La Torre Filippo

Per un pugno di amianto

Pubblicato il: 11 settembre 2016

“Per un pugno di amianto” è proprio quel che si suol dire un libro di memorie. Autore un vivace e non più giovanissimo siciliano, Filippo La Torre, che ha così voluto raccontare alcune delle vicende vissute da emigrato in quel di Cassiar, in Canada al confine con l’Alaska, dove esisteva una miniera di amianto. Agli inizi degli anni ’60, partito dalla luminosa e calda Sicilia, Filippo “Sal” La Torre si è ritrovato in una terra sconosciuta, con temperature spesso inferiori a -40°, alle prese con una variegata umanità. Un contesto evidentemente molto difficile ma che appunto per questo motivo non ha fatto di La Torre un semplice travet della fatica: il contatto con una natura estrema e con personaggi a dir poco singolari, la voglia perenne di tornare in Sicilia arricchito ed emancipato dalle pressanti difficoltà economiche, hanno consentito al nostro emigrante di vivere e di osservare vicende a volte semplicemente comiche, a volte grottesche, spesso del tutto drammatiche. Parlando di “memorie” e “vicende” però non dobbiamo equivocare. “Per un pugno di amianto” è un susseguirsi appunto di ricordi, di episodi di vita, dove l’amianto del titolo appare più che altro sullo sfondo: altrettanto sullo sfondo la denuncia dei pericoli provocati dall’absesto. Leggiamo infatti in quarta di copertina che “dagli anni ’80 le nuove scoperte sulla tossicità dell’amianto ne azzerarono praticamente l’uso in tutto il mondo, e la miniera, dopo un breve declino, fu costretta a chiudere. Declino che piano piano spense i motori dei bulldozer, le micce degli esplosivi e il via-vai nelle strade di Cassiar. Un declino che però non impedì alle fibre di asbesto di attecchire nei polmoni di quanti avevano cercato proprio qui un riscatto, senza sapere di aver firmato un patto col diavolo”.

La Torre non ha voluto approfondire in merito alla fine di tanti suoi ex compagni di lavoro e di baldoria, ma c’è quindi da pensare ad un epilogo spesso funestato dal male del secolo. Non tanto un libro di pura denuncia nei confronti di un sistema industriale che ha mandato allo sbaraglio i lavoratori, quanto un racconto, peraltro condotto con buona capacità di scrittura e vivacità, incentrato su quelli che ho voluto definire episodi di vita: il primo pesante impatto con la realtà di Cassiar, i compagni morti per incidenti di lavoro, i rapporti con i nativi, con una natura più che mai matrigna, con una fauna spesso pericolosa ma altrettanto malamente sfruttata e uccisa, la speranza di tornare in patria e di venire ricompensato col sole della Sicilia. Una speranza che La Torre ha dovuto in qualche modo rinnovare perché leggiamo di un ritorno a casa, di ulteriori difficoltà economiche e quindi di una nuova emigrazione a Cassiar, questa volta con moglie e figlio, di cui comunque sappiamo poco e che sono rimasti sullo sfondo di vicende sempre più caratterizzate da una presenza di oro, giada e illegalità.

“Per un pugno di amianto” risulta difatti un racconto sincero, quasi spudorato, forse anche in virtù della prescrizione di alcuni reati perpetrati anni orsono. Non è dato sapere quale normativa, probabilmente demaniale, al tempo La Torre e i suoi abbiano violato, ma è evidente che quello che viene chiamato” clamoroso furto di 50 tonnellate” di giada non rientra proprio nei canoni del perfetto legalitario. Di sicuro una tentativo di appropriazione complesso, motivato probabilmente anche dall’indifferenza e dalla faciloneria dei vertici di una miniera che da lì  poco sarebbe stata dismessa; un azzardo molto ben organizzato ma concluso con parecchi danni, qualche condanna penale non troppo pesante e con il ritorno di La Torre, ufficialmente estraneo all’impresa truffaldina, in quel di Sicilia. Il giacimento di giada, scoperto anni prima e mai sfruttato, rappresentava forse l’ultima possibilità di riscatto per lavoratori che da lì a poco avrebbero cambiato vita, probabilmente – vedi gli effetti dell’amianto – non in meglio.

L’epilogo del libro, con le parole del nostro ex emigrante, tornato in Italia dopo aver faticato anni a contatto di una natura sempre meno incontaminata, ha un che di malinconico: “Oggi, che me ne sto seduto nel portico della casa che ho costruito con i soldi guadagnati mandando a pezzi di McDame, Cassiar non esiste più, è scomparsa, è stata fatta a brandelli, venduta all’asta nelle sue umane testimonianze e riconquistata centimetro dopo centimetro dai boschi e dal ghiaccio” (pp.244).

Edizione esaminata e brevi note

Filippo La Torre, nato a Palermo, si è arruolato giovanissimo nella Marina Militare e poi si è trasferito in Canada per lavorare in miniera. Già giocatore di rugby, ha curato per l’Ora Quotidiano on line un blog sulla palla ovale. “Per un pugno di amianto” è il suo primo libro.

Filippo La Torre, ” Per un pugno di amianto “, Iacobelli (collana Frammenti di memoria), Pavona di Albano Laziale 2016, pp. 251.

Luca Menichetti. Lankenauta, settembre 2016