in luoghi dove una persona normale non supererebbe i quaranta, ma si vede benissimo che conosce perfettamente la strada, sa quando può accelerare e quando deve frenare, sa dove si trovano le buche più pericolose e dove invece la carrabile è in buono stato. Normalmente ci sarebbe da spaventarsi ad essere in macchina con uno così, ma per quanto sembri strano, Aiden ci trasmette un senso di sicurezza e così riusciamo a goderci il paesaggio. A farlo rallentare sono solo le mandrie di pecore che ogni tanto troviamo sulla strada.

Gli ovini, numerosissimi, costituiscono la principale risorsa economica della zona. Proseguiamo per questa valle finché la strada sale lungo il versante destro, passiamo per un piccolo paese e poi continuiamo a salire, entriamo quindi in una nuova valle dall’aspetto ancora più isolato e inviolato della precedente.

Le montagne innevate davanti a noi sono ora più vicine.

Scendiamo nella valle, dove si trova un altro torrente. Il fondovalle è stranamente ampio, regolare e con poca vegetazione, probabilmente in primavera quel piccolo torrente si trasforma in un fiume grazie al disgelo. L’impressione di trovarsi in un paesaggio tratto da “Il Signore degli Anelli” è sempre più forte, l’assenza di segni di passaggio umano è incredibile. Il fondovalle è costellato da mandrie di pecore con i relativi pastori, alcuni dei quali seguono le bestie a cavallo. La strada corre dritta e veloce finché si arriva ad una biforcazione del torrente: un ramo procede dritto verso una valle successiva, l’altro invece gira a destra. Alla destra di quest’ultimo, incastrato sui pendii di una collina, vediamo finalmente Xinaliq. La maggior parte delle case si trova su quest’altura, dalla cui cima vediamo spuntare un’antenna. La strada conduce vicino alla sommità ma gira poi a sinistra, ridiscendendo verso il torrente, per arrivare all’entrata del parco nazionale, lo stesso che costeggia Laza, qualche centinaio di metri dopo il paese. Poco distante dall’ingresso vediamo una costruzione molto grande e di aspetto recente, che capiamo subito essere una caserma.

Altre case sono posizionate lì vicino e Aiden ci conduce in una di queste. Ad accoglierci c’è una coppia di anziani: i genitori di Aiden. Non riusciamo a dargli un’età precisa: entrambi ci appaiono piegati dalla vecchiaia e da una vita in un posto inospitale come questo, ma allo stesso tempo ci trasmettono una grande dignità e ispirano un naturale rispetto. Si vede che ormai sono anziani e stanchi, ma i loro occhi e i loro visi rugosi e segnati dal tempo rivelano una forza d’animo e una volontà straordinaria. Come a Laza, parlano una lingua locale, il marito si esprime in un russo stentato. Dopo averci fatto entrare in casa per sistemare gli zaini ed essersi seduto con noi per un bicchiere di tè, ci racconta che da giovane è stato con l’Armata Rossa in Siberia e per questo parla russo. La casa è semplice ma accogliente e più attrezzata di quella che abbiamo trovato a Laza. Nel salotto c’è un lungo tavolo e nell’insieme la stanza è ben arredata, anche qui troviamo un televisore, ma per fortuna non sta trasmettendo video di matrimoni. La nostra stanza è abbastanza spaziosa, è piena di materassi, cuscini e tappeti tutti dall’aspetto molto confortevole. Cerchiamo di finire in fretta il nostro tè e poi usciamo per andare ad esplorare i dintorni. Aiden ci saluta, tornerà a prenderci domani mattina per riportarci a Quba. Ormai è l’una ed è ora di pranzo, io e S. non abbiamo nemmeno fatto colazione e sentiamo il bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Scendiamo verso il torrente, troviamo un punto in cui attraversare e andiamo a sederci sul prato vicino, circondati da cavalli e mucche che pascolano placidamente. Il tempo è ancora impeccabile, nemmeno una nuvola in cielo e temperatura estiva. Davanti a noi vediamo bene tutto il villaggio, alla nostra sinistra ci sono l’inizio del parco nazionale e la caserma. Divorati i crackers e qualche pezzo di cioccolata, decidiamo di arrivare sulla cima della collina che si trova dietro di noi e da cui contiamo di contemplare un bel panorama. In un’ora di cammino riusciamo a farcela: scopriremo poi che salirci è vietato data la vicinanza con la caserma. Non ci sono sentieri, solo qualche segno di passaggio delle mandrie di mucche o di pecore. Una volta arrivati in cima, davanti a noi si presenta un panorama veramente unico. Un’intera valle si estende oltre la collina, il secondo ramo del torrente che si trova vicino a Xinaliq prosegue diritto fino a sparire tra le montagne. Non ci sono segni presenza umana, quella valle ha probabilmente lo stesso aspetto che aveva cent’anni fa. Siamo estasiati da tanta bellezza e solo l’insistente vento che sferza la cima ci convince a ridiscendere. Il sole sta tramontando dietro le montagne, tuttavia abbiamo ancora tempo per fare un rapido giro per le strette vie del paese. Le case sono abilmente costruite sui pendii della collina, vie anguste, spesso impraticabili per un’automobile, corrono tra una casa e l’altra. Alcune costruzioni sembrano più recenti e ai piedi della collina vediamo anche la scuola, un edificio molto più grande e moderno. Il centro del villaggio è costituito da un piccolo fabbricato quadrato a forma di castello, che funge da museo locale. Qui incontriamo un anziano signore che, oltre a guardarci con lo stesso stupore con cui ci hanno guardato tutti gli abitanti che abbiamo incrociato, in un russo stentato ci invita a visitare il negozio del paese. Accettiamo e allora ci porta verso una delle case, saliamo un malridotta scala di ferro sul lato della casa ed entriamo: il negozio è praticamente il supermercato locale, vi si trovano dai pomodori alle scarpe, dai chiodi alle penne, c’é tutto quello che può servire agli abitanti. Il nostro accompagnatore, probabilmente conoscendo i principali interessi dei turisti, ci fa vedere vini, birre e vodka. Incuriositi e anche tentati chiediamo il prezzo di una bottiglia di vodka e restiamo stupiti nello scoprire che una bottiglia da mezzo litro costa solo tre manat e mezzo (tre euro e mezzo). Decidiamo che abbiamo appena trovato un modo per sopperire alla mancanza di una stufa nella nostra stanza e la compriamo, insieme a dei pop-corn che si riveleranno dal sapore terribile. Quando usciamo il sole è quasi del tutto tramontato e sulla strada verso il nostro alloggio incontriamo un paio di pastori di ritorno dai pascoli con il relativo gregge. Infreddoliti e stanchi entriamo in casa. Subito una donna sui trent’anni, che supponiamo essere la figlia, ci offre il tè. Ci sediamo a tavola. Insieme al tè arrivano anche del pane e l’immancabile formaggio di capra, che sembra essere il cibo più comune tra queste montagne. Poco dopo ci viene servita pure una zuppa con patate, cipolle e quella che ci sembra carne di pecora, cotta con tanto di grasso e nervi. Come la sera prima, S. di nascosto mi dà la sua parte di carne. Il sapore è molto buono e, trattandosi di una zuppa decisamente ricca e sostanziosa, dopo una porzione ci sentiamo sazi e soddisfatti. Rientriamo in camera e passiamo la serata a raccontarci le nostre storie in compagnia della bottiglia di vodka, che si rivela molto buona. Prima di dormire usciamo e osserviamo il cielo, stendendoci a terra per qualche minuto. La luna non è ancora sorta e, nel buio profondo della notte, qualche stella cadente traccia una rapida scia luminosa nell’oscurità. Nell’assoluto silenzio, si sente solo lo scorrere del torrente e l’ululato di qualche cane o, forse, di qualche lupo. Rientriamo stanchi, ma appagati da tanta bellezza. Il giorno dopo ci svegliamo sulle sette e mezza. Alle otto ci sediamo per la colazione che è a base di tè, formaggio di capra e pane. Decisamente non è quello a cui siamo abituati a casa, ma senza particolari pregiudizi facciamo onore alla tavola per scoprire che non è poi così male il formaggio di capra la mattina. Aiden dovrebbe venire a prenderci sulle undici e abbiamo quindi ancora tempo per fare un’altra passeggiata nei dintorni, visto il perseverante bel tempo. Ritorniamo verso il centro del paese e arriviamo sulla cima della collina, dove troviamo una moschea appena ristrutturata. Proseguiamo poi scendendo il versante nascosto della collina, quello che non si vede arrivando dalla strada per Quba. Qui si trova una piccola valle con un minuscolo torrente. Camminiamo su un sentiero che sale lungo il versante sinistro della valle e poi lo supera per arrivare ad un verde altipiano estremamente suggestivo. Per rientrare seguiamo il fiume. Mentre camminiamo sul fondovalle notiamo che su un lato in cima ad una ripida salita di circa cinquanta metri, c’è qualcosa di colorato: lascio giù lo zaino e mi avvicino: si tratta di tre pali storti piantati per terra legati insieme da una corda. Attorno a questo piccolo recinto, qualcuno ha legato sciarpe, fazzoletti e pezzi di tessuto colorati.

Chiedendo poi al nostro ospite scopriamo che si tratta di un luogo di pellegrinaggio per gli abitanti di Xinaliq. Torniamo a prendere i nostri zaini, Aiden è leggermente in ritardo e così abbiamo tempo per un altro tè. La signora che fino a poco prima sembrava odiarci, ora ci sorride radiosa e ci mostra le foto che le ha inviato una famiglia, sua ospite qualche mese prima. Ne sembra molto fiera e le tiene insieme a tante altre, in un piccolo sacchetto di tessuto colorato. Ne approfitto allora e chiedo di poter fare una foto a lei e al marito. Accettano entrambi con un sorriso e lei addirittura si toglie lo scialle, che in genere tutte le donne di una certa età portano sulla testa da queste parti.

Quando Aiden arriva paghiamo, salutiamo e saliamo in macchina. Velocemente e implacabilmente l’auto sfreccia via e non ci dà il tempo di realizzare che stiamo lasciando questo piccolo villaggio senza tempo per tornare alla città caotica e frenetica. La strada anche oggi ci rapisce con i suoi magnifici paesaggi, resi ancora più belli dalla sottile malinconia che provoca ogni ritorno verso il luogo da cui si è partiti. Aiden ci lascia a Quba come d’accordo, decidiamo di fare una rapida passeggiata per Krasnaya Sloboda, il quartiere ebraico, che in verità è un villaggio. Vediamo un paio di sinagoghe e qualche edificio con strane decorazioni e poi, dopo un rapido pranzo, ci dirigiamo alla stazione delle marshrukte ,dove prendiamo quella diretta a Baku. Come al solito mi ritrovo senza spazio a sufficienza per le mie lunghe gambe e per due ore devo inventarmi nuove posizioni per evitare di essere assalito dai crampi. Tutto procede bene, con la piccola eccezione di una sosta in mezzo all’autostrada fatta su insistente richiesta di un passeggero che doveva fumarsi una sigaretta. Arriviamo a Baku con il cuore leggermente appesantito dalla nostalgia per i luoghi che abbiamo appena lasciato e che, pur essendo relativamente vicini a Baku, sono allo stesso tempo incredibilmente lontani.

Per approfondire:

http://en.wikipedia.org/wiki/Laza,_Azerbaijan

http://en.wikipedia.org/wiki/Khinalug

Francesco Ricapito, Ottobre 2014